Tra “spiagge libere e lidi in concessione”, il centro italiano cerca di capire se è un luogo o un’idea
C’è un piccolo ombrellino piantato sulla spiaggia assolata della politica italiana. Attorno, un gruppo sempre più folto di persone — chi in costume, chi in giacca e cravatta — corre a ripararsi sotto quella fragile ombra. È la metafora perfetta del “centro”: un tratto di spiaggia libera, dove si affollano riformisti, civici, europeisti, ex radicali, ex renziani, ex tutto. Un luogo che promette libertà, ma che spesso finisce per somigliare a un rifugio provvisorio dalla calura tra due lidi apparentemente ben più ordinati: quello di destra e quello di sinistra.
In queste ore circolano due articoli che letti assieme fotografano bene lo stato dell’arte.
L’Espresso disegna la scena seguendo la consueta logica degli schieramenti: un elenco di sigle e di nomi che vanno da Della Vedova a Onorato, da Ruffini a Calenda, da Spatafora alla minoranza riformista del Pd. Tutti insieme, potenzialmente appassionati. Ma ciascuno con la propria sdraio pieghevole. L’unica parola d’ordine sembra essere “mettersi insieme”, come se bastasse una sommatoria di lodevoli intenzioni per creare una forza politica. Il risultato, così, è un calderone dove si mescolano ambizioni civiche, nostalgie, progetti riformisti e rivendicazioni personali. La “spiaggia libera” del centro rischia di diventare un’area di sosta tra due alternative radicate, dove si discute più di alleanze che di idee.
Dal centro tattico a quello programmatico
Un secondo articolo, firmato da Emanuele Pascuzzi su Il Domani d’Italia, prova a spostare il discorso su un piano più alto. Non un centro come spazio indefinito, ma come identità riformista. Non un rifugio tattico, ma un progetto politico fondato su serietà, competenza e pragmatismo. Pascuzzi scrive che il compito del centro non è rifare il mondo, ma impedire che si disfi — un’eco di Camus che restituisce dignità a una parola spesso abusata.
Il centro, in questa visione, non è una terra di mezzo, ma un argine: contro la semplificazione, contro il populismo, contro la politica del solo dire. Un luogo dove la complessità si governa, non si evita. Ma per farlo serve una progettualità chiara, non un posizionamento tattico. Serve una cultura di governo che sappia dire agli elettori non solo cosa si vuole fare, ma anche come si intenda farlo. Poi, anche a seconda dei risultati elettorali, eventualmente, anche con chi si possa farlo.
Il rischio della “spiaggia libera”
I due articoli costituiscono una fotografia del momento ed indicano l’esistenza di una frattura concettuale.
Da un lato, il centro come somma di sigle e personalità in cerca di collocazione. E tra queste c’è anche chi è eterodiretto, chi ha solo mire personali, e chi presume di avere il miglior slogan, il miglior programma e, in sostanza, non va con gli altri, ma vuole che gli altri si sistemino a casa sua. E sorvoliamo sui tanti che dicono di avere reti presenti nel territorio, migliaia di iscritti, di gruppi, di associazioni collegate. L’esperienza ci dice che può essere tutto vero, ma anche che molti dei loro presunti aderenti sono al tempo stesso inseriti in tante altre reti. Tanti eserciti sulla carta da sbandierare in televisione. Ecco, un primo elemento che dovrebbe caratterizzare questo centro dovrebbe essere proprio quello della serietà nel metodo e nel modo di porsi.
Dall’altro lato, può esserci un centro destinato a presentarsi come progetto politico coerente, capace di costruire alleanze senza perdere il proprio baricentro.
Il primo, è una “spiaggia libera”, dove tutto è possibile ma nulla è stabile. Il secondo, è un tentativo di costruire una “riviera” programmatica, con regole, valori e una direzione chiara.
La domanda è semplice: un possibile centro italiano vuole essere un luogo di passaggio o una casa politica? Vuole continuare a vivere di tattiche e di equilibri, o vuole diventare riconoscibile per ciò che propone e per ciò che difende? Una domanda che vale, e molto, soprattutto dopo aver visto nascere nel ’22 il Terzo Polo. Immediatamente disfatto da Renzi e Calenda nonostante avesse raggiunto oltre l’8 % che, forse, oggi, avrebbe avuto un peso molto rilevante in un quadro politico tanto sfilacciato e poco attendibile. Ecco, quell’esperienza ci dice esattamente quali pericoli evitare.
Un’identità trasformatrice, non un ombrellino provvisorio
La politica non vive di posizionamenti verbali, ma di identità dichiarate e impegni mantenuti. Un centro che rinuncia ai propri valori perde credibilità; un centro che si vede solo come un potenziale futuro arbitro tra destra e sinistra e, per far ciò, perde ogni iniziativa autenticamente trasformatrice può servire ad accontentare gli appetiti parlamentari di qualcuno, ma non a molto altro. Ed invece, solo tenendo insieme questi due elementi — coerenza e trasformazione— può diventare davvero una forza di governo, e non soltanto un punto di passaggio del consenso elettorale.
Sulla spiaggia della politica italiana, l’ombrellino del centro è purtroppo ancora piccolo. Anche per le responsabilità di chi oggi lo popola. Ma se sotto quell’ombra si comincerà a discutere di idee e non di sigle, di riforme e non di alleanze, allora forse la “spiaggia libera” potrà diventare davvero ciò che chiede il Paese.
Il compito dei popolari per un baricentro possibile
I popolari devono essere consapevoli della funzione che possono svolgere perché nasca davvero un’area centrale allargata, capace di dare al Paese un baricentro sociale e di cultura politica. Non si tratta di rivendicare una rendita di posizione sulla base della pretesa di rappresentare in astratto chissà che cosa. Ma di marcare una tradizione di pensiero e di azione politica e, quindi, una specificità: il senso della libertà – alla Sturzo – che non coincide con il liberismo economico; la visione della vita che non separa l’individuo in comparti stagni — economico, sociale, spirituale — ma lo riconosce come unità di senso, portatore di valori e di responsabilità.
Per i popolari, il centro non è mai stato il rifugio del moderatismo piccolo‑borghese, ma l’ambito in cui le classi sociali trovano mediazione e rappresentanza delle proprie aspettative all’interno di un quadro innovativo, oltre che democraticamente condiviso. Un quadro che si richiama alla Costituzione, intriso com’è di solidarismo, di cura del lavoro — di tutto il mondo del lavoro — e di una visione sociale che va oltre la tutela della Persona intesa solamente come suddito e consumatore.
Il fine ultimo è una democrazia partecipata, fondata sulla distinzione dei poteri, sulla tutela delle autonomie amministrative, e sull’idea che in ogni ambito si debba perseguire giustizia sociale, sviluppo e innovazione. Solo così il centro può tornare a essere una carta credibile, al di là di ogni tecnicismo applicato ad una legge elettorale – tipo quella che Giorgia Meloni sta approntando – come a lungo, del resto, è stato e ciò non un equilibrio tattico, ma una direzione di marcia perseguita sulla base dell’autonomia e non della subalternità.
Su queste basi, pronti al confronto e alla collaborazione con tutti, altrimenti … buon bagno.
Giancarlo Infante