Donald Trump con le sue dichiarazioni sulla possibile riunificazione dell’Irlanda ha deliberatamente provocato uno scossone in tutto il Regno Unito dove non si è mai sopita l’aspirazione di Scozzesi e Gallesi alla autodeterminazione.

Difficile non pensare ad una deliberata e interessata azione contro il Governo di Londra reo di non essere più totalmente succube della Casa Bianca e che pochi giorni fa si è permesso di fare lo sgarbo più grande con l’annuncio di provvedimenti, decisi con numerosi altri paesi europei e il Canada, assunti a carico di Israele per la “pulizia etnica” in corso in Cisgiordania.

E’ complessa la questione dell’Irlanda del Nord. Il Governo britannico ha ricordato che la questione dello status dell’Irlanda del Nord è disciplinata dall’Accordo del Venerdì Santo e che, al momento, non esistono le condizioni per un referendum sulla riunificazione.  E il processo di pacificazione dell’Ulster, dopo decenni di violenze e di terrorismo, ha rappresentato uno dei più importanti successi della diplomazia europea e anglo-irlandese della fine del Novecento.

L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 non ha cancellato le differenze tra unionisti e nazionalisti ma ha stabilito le condizioni politiche perché quelle differenze potessero essere affrontate senza tornare alla guerra fratricida che ha provocato migliaia e migliaia di morti. Anche la Brexit ha successivamente riaperto problemi delicatissimi, proprio perché il confine irlandese era diventato uno dei nodi più difficili della separazione britannica dall’Unione europea.

E allora la domanda è inevitabile: perché il Presidente degli Stati Uniti sente il bisogno di inserirsi direttamente in una questione così delicata da vero e proprio elefante nella cristalleria?

Trump, ancora una volta, «destabilizzatore» che forse è il termine più preciso, e anche il meno offensivo, per definirlo. Non perché tutte le sue dichiarazioni siano necessariamente destinate a produrre effetti concreti, e nemmeno perché ogni sua provocazione nasconda una strategia compiutamente elaborata. Ma perché esiste, nel modo in cui il Presidente americano esercita il potere, una costante propensione a mettere in discussione equilibri che per decenni hanno rappresentato punti di riferimento della politica mondiale.

Trump sembra avere trasformato la destabilizzazione in uno degli strumenti ordinari della sua politica internazionale. Alle tante sparate, alle dichiarazioni contraddittorie, alle affermazioni spesso smentite dai fatti o dalle testimonianze accertate, non corrisponde necessariamente l’assenza di una logica. Al contrario. Dietro l’imprevedibilità apparente sembrano esserci alcuni punti fermi.

Il primo riguarda Trump e la sua famiglia, i loro interessi, i loro affari e il modo nel quale il potere politico può diventare uno strumento di forza economica.

Il secondo, la convinzione che il vecchio ordine internazionale debba essere profondamente modificato. Trump non sembra voler semplicemente governare il mondo che ha trovato. Sembra volerlo trasformare. E qui il «Make America Great Again» acquista un significato molto più concreto di quello di uno slogan elettorale. L’America, secondo Trump, può tornare grande soltanto se qualcun altro paga il prezzo della sua grandezza. E quel conto, almeno in larga parte, dovrebbe essere pagato dagli alleati degli Stati Uniti: dall’Europa innanzitutto, ma anche da altri Paesi del Medio Oriente e dell’Asia.

Il problema è che l’America di Trump non è più soltanto quella delle grandi industrie tradizionali. Alle sue spalle c’è un blocco economico e finanziario potentissimo, formato dalla grande tecnologia, dalla finanza, dall’industria energetica e dal complesso militare-industriale. Ed è difficile pensare che questo sistema possa ottenere vantaggi crescenti semplicemente accettando il sistema delle regolamentazioni e degli scambi definitisi nel corso dello sviluppo della cosiddetta globalizzazione, evidentemente andata oltre la semplice idea di riempire il resto del mondo di prodotti occidentali, attuare le delocalizzazioni che garantiscono mano d’opera a bassissimo mercato e, quindi, altissimi profitti senza spendere in innovazione e trasformazione dei sistemi produttivi.

Alla competizione contro la Cina , che ha sostituito la cooperazione, si deve aggiungere lo scontro con l’Europa: gigantesco mercato e principale concorrente strategico ed economico degli Stati Uniti in termini di dimensione e forza economica. Molto più conveniente, allora, è un’Europa indebolita. Non necessariamente un’Europa sconfitta. Bensì liquefatta. Incapace di presentarsi come soggetto politico unitario, incapace di imporre regole comuni e quindi molto più esposta alla forza economica, tecnologica e finanziaria americana.

Non è un dettaglio che proprio l’Unione europea abbia costruito negli ultimi anni un sistema di regole particolarmente severo nei confronti delle grandi piattaforme tecnologiche americane. La tensione tra Washington e Bruxelles su questo terreno è ormai evidente. Spezzare quell’argine renderebbe più facili le scorribande delle grandi multinazionali americane non soltanto in Europa, ma anche nel resto del mondo.

Per indebolire l’Europa non è necessario dichiararle guerra. È sufficiente alimentarne le divisioni. E quali strumenti migliori possono esserci delle forze politiche nazionaliste ed estremiste che hanno nell’antieuropeismo uno dei propri caratteri fondamentali? A questo si aggiunge, in alcune di queste forze, un terreno culturale ed ideologico comune fatto di ostilità verso l’immigrazione, di razzismo, di suprematismo bianco e di una concezione della società nella quale la difesa dell’identità nazionale viene spesso contrapposta all’idea stessa di una comunità sovranazionale.

E in Europa gli effetti cominciano a vedersi. La crescita delle forze più radicali e nazionaliste rappresenta un fenomeno che non può più essere considerato marginale. Adesso, in alcuni casi, queste forze trovano anche interlocutori e sostegni internazionali che fino a qualche anno fa sarebbero sembrati impensabili. È un processo che può riguardare anche Israele, soprattutto nella misura in cui una parte della politica israeliana guarda con favore a un’Europa meno incline a mantenere posizioni autonome ed equilibrate sulla questione mediorientale e meno disponibile a sostenere le aspirazioni palestinesi.

E’ oramai sotto gli occhi di tutti come Trump non sia affatto alla ricerca di un mondo realmente ordinato. A meno che non lo sia secondo le condizioni americane, e più precisamente secondo le condizioni che la “sua” America intende imporre.

Lo si è visto anche nel rapporto con gli alleati. Il modo nel quale ha trattato Giorgia Meloni è, da questo punto di vista, significativo. Per anni, la Meloni è stata considerata una delle leader europee più vicine a Trump. Poi, sono arrivate le accuse, le battute, perfino quel messaggio sulla necessità di un «restraining order». Successivamente, i rapporti sono tornati più concilianti. Ma proprio questa oscillazione mostra quanto sia particolare, per Trump, il concetto di amicizia politica. L’alleanza, per Trump, sembra essere soprattutto una relazione nella quale ciascuno deve dimostrare continuamente la propria utilità.

Lo stesso Regno Unito, storico alleato privilegiato degli Stati Uniti, non sembra essere immune da questa logica. E allora la questione irlandese assume un significato ancora più rilevante.

Il problema, però, è che la destabilizzazione può produrre risultati che sfuggono a chi la utilizza. Perché se davvero il Regno Unito dovesse attraversare una fase di disgregazione, il risultato potrebbe essere esattamente l’opposto di quello che Trump immagina.

Una Scozia indipendente, o anche soltanto più lontana da Londra, potrebbe cercare ancora più decisamente il rapporto con l’Europa. Lo stesso potrebbe accadere in Galles. E una eventuale riunificazione irlandese porterebbe inevitabilmente la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord dentro una nuova configurazione politica nella quale il rapporto con l’Unione europea avrebbe un peso enorme.

In altre parole, la disarticolazione del Regno Unito potrebbe non produrre un’Europa più debole. Potrebbe produrre, paradossalmente, più Europa. È questo forse uno degli aspetti che Trump rischia di sottovalutare.

E c’è una domanda alla quale prima o poi Trump dovrà rispondere. Se nel tentativo di liquefare gli altri  fosse proprio l’America, anche la sua, a scoprire di avere bisogno di un mondo stabile? Per ora, i disastri che ha combinato nel Medio Oriente non sembrano avergli fatto apprendere fino in fondo la lezione, ma se viene rimandato a settembre – anzi a novembre con le elezioni di “midterm” -molto probabilmente dovrà correre ad apprenderla. Anche perché potrebbe di colpo dover fare i conti con la prima cosa che ha destabilizzato: la sua America.

Giancarlo Infante

About Author