Forse era stanco, oppure semplicemente impreparato, ma lo sproposito infilato dal presidente Conte in diretta televisiva è stato clamoroso. Rispondendo a una domanda sul MES, il fondo europeo convertito per sostenere la spesa sanitaria dei Paesi membri che ne fanno richiesta, il presidente ha giustificato il mancato ricorso dell’Italia dicendo che essendo un debito, il suo utilizzo comporterebbe un amento delle tasse o un taglio di spese. Incredibile: quando si emettono titoli di Stato per avere risorse a debito si ricorre forse a un aumento delle tasse? Oppure si procede a un taglio della spesa?

Nemmeno un ragazzino al primo anno di ragioneria confonde le ragioni degli investimenti con il fabbisogno di spesa corrente.

Anche il Recovery fund in larga parte è un debito, e salutandolo tra i rimedi decisivi per affrontare la grave crisi economica, nessuno si è posto il problema di come ripagarlo. Ma è proprio a proposito del Recovery fund che cominciano ad affiorare i primi interrogativi.

Primo. Il bilancio europeo 2021-2027 non è ancora stato approvato e qualcuno dei paesi cosiddetti “frugali” ha già cominciato a puntare i piedi sulle eccessive facilitazioni concesse all’Italia. Prima di giugno 2021 non si sbloccherà e solo la presidenza che in questo semestre fa capo alla Cancelliera tedesca Merkel garantisce che per ora non ci saranno sorprese. Ma dopo?

Secondo. Non si sa ancora come saranno spesi i 209 miliardi di euro destinati al nostro Paese. Se lo chiedeva lunedì scorso anche Massimo Cacciari su “La Stampa” domandando “a chi ci governa, senza opposizioni di sorta ormai da quasi un anno, come intende spendere i quattrini e con quali priorità (nomi e cognomi, please)”. In effetti ad oggi si è parlato prima di seicento progetti in preparazione nei ministeri, poi solo di grandi temi come economia verde, transizione digitale, ricerca e sviluppo, che sono poi i titoli delle linee guida concordate con Bruxelles. Ma in concreto?

Terzo. Una volta deciso come utilizzare i fondi, è lecito chiedersi se saremo in grado di spenderli. A prima vista la domanda potrebbe sembrare banale, ma purtroppo la nostra capacità di spendere quanto già stanziato e finanziato è tutt’altro che scontata. Basti constatare che gli ultimi piani di governo approvati prevedevano investimenti per 40 miliardi di euro e nonostante tutto ne sono stati spesi meno della metà.

Né si pensi che ad interporsi tra progetto, finanziamento ed effettiva realizzazione ci siano solo le solite lungaggini burocratiche o qualche intervento di un pubblico ministero che blocca tutto. Ci sono anche il malaffare, che grande o piccolo purtroppo non manca mai, e le bizze di protagonisti grandi e piccoli della politica che non esitano ad alzare le barricate per impedire un intervento significativo, come pure gli assalti dei “peones” che non demordono da richieste a pioggia in nome dei territori. Per non dire dei vari Toninelli di turno che, pur di fermare una grande opera iniziata, si inventano  verifiche farlocche dei costi e benefici.

Lo sanno poi i nostri personaggi ed interpreti della politica che la Commissione Europea sta preparando una task force di esperti veri che avrà il compito non solo di verificare con rigore la conformità dei progetti da finanziare alle linee guida approvate dai singoli Paesi membri, ma anche e soprattutto una volta approvati di controllarne la effettiva loro esecuzione?

Questa volta non si potrà scherzare. Perdere tempo o fermarsi vorrà dire vedere venir meno i tanto sperati finanziamenti come pure i versamenti a fondo perso. Forse per una volta potrà essere chiara la responsabilità di chi è incapace e di chi rema contro: c’è folla in questa categoria della nostra attuale contingenza politica.

Guido Puccio

 

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