Prima o poi doveva accadere. Visto che le “parole sono pietre” come scriveva Mario Levi, il rapporto del governo Meloni con l’Unione europea si sta rivelando ciò che si temeva. I fatti sono noti, basta metterli in fila, capirne la gerarchia e trarre qualche conclusione, come insegnano gli esperti della geopolitica, per farsi un’idea non improvvisata.

Litighiamo con la Francia, per la seconda volta nel breve spazio di due mesi e quasi per ripicca, per un mancato invito di Macron alla cena con il Premier tedesco e il Presidente Zlensky che ha preceduto l’ultimo Consiglio europeo. Il “Patto del Quirinale” pazientemente costruito da Mattarella è già sotto attacco. Non siamo messi bene con la Germania, al di là dei sorrisi di circostanza. Prima per il gas, ed ora per i massicci interventi tedeschi nel settore militare e per gli aiuti di Stato che Scholz vorrebbe destinare alle imprese da parte di ciascun Paese e non con un nuovo fondo comune europeo. Due interventi che i tedeschi possono permettersi ma noi no.  Nel Parlamento europeo il partito FdI è con i conservatori polacchi e ciechi e non nasconde simpatie un leader ungherese Orban, chissà poi per quali interessi oltre a quelli di parte.

Il risultato è davanti ai nostri occhi: L’Italia, tra i fondatori dell’Unione, seconda o terza potenza industriale del continente, con l’economia delle regioni del nord strettamente interconnessa a quella tedesca, si colloca per scelte politiche più vicina al “gruppo di Visegrad” di alcuni Paesi dell’est piuttosto che alle due potenze centrali di Germania e di Francia.

Nel prossimo mese di marzo il Consiglio Europeo dovrà decidere sugli aiuti di Stato; tornerà di attualità il patto di stabilità; dovremmo ratificare la riforma del MES e la BCE è ridurrà ancora gli acquisti dei titoli di Stato. E noi che facciamo? Il nostro debito pubblico non ci consente di essere nelle stesse condizioni degli alleati ma anziché cercare intese noi ci contrapponiamo, alziamo la voce e la Presidente del Consiglio giunge a dire che “se il gioco si fa duro, rispondo da uomo”. Ci mancava solo questa.

I motivi di ulteriori contrasti non mancano. I fondi del PNRR, parliamo di oltre duecento miliardi di euro sino al 2026, erano e sono strettamente legati al verificarsi di due condizioni. La prima: avere i progetti e soprattutto realizzarli nei tempi previsti.; la seconda, completare le riforme per il fisco e per la concorrenza.

Sui progetti siamo in ritardo, complici forti aumenti dei prezzi di materie prime ed energia. Di conseguenza dobbiamo negoziare: ci presenteremo con i piccoli paesi dell’est, ben sapendo che la Germania è sempre decisiva e controlla i sospettosi Paesi “frugali” del nord? Per la riforma del fisco era già stato predisposto dal precedente governo il decreto legislativo ma l’attuale esecutivo ha preferito indugiare sui piccoli ritocchi, salvo annunciare a breve una diversa riforma. Sulla concorrenza siamo all’ennesimo rinvio. Dopo avere lisciato il pelo a benzinai, taxisti e balneari in campagna elettorale, il partito di maggioranza trova il modo di assecondare ancora gli attuali beneficiari, con i loro privilegi ed esclusive in nome di una proroga tecnica fino al 2024. I gestori dei settemila stabilimenti balneari sono passati all’incasso e continueranno a beneficiare di affitti irrisori e tasse facilmente eludibili.

Ecco, al di là delle dichiarazioni ufficiali, tornare il fantasma del sovranismo, quello della campagna elettorale che a suo tempo partiva addirittura dal “no-euro”.  Sarebbe interessante capire che cosa ne pensa il cosiddetto “centro” dell’attuale coalizione. A cominciare dal Ministro degli Esteri Tajani.

Guido Puccio