Offro con affetto, come un dono di Natale 2025, un estratto di una mia prossima pubblicazione

In una spirale così distruttiva delle città e dell’umanità dell’Ucraina e di Gaza e non solo – offesa dalla barbarie dei tanti “demoni della guerra” e che ci lascia smarriti e fortemente preoccupati per gli imprevedibili sviluppi nell’”aiuola che ci fa tanto feroci”- si staglia come un esempio da seguire la nobile figura di La Pira, un gigante cristiano,  che parlò ed agì ovunque e con chiunque, per comunicare la propria convinzione, in coerenza con il Vangelo: si vis pacem, para pacem.

“Edificare la pace – o spezzare la pace- non è più opera che spetti a coloro che sono preposti alla direzione della vita politica degli Stati e delle nazioni. Consiste sempre più in un processo di edificazione che esige vaste analisi e tocca tutti gli interessi più vitali della comunità umana. La parola ultima, la più impegnativa e decisiva, spetta ormai direttamente, in certo senso, ai popoli”

Ancora una volta il luminoso insegnamento di Giorgio La Pira ci invita a non rinunciare alla speranza e ad un rivoluzionario e pacifico coinvolgimento diretto – dal basso- di tutte le città “ come libri vivi della storia …ciascuna è legata a tutte le altre: formano tutte insieme un unico grandioso organismo ”portatrici di proposte di pace e non di afflizione, nella prospettiva storica del disarmo universale e della trasformazione dell’arsenale atomico in aiuti economici ai Paesi del Terzo Mondo.

Giorgio La Pira è stato una delle coscienze più alte e singolari che la politica e il cattolicesimo moderni abbiano espresso. Il richiamo esercitato dal suo pensiero è oggi più vivo che mai, anche grazie alle sue intuizioni di strategia politica e diplomatica.

La Pira fu un convinto europeo e un uomo profondamente legato al Mediterraneo: comprese con grande anticipo che i problemi futuri si sarebbero potuti risolvere attraverso buoni rapporti con l’islam e affrontando l’irrisolta crisi mediorientale. E non solo.

Ripensiamo alla sua azione negli anni Cinquanta, con situazioni che, sotto molti aspetti, possono richiamare la realtà odierna: tempi di guerra fredda, di blocchi militari contrapposti, di una pace costantemente minacciata perché fondata sull’equilibrio delle forze e delle armi. Eppure, attraverso i “Convegni per la pace e la civiltà cristiana” e gli “Incontri mediterranei”, da lui ideati, meditati, pregati e realizzati tra incomprensioni e diffidenze, La Pira seppe creare occasioni di dialogo che costruirono ponti destinati, nel tempo, a far cadere barriere.

Nel 1970 a Lenigrado ( è l’anno in cui prende consistenza la Ostpolitik di Willy Brandt: il trattato tra Mosca e Bonn e soprattutto tra Bonn e Varsavia, a 25 anni dalla fine della 2° guerra mondiale) , in occasione del Congresso della Federazione Mondiale delle città unite, il professore  parla della necessità di trasformare le spese di guerra in spese di pace per contribuire alla costruzione di città nuove ;  per i piani regolatori nuovi delle città antiche, per la costruzione di case, scuole, fabbriche, ospedali, chiese, impianti sportivi…”

Nello stesso anno in una puntata del programma “Quel giorno” andato in onda il 19.Agosto, La Pira intervenne in un dibattito, assieme ad Altiero Spinelli, Arrigo Levi e Raniero La Valle sull’opportunità della bomba atomica come strumento strategico a difesa della pace nel mondo.

E’ un intervento pressoché sconosciuto ma che indica, in maniera molto sintetica e assertoria – come era nello stile del Professore – in che modo doveva essere tenuta in conto la questione della guerra atomica. Ne trascriviamo alcuni passaggi a un intervento di Raniero La Valle risponde.

La Pira: concordo pienamente con l’amico La Valle, cioè il problema dell’Europa è di farsi la prima zona della pace per sbloccare il mondo intero perché non c’è altro problema oltre quello del disarmo generale e completo disarmo.

Arrigo Levi: Non c’è altro problema al mondo, lei dice?

La Pira: Al mondo! E’ la premessa come un sillogismo: la premessa maggiore di tutto il ragionamento politico mondiale, politico, culturale e così via, è il disarmo generale e completo e la coesistenza pacifica;

Arrigo Levi: E quindi se io le domando l’Europa deve prendere l’arma atomica, lei risponde no

La Pira: No!

Levi: Se uno Stato qualsiasi deve prendere l’arma atomica

La Pira. No! No! Inefficace, storicamente e politicamente!

Arrigo Levi: La Valle, vuoi intervenire ancora, sei d’accordo?

La Valle: sono totalmente d’accordo perché credo che l’impatto in cui noi ci troviamo è quello di ritenere che l’unico modo per superare il terrore nucleare sia quello del disarmo bilanciato, controllato, bilaterale. E da questo non si esce. Credo che bisogna che qualcuno cominci ad avere il coraggio di rischiare su un disarmo anche unilaterale

A.Levi: Quando prima abbiamo sentito il generale Galant che dice che la sicurezza è nelle armi atomiche, onorevole La Pira lei cosa dice?

La Pira: Mi ricordo uno scritto su Nouvelle Observateur di quattro anni fa di due scienziati atomici i quali hanno dimostrato matematicamente che i due Stati più insicuri della terra sono gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. E’ una insicurezza crescente, non è una sicurezza crescente; l’equilibrio del terrore è un equilibrio crescente della insicurezza.

E’ inutile andare avanti. così perché c’è il terzo mondo il quale è una forza immensa e se queste spese inutili – sono 120 mila miliardi di lire l’anno inutilmente spesi e che crescono chissà quanto – se tutto questo diventasse una grande forza economica, culturale per la promozione del terzo mondo: non è questa la pace? Le bombe non fanno più nulla. Ogni operazione militare, chiunque la faccia, è sbagliata! Facciamo operazioni economiche…

A SOFIA,  il 27 aprile  1972: … Non sono soltanto la guerra e la bomba atomica, a minacciare la distruzione della vita sulla terra: contemporaneamente incombono sulle generazioni future le conseguenze dell’esplosione demografica, della incontrollata applicazione delle invenzioni, del deterioramento dell’equilibrio delle forze naturali”.

Di fronte all’ulteriore crescita dell’armamento nucleare e di un’aggressione ecologica contro la natura, il professore parla della necessità di tutelare la natura contro le aggressioni di una disordinata società e civiltà dei consumi. Di fronte ai pericoli mortali cui è sospesa la vita dei centri urbani a causa dell’inquinamento degli elementi con cui essi sono, in un certo senso, intessuti: l’acqua, l’aria, i rumori, i rifiuti … “occorre salvare la natura, salvare la terra, salvare le acque, salvare l’aria, salvare la luce: sanare, perciò, e salvare le città e permettere così alla persona umana- perché ne gioisca -la riscoperta della bellezza della terra e del Cielo!”

-Nel contesto di questo convegno ricorda la necessità di far riemergere l’importanza storica dell’Europa; di collaborare al superamento graduale ed equilibrato dei due blocchi (Nato e Patto di Varsavia); l’importanza di Giovanni XXIII, alla sua immensa apertura conciliare sulla storia del mondo- per l’unità di Oriente e Occidente.

Nel settembre 1974 sulla rivista Storia e politica (ripresa da “Scena illustrata Web” del 22 dicembre 2007) Giovanni de Antonelli propose  un’intervista “Discorrendo di pace con Giorgio La Pira”  per uno speciale radiofonico della Rai-Tv, mai andato in onda.

«Oggi abbiamo l’onore di parlare con il prof. Giorgio La Pira, un interlocutore prezioso, interprete scrupoloso del versetto biblico che l’uomo del ventesimo secolo ha voluto scolpire all’interno del Palazzo di Vetro, a monito e incitamento di chi si avvicina alla sede dell’ONU.

Il problema, tuttavia, non è quello di elevare monumenti. L’importante sta nel volerla, l’importante sta nel vivere la pace.

Professore La Pira, per ogni cristiano la pace comincia con l’ecumenismo: attraverso questa predisposizione (di cui ha fatto diretta esperienza) tutte le barriere possono essere abbattute.

– “Levate le pietre della guerra e della divisione, e percorrerete insieme le strade della pace del vostro comune patriarca Abramo, abbiamo detto più volte a Firenze rivolgendoci a cristiani, ebrei e musulmani.

E l’ecumenismo cristiano vuole che si tolgano le pietre della fame, della miseria, della disoccupazione, dell’ignoranza, della depressione economica e civile, del colonialismo, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’intolleranza religiosa e civile, dell’ateismo di Stato.

Liberare da tutte queste pietre la strada significa riconoscerci tutti uguali e fratelli, e costruire davvero la strada della pace. Ecco perché, a suo tempo, prospettai l’edificazione di un ponte di preghiera, di speranza e di pace tra due santuari celebri della vita religiosa e civile dell’Occidente e dell’Oriente. Fatima per un verso, San Sergio di Zagorski per l’altro verso”.

Il cammino verso il disarmo militare è forse cominciato, ma andrà avanti in concreto?

– “Questo cammino deve attraccare a tanti scali intermedi prima di pervenire al porto finale.Il disarmo ha una sua geografia che tocca gradualmente i paesi del Terzo Mondo e dell’Europa, ma il cammino del disarmo militare, per essere davvero efficace e creativo, contemporaneamente e strutturalmente, deve essere cammino dell’armamento della pace, quello della trasformazione delle armi distruttive della guerra – come ammonisce Isaia – in strumenti edificatori della pace e della civiltà (dalle lance gli aratri, dai missili le astronavi!).

Per rendersi conto della necessità storica di questa trasformazione degli investimenti di guerra in investimenti di pace, basti pensare al più improrogabile e al più crescente dei problemi nel mondo: l’adeguata nutrizione dei poveri di tutti i continenti (due terzi del genere umano!) e se si pensa alla gigantesca crescita demografica si vede l’urgenza della trasformazione. Il disarmo generale – disse Gandhi – avrà inizio in Europa, e non è davvero idea utopistica; una politica europea fondata sul superamento dei blocchi, che la Conferenza sulla cooperazione e la sicurezza europea dovrebbe confermare, è a diretto servizio della pace del popoli e del mondo intero”.

Oltre venti anni fa, per sua iniziativa, a Firenze venne piantato un simbolico albero della pace. Era il 1952, un’epoca che risentiva ancora i rancori generati dalla guerra fredda. L’albero della pace è cresciuto ma i suoi frutti sono stati raccolti o sono stati abbandonati dagli uomini della nostra società?

– “L’albero fiorentino della pace, cioè i Convegni per la pace e la civiltà cristiana, è rapidamente cresciuto fino a diventare un patto di amicizia tra i popoli tra tutte le città capitali del mondo – con i sindaci di Parigi e Mosca, persino di Pechino – diventando auspicio profondo di vittoria e di rinascita.

Ricordo una delle prime gemme di questo albero, la pace algerina e mediterranea. Siamo utopisti? Sognatori?

Crediamo di no: i fatti convalidano ogni giorno di più (malgrado tutto) le nostre tesi, la storia avanza in modo irresistibile ed irreversibile verso la sua primavera e verso la sua estate”.

C’è un momento della sua battaglia (diciamo meglio della sua missione) a favore della pace che suscitò grandi e gravi polemiche persino in campo cattolico. Mi riferisco al viaggio del 1965 in Vietnam del Nord, compiuto assieme a Mario Primicerio. Come ricorda quel discusso quanto interessante episodio?

– “Si vis pacem para pacem! Appena sorta la crisi del Vietnam, a Firenze prendemmo alcune iniziative, tra cui un Simposio internazionale durante il quale si fece l’analisi obiettiva di tutti i documenti relativi a quella crisi.

Oltre ad amici laburisti inglesi (Brokway, Silverman, Warbey, Jenkins) vi intervennero Jules Moch, l’osservatore sovietico Rubinstein e molte altre personalità; altri, come il senatore americano Fulbright, aderirono e persino Ho Chi Minh ci fece pervenire una lunga lettera con la quale ringraziava per l’interessamento al suo Paese.

Essendosi poi inasprita la situazione di guerra, sollecitato da circoli intellettuali vietnamiti, decisi di fare il viaggio a Hanoi, un viaggio di pace che seguiva iniziative precedenti (Mosca, Gerusalemme, Algeri, Dakar, Rabat) che erano tutte compiute all’insegna dei convegni fiorentini per la pace cristiana.

I fatti successivi hanno confermato l’utilità di questa nostra opera di pace”.

Per creare un mondo migliore, esiste una speranza storica biblica?.

– “Certamente. Il Nuovo Testamento riprende, integrando la visione dei profeti, questa immensa prospettiva di speranza nella storia terrestre degli uomini.

Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra: è la speranza orante che il Cristo consegna agli apostoli nel discorso dell’ultima cena.

Ed è la stessa speranza orante che il vecchio Simeone consegna nel tempio alla Vergine: ‘luce per l’illuminazione delle nazioni e per la gloria del popolo di Israele’. È la speranza storica – spes contra spem – che anima la teologia paolina. È la speranza dei ‘mille anni’ che costituisce il punto attrattivo e prospettico della storia quale rivela Giovanni (Apocalisse, XX, 4).

Questa ‘speranza storica biblica’ non si è mai spenta nel corso dei secoli, anche quando la tempesta si è fatta paurosa – si pensi alla seconda guerra mondiale! – questa stella della speranza biblica non ha mai cessato di splendere (anche se offuscata) nel cielo della Chiesa, di Israele, delle Nazioni.

Questa ‘speranza storica biblica’, malgrado tutto, ha fatto irruzione anche nella storia politica del nostro tempo.

Essa è il luogo dell’inevitabile incontro tra i movimenti storici di cui parlò, con tanta felice analisi e intuizione storica, Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (84-85). Possa questo messaggio di speranza e di pace fiorire presto a confronto e gioia dell’intera famiglia umana”.

Ma i giovani, professor La Pira, secondo lei riescono a capire e fare loro questo problema della pace?

– “I giovani contestano, è naturale. Dicono le nuove generazioni: perché attardarsi ancora (anzi a retrocedere di fronte a certe nuove frontiere) nella stagione invernale degli armamenti nucleari e della guerra?

Perché non scegliere decisamente il passaggio all’età della pace? Non si tratta di una scelta marginale: essa investe, se fatta, la struttura intera della civiltà e della società umana. Investe tutto, contesta tutto, rinnova tutto: nova sint omnia!

Le nuove generazioni hanno sentito il mutamento della stagione storica, hanno sentito la primavera ed hanno iniziato – con la loro ‘rivolta’ e con la loro ‘contestazione globale’ – la migrazione verso il continente storico nuovo dove fiorirà la primavera e dove si preparerà l’estate della storia nuova del mondo.

I giovani sono destinati a fare il passaggio nella terra promessa. Il tempo di partenza è già avvenuto e quando il cammino comincia nessuno più lo ferma!”

– Lei ha parlato più volte di ‘tende del terrore’ per indicare i punti cruciali di crisi. Di recente però – grazie all’intensa azione diplomatica di Henry Kissinger – c’è stata una tenda, non metaforica, al chilometro 101 della strada Cairo-Suez, sotto la quale tenda la pace è prevalso sul terrore.

“Più volte abbiamo ripetuto: abbattere ovunque i muri e costruire ovunque i ponti, a Berlino, a Hanoi, a Saigon, a Gerusalemme, al Cairo, in ogni continente.

E’ la sola inevitabile prospettiva politica dell’età spaziale ed atomica. O la distruzione apocalittica della terra o l’edificazione della pace e della civiltà.

Tertium non datur. Sia pure in ritardo, per il conflitto mediorientale, è prevalsa la ragione”.

– Contro i potenti esiste una medicina, quella della non violenza. Ma può bastare a produrre la pace?

– “La via della non violenza attiva, della non violenza dei forti, è la nuova strada per liberare politicamente – attuando la giustizia – i popoli oppressi.

Lo aveva felicemente intuito Gandhi allorché scrisse: ‘La non violenza è la forza più grande di cui disponga l’umanità… (essa) deve liberarsi dalla violenza solo per mezzo della non violenza

Non c’è scampo alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non violento, con tutte le sue mirabili implicazioni’.

Guidare il popolo di Dio verso la liberazione dall’oppressione, dalla fame, dell’ignoranza, dalla disoccupazione, dalla malattia, attraversando questa nuova via: ecco il metodo affinché il popolo attraversi senza armi ma con suppellettili e vestimenti, unito e organizzato il Mar Rosso (Esodo, XII, 55). Mandato che tocca alla Chiesa romana e che estende in suoi effetti sulle Chiese e sulle Nazioni dei popoli oppressi di tutto il mondo

. A conforto di questa tesi – che investe solidamente non solo la Chiesa ma tutti i popoli – si possono citare le dichiarazioni che durante il 1973 hanno fatto a Mosca, a Washington e a Pechino, i vari Breznev, Kissinger e Chou En-lai.

Il primo disse: ‘La nostra filosofia della pace è l’ottimismo storico’

Il secondo disse: ‘Il nostro obiettivo è la pace totale’

Il terzo disse: ‘Nonostante i flussi e i riflussi la storia è indubitabilmente e irreversibilmente avviata non verso le tenebre, ma verso la luce’.

E tutti e tre hanno pronunciato la frase diventata quasi l’assioma dell’attuale politica nel mondo ‘La pace è irreversibile, al negoziato globale non c’è alternativa’.

E la storia (nonostante i flussi e i riflussi) si è mossa e si sta muovendo sempre più celermente in questa direzione”.

Sul ponte della pace ritengo che un posto di rilievo va riservato all’ultimo intervento del professore il 22 aprile 1977 in un momento in cui è consapevole che è arrivata “la malattia” che lo porterà davanti al Signore “nel sabato senza vespri” il 4 novembre di quell’anno.

Messaggio all’incontro euro-arabo di Firenze

Il Professore non può partecipare all’incontro di Firenze sul Dialogo euro- arabo in programma dal 22 al 24 aprile in Palazzo Vecchio e promosso dal sindaco di Firenze Elio Gabbuggiani e dal presidente della Associazione di amicizia italo-araba Virginio Rognoni.

La Pira invia un messaggio come vice presidente della Commissione esteri della Camera.

Signor Sindaco, Signori Ministri, Ambasciatori, colleghi ed amici,

quando il Comitato promotore decise che l’odierno incontro di riflessione tra europei e arabi si tenesse a Firenze e in Palazzo Vecchio, esso ha fatto, in certo senso, una scelta non casuale. Perché a Firenze, a partire dal 1956, noi abbiamo avuto una certa singolare esperienza dei problemi tanto complessi- storici, spirituali, culturali, economici e politici- dei popoli mediterranei; e perché questa esperienza si è svolta seguendo una ipotesi di lavoro, che gli eventi mediterranei, europei e mondiali di questi ultimi venti anni non hanno, come crediamo, affatto indebolito, ma hanno anzi fortemente convalidato.

Qual è l’ipotesi di lavoro che è stata alla base, per tutti questi anni, dell’azione fiorentina e quali le idee che anche questo incontro mi suggerisce?

Primo- Anche questo incontro tra europei ed arabi non può non prendere coscienza- e quindi non può non agire conseguentemente- dell’epoca qualitativamente nuova- l’età atomica! – che caratterizza la storia del mondo contemporaneo e che indica senza alternative- per giudizi scientifici, politici, economici e morali- la scelta definitiva della pace (e quindi della giustizia e dell’unità) che presuppone come unici strumenti adeguati il dialogo, il negoziato, l’accordo.

Secondo– I popoli dell’Europa hanno intrapreso questo cammino ed il continente ad Helsinki si è pacificato ed ha con lungimiranza aperto le porte al Mediterraneo. Da questo contesto non può dissociarsi, anzi ne è strettamente legato anche il dialogo tra l’Europa e il mondo arabo.

Terzo- Costruire la tenda della pace è anche il destino del Mediterraneo. Questi popoli, anche se pieni di lacerazioni e di contrasti, hanno, in certo senso, un fondo storico comune, un destino spirituale, culturale e in qualche modo anche politico, comune.

La loro «unità» è essenziale ed è quasi una presenza per l’unità dell’intiera famiglia dei popoli. In questi ultimi decenni ricerche di alto valore hanno cercato di fare e cercano di fare ogni giorno più una analisi attenta di questo «fondo comune» e di questa «storia comune» della triplice famiglia di Abramo che bagna le sponde del Mediterraneo, nuovo lago di Tiberiade!

Tuttavia questa unità trova un perdurante antistorico punto di rottura nell’annoso conflitto arabo-israeliano. Ma anche qui ci sorregge la tesi fiorentina enunciata al Convegno di Cagliari del 1973 allorché sostenemmo che nella crisi arabo-israeliana andava emergendo il problema palestinese e che la soluzione di tale problema non poteva essere che politico.

«Il possibile dialogo arabo-israeliano- dicemmo- se vuole essere efficace e risolutivo davvero non può che essere triangolare: Israele- Palestina e gli altri stati arabi confinanti».

Questa tesi «fiorentina» appare ogni giorno più valida: tutti sono in certo modo persuasi che il negoziato e la pace arabo-israeliana passa inevitabilmente da questo triangolo! Tra le ipotesi di collaborazione che l’Europa della CEE e il mondo arabo si propongono c’è anche questa. C’è soprattutto questo comune sforzo di rendere certezza la speranza radicata in Abramo ( spes contra spem) di riconciliare Israele ed Ismaele. Lasciatemi, dunque finire con questo sogno!

Lasciate che io veda in questa luce lo scopo ultimo di questo convegno euro-arabo che fa rifiorire la tesi di Firenze: «La speranza di Abramo!».

Non c’è che da riprendere, per così dire, la strada di Firenze: la strada della convergenza, dell’incontro che Isaia indicò con tanta precisione…Ed è anche la strada che il Corano (III,64) indica dicendo: «Oh gente del Libro! Venite ad un accordo equo tra noi e voi e vedete di non associare a noi cosa alcuna, di non scegliere tra noi padrone che non sia Dio. Ecco, signori Ministri, Ambasciatori, colleghi ed amici convenuti a Firenze ciò che avrei voluto dirvi se le condizioni di salute mi avessero permesso di essere presente insieme a voi. Spes contra spem!

A conclusione, in relazione alla guerra in Ucraina sono convinto che ancora in vita il professore La Pira avrebbe scritto una lettera aperta a Vladimir PUTIN e a Volodymyr Zelensky.  E così l’ho immaginato…tra le luci del Cielo, a colloquio con un suo grande amico, mons. Gastone Simoni.

Mons. Simoni : Caro professore, di fronte alla guerra in Ucraina e alle tante guerre in atto nel mondo d’oggi solo lei avrebbe potuto svolgere una costruttiva azione di pace.

Giorgio La Pira: Avrei avuto anch’io enormi difficoltà, ma nonostante tutto avrei fatto ogni tentativo accompagnando ogni azione di pace con in mano il Vangelo.

Mons. Simoni: Se le fosse data la possibilità quale soluzione proporrebbe?

Giorgio La Pira: E’ una situazione complessa… sarebbe stato molto meglio intervenire ai primi segnali di tensione tra l’Ucraina e la Russia, già in precedenza con gli accordi Minsk.

Mons. Simoni: Lei è sempre sorprendente, anche in Cielo lei segue con la solita attenzione gli avvenimenti internazionali.

Giorgio La Pira: In questa situazione, al momento attuale, sarebbe fondamentale un diretto coinvolgimento dei sindaci delle più importanti città del mondo.

Mons. Simoni: In che modo potrebbe concretizzarsi questa iniziativa?

Giorgio La Pira: In modo palese e con uno schieramento chiaro, senza i soliti giochi diplomatici, cento sindaci delle città più importanti del mondo dovrebbero chiedere di essere ricevuti prima da Putin e poi da Zelensky , perorando un cessate il fuoco immediato.

Mons. Simoni: C’è da aggiungere un altro fattore da superare: manca una parola forte e un atteggiamento vigile che ricordi alla politica il suo fine: ordinare la società al bene comune e governare i conflitti, operando per una più decisa trasformazione sociale a favore della pace e della povera gente ancora troppo numerosa tra di noi. Tante le comunità che sembrano essersi arrese di fronte ad una sorta di inevitabilità della guerra.

Giorgio La Pira: Anche se l’Onu e l’Europa non riescono da alcuni anni ad essere come la leva di Archimede, destinata a sollevare verso il monte dell’unità e della giustizia il mondo intero, occorre ugualmente continuare ad impegnarsi con tutte le forze per porre fine alla follia di questa guerra.

Mons. Simoni: E se a lei, messaggero di pace in tanti conflitti internazionali, fosse data la possibilità di sostenere una proposta volta a limitare l’intensità del conflitto fino a una cessazione delle ostilità.

Giorgio La Pira:   1.Gli eserciti osservino un “cessate il fuoco” immediato seguito da un ritiro ordinato di tutte le forze militari alle posizioni antecedenti il 24 febbraio 2022 (data dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Mosca).

  1. I territori occupati dalle truppe della Federazione Russa al momento del cessate il fuoco devono rimanere territori dell’Ucraina sotto vigilanza e protezione di truppe delle Nazioni unite che dovranno fornire sicurezza attiva e passiva a tutta la popolazione locale indipendentemente dalle differenze etniche, religiose, linguistiche e quant’altro.
  2. Nelle province di Donetsk e Lugansk devono essere nuovamente svolte libere elezioni democratiche e un referendum sull’autodeterminazione della popolazione entrambi supervisionati da più delegazioni rappresentanti le Comunità internazionali: Ocse, Onu, CSI ecc.
  3. In Crimea, al pari delle province di Donetsk e Lugansk dovrà essere svolto un nuovo referendum sotto la supervisione di organismi internazionali per far scegliere alla popolazione se rimanere sotto la giurisdizione politico-economica della repubblica di Ucraina o divenire a tutti gli effetti territorio della federazione Russa, ritracciandone i confini politici che saranno ufficialmente riconosciuti dalla Comunità Internazionale.
  4. Le autorità governative dell’Ucraina si impegnano a dichiarare lo “Stato neutrale” sul modello della Svizzera, assicurando la Federazione Russa della non adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica.
  5. Di contro, la federazione Russa si impegnerà a non interferire politicamente né militarmente nelle scelte politiche del governo ucraino, incluso l’adesione politico-economica all’Unione Europea come da negoziati da tempo già avviati.

Mons. Simoni: Lei come al solito è sorprendente… Chissà se questa soluzione in futuro potrebbe essere la base per un accordo tra i due Stati belligeranti. Non tutti ricordano quella proposta negoziale con Ho Chi Minh, quando per la precondizione di un cessate il fuoco immediato lei citò un interdectum dell’antico giurista Gaio che si concludeva con quel vim fieri veto (proibisco che si prosegua nell’esercizio della violenza).

Giorgio La Pira: Purtroppo per una serie di ragioni, quella proposta non andò in porto: avrebbe risparmiato tante vite innocenti. Sono convinto che come lo fu Paolo VI per la Conferenza di Helsinki del 1975, in tempi recenti il solo in grado di ricostruire una dinamica e costruttiva mediazione tra le parti sarebbe stato Papa Francesco e abbiamo visto quanto forte sia stato il suo impegno. Ora speriamo in papa Leone XIV.

Mons. Simoni: Allora è vero che lei anche in Paradiso non lascia in pace il Signore, così da conoscere le trattative segrete che sono in corso con il contributo della diplomazia vaticana del Pontefice.

Giorgio La Pira: Inoltre, se mi fosse richiesto e permesso dallo SPIRITO SANTO , io avrei in mente di scrivere una lettera al presidente Putin e al presidente Zelensky.

Mons. Simoni: proviamo…

Giorgio La Pira:  Egregio sig.  Vladimir Putin, Egregio sig.  Volodymyr Zelensky,

Come me, moltissima gente in tutti i continenti sta provando angoscia e dolore per le guerre in atto e in particolare per la vostra: la più dolorosa, perché bagnata da sangue fraterno e cristiano.  Edificare la pace – o spezzare la pace- non è più opera che spetti a coloro che sono preposti alla direzione della vita politica degli Stati e delle nazioni. Consiste sempre più in un processo di edificazione che esige vaste analisi e tocca tutti gli interessi più vitali della comunità umana. La parola ultima, la più impegnativa e decisiva, spetta ormai direttamente, in certo senso, ai popoli. I Popoli non possono e non devono più attendere il giudizio della storia su quanto è accaduto piangendo i propri cari di fronte alle loro tombe.  Mi permetto di ricordarvi che dinanzi alla minaccia di una guerra nucleare le generazioni attuali non hanno il diritto di distruggere una ricchezza che è stata loro affidata in vista delle generazioni future! Si tratta di beni che derivano dalle generazioni passate e di fronte alle quali le presenti rivestono la figura giuridica degli eredi fiduciari: i destinatari ultimi di questa eredità sono le generazioni successive (et ereditate macquirenteam, Salmo 68). Ci troviamo di fronte ad un caso che i Romani definivano sostituzione fide-commissaria, cioè di un commesso di una famiglia destinato a perpetuare in seno al gruppo familiare l’esistenza di un determinato patrimonio.

A Leningrado il 10 luglio 1970 parlai della necessità di unire le città per unire le nazioni; a Berlino nel giugno del 1969 di denuclearizzare l’Europa e il Mediterraneo: di togliere dall’Europa e dal Mediterraneo le due tende del terrore (la Nato e il Patto di Varsavia) e piantare in essa- al servizio dei popoli del terzo mondo e di tutti i popoli della terra- la tenda della pace!

La pace nella giustizia, nella sicurezza per tutti e nel rispetto della vita degli individui e dei popoli. Credo che anche nel profondo del vostro animo voi condividiate con me che le guerre sono un impazzimento degli uomini. Se riusciamo a fare nostra l’idea che il disegno di Dio è realmente di pace nella convinzione degli uomini, il mondo migliora. Solo così possiamo risvegliare tutte le forze unificatrici che sono latenti nel più profondo di ogni animo e far scaturire la santità, la preghiera, la bellezza, il gusto delle cose elevate; di tutte le religioni: dalla comunità cristiana alle vostre rispettive comunità ortodosse a voi care e superando le attuali divisioni: la storia umana ha NOSTRO SIGNORE come causa efficiente e come causa finale! Come fare a prescinderne? E’ il primo dialogo che bisogna fare: la prima conferenza di pace che bisogna convocare.

Illustrissimi Presidenti, vi esortiamo ad uscire da questo spaventoso girone dantesco, e trovare una soluzione negoziale tra la Federazione Russa e la Repubblica Ucraina: una proposta negoziale che miri ad interrompere quel famigerato assioma enunciato dal generale prussiano Von Clausewitz “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” cercando, invece, l’unica via d’uscita di questa immane tragedia fratricida: un cessate il fuoco immediato, senza condizioni preliminari.

Personalmente provo dolore nel vedere coinvolte due città a me care: Mosca e Kiev. Quando nella mia visita in Russia , il 14 agosto del 1959, atterrendo all’aeroporto  di Vnukovo,  guardai Mosca illuminata , mi ricordai di una visione della Gerusalemme celeste che ebbe sant’ Antonio di Kiev quando nell’ammirare la bellezza di Mosca riconobbe in essa l’immagine terrena della città di Dio, la Gerusalemme celeste; in quei giorni ammirai Kiev, gemellata con la mia  Firenze e culla del cristianesimo russo: città dove andai in pellegrinaggio nelle antichissime grotte, dove si ritiravano in preghiera i primi eremiti cristiani russi: da san Sergio di Radonez a san Vladimiro, principe di Kiev. Ogni città è sacra. Perciò le città non vanno toccate, non vanno distrutte dalla guerra. Bisogna consegnarle, intatte ed arricchite, alle generazioni future.

Signor Presidente Putin, signor Presidente Zelensky , perché non dare al mondo presente una prova che solo l’accordo, il negoziato, l’edificazione comune, l’azione e la missione comune per l’elevazione comune di tutti i popoli sono gli strumenti che la Provvidenza pone nelle mani degli uomini per costruire una storia nuova e una civiltà nuova, meditando quotidianamente sulla nostra responsabilità davanti a Dio ed agli uomini?  Perché non ripartire dalla Conferenza di Helsinki del 1975, che – insieme ad altri rappresentanti di tanti paesi del mondo- preparai con il presidente Aldo Moro e mons. Agostino Casaroli, con la guida spirituale di Papa Paolo VI?

Fu un rivoluzionario e pacifico coinvolgimento diretto degli Stati e -dal basso- di tutte le città: come libri vivi della storia. Ciascuna è legata a tutte le altre: formano tutte insieme un unico grandioso organismo portatrici di proposte di pace e non di afflizione, nella prospettiva storica del disarmo universale e della trasformazione dell’arsenale atomico in aiuti economici ai Paesi del Terzo Mondo.

Ci appelliamo alle vostre autorevoli persone per trovare una strada per ricostruire insieme, Oriente ed Occidente, una casa comune in grado di reggere alle tempeste, una casa costruita che deve fondarsi sulla roccia; come dice il vangelo di Matteo. E la roccia sono i santi che Occidente e Oriente venerano insieme: i santi Cirillo e Metodio, San Vladimiro, Sant’Antonio di Kiev, San Teodosio, San Sergio di Radonigi, San Nilo e tutti gli altri che sono il comune tessuto di santità della Chiesa d’Oriente e della Chiesa d’Occidente.

Oriente e Occidente devono comprendere e curare i legittimi timori di ogni popolo, non devono più esserci” aree di sicurezza”, ma la consapevolezza della necessità di lottare tutti simultaneamente contro la fame e la povertà e correggere gli errori del passato che progressivamente ci stanno portando alla catastrofe climatica. Sogno o utopia?

La Madonna vi ispiri e vi assista. Con animo pieno di speranza, vi ricordo le parole di papa Giovanni XXIII “Dio e la pace sono la stessa cosa”.

Nino Giordano

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