A qualche ora dalla torrenziale e maccheronica conferenza-stampa di Renzi, siamo al paradosso : c’è la crisi o non c’è?

La  crisi c’è, eccome: del governo, ma soprattutto del sistema. Siamo, di fatto, al capolinea della “seconda  repubblica” e, se mai ce ne fosse stato bisogno, è del tutto evidente che, al di là dell’urgenza di ridare un governo democratico ed europeista al Paese, si tratta, nel contempo, di guardare più lontano e progettare soluzioni che, sia pure in una prospettiva non immediata, “trasformino” il nostro complessivo apparato politico-istituzionale.

L’unica cosa davvero chiara, per ora, è che Renzi ha messo nel mirino Conte. Ma questa crisi sghemba è davvero tutta farina del sacco di Renzi? Come sostengono molti osservatori la strategia di Renzi comincia e finisce con Renzi stesso? E, se così fosse, a cosa tende il leader di Italia Viva? E secondo quale scadenza temporale? Nell’immediato, invece, chi può essere infine l’ “uomo della partita”, il fruitore finale della crisi?

Quando la politica – si condividessero o meno gli indirizzi del momento – era una cosa seria, lo erano altrettanto, almeno quasi sempre, anche le crisi di governo. Talmente serie che talvolta si assisteva ad una sorta di corto-circuito o di inversione  temporale che pur aveva una sua consequenzialità logica , in fondo ineccepibile: le crisi prima si chiudevano e solo a quel punto si aprivano. Manovre di palazzo, si dirà; operazioni “coperte”, condotte nelle segrete stanze  del potere. Lontano dagli occhi indiscreti del cittadino. In buona misura, sì. Ma fino ad un certo punto ed, in definitiva, più trasparenti o almeno meglio comprensibili di quanto non stia succedendo in questi giorni. Pur sempre orientate a riaccostare la barra della politica alla condizione del Paese.

Anche quando incorrevano in lotte intestine, mai potevano essere ascritte al capriccio e, pure se non riuscivano a tanto, erano, per lo più, orientate a colmare o almeno contenere quel distacco tra Paese reale e Paese legale che ci trasciniamo da allora, ma che oggi tende addirittura a dilatarsi. Erano gli anni di una democrazia difficile ed incompiuta finché si vuole, ma sostanziale ed effettiva, la quale, nella misura in cui riconosceva nella centralità del Parlamento la regola sovrana e comune dell’ ordinamento democratico, è stata sempre in grado di evitare lacerazioni pericolose del tessuto civile e della coesione sociale del Paese.

Anche se, quando la  “prima Repubblica” si è avvitata nella sua défaillance terminale, c’è chi ha voluto demonizzare, connotandolo in termini fortemente negativi, il cosiddetto “consociativismo”; pratica che, peraltro, a suo modo, attestava una capacità di armonizzazione  delle differenti istanze che attraversavano  il corpo sociale, che non si limitava a comporle in funzione degli interessi particolari rappresentati dalle forze della maggioranza di governo, ma allargava la mediazione all’ ambito complessivo del Paese.

Non a caso, la numerosità dei governi che si sono succeduti nel corso di quei lunghi anni non ha compromesso una continuità degli indirizzi di governo maggiore di quanto comunemente non si voglia ammettere. Ad ogni modo, non si tratta certo di tessere le lodi della prima Repubblica che, a questo punto, può essere rimessa al giudizio della storia che non mancherà di essere più equanime di quanto non siano state le passioni cocenti della cronaca.

In questi giorni, si osserva, se mai – lo scrive giustamente Giancarlo Infante  – come sia piuttosto la “seconda Repubblica” a tirare le cuoia ( CLICCA QUI ). Con una differenza di non poco conto: la prima Repubblica si è accartocciata su sé stessa in quanto, da un certo punto in poi, ha tradito le sue premesse.

La seconda repubblica, al contrario, si sta dissolvendo per aver sviluppato compiutamente, coerentemente e fino  in fondo le premesse strutturali e sistemiche da cui è nata. A maggior ragione non ha alcun senso inseguire soluzioni posticce e pasticciate, basate sui cosiddetti ”responsabili”.

Renzi e Conte  stanno segando insieme il ramo su cui sono appollaiati entrambi, con il resto di un sistema che ha condotto il Paese  ad una condizione tale da mettere a rischio il corretto sviluppo politico ed istituzionale della stessa vita democratica. Siamo di fronte ad una crisi del tutto indecifrabile secondo le normali categorie di valutazione politica degli eventi, al punto che, per darsene una ragione, diventa  forse necessario  ricorrere ad una analisi dei due contendenti sotto il profilo psicologico ed emozionale dell’uno e dell’altro.

Ed è grave che il Paese, in un momento di tale difficoltà, debba essere ostaggio degli umori di veri o presunti leader. Sarebbe bene che ciascuno dei due interrogasse anzitutto sé stesso e verificasse se, in scienza e coscienza,  si senta effettivamente in grado di servire il Paese, come si aspettano gli italiani, se non altro per le centinaia di concittadini che tutti i giorni soccombono al virus.

L’ Italia può fare a meno e di Conte e di Renzi e nessuno dei due pretenda che ci  si impicchi alle loro ambizioni.

Tolti sovranisti, demagoghi e populisti dei due partiti di destra che hanno in odio l’Europa, vi sono forze che possono onorevolmente guidare il Paese su un cammino di ripresa  e di ricostruzione  materiale e morale.

Domenico Galbiati