Sono stato abituato a pensare al fascismo non solo come ad un regime totalitario e negatore delle libertà, ma anche come ad un regime assurdo, grottesco e ridicolo, oltre che violento. Forse in questo mi avevano anche influenzato gli straordinari personaggi-caricatura del fascismo, come “Catenacci”, creati all’inizio degli anni settanta dalla trasmissione radiofonica e ascoltatissima “Alto gradimento” di Renzo Arbore, una trasmissione che era per me un appuntamento quotidiano. Non avrei mai pensato allora che si potesse un giorno tornare a pensare al fascismo come a un regime che “faceva anche cose buone” – come se quelle cose non servissero a supportare politiche “cattive”-  o come un regime privo dei tratti grotteschi e disumani che gli sono stati giustamente attribuiti. I racconti delle piccole, ma significative, prepotenze quotidiane del fascismo che avevo sentito dai nonni e dai genitori confermavano del resto quel quadro.

Ora noto invece che le persone comuni  ( ma…che scuole hanno fatto? verrebbe da chiedere…) hanno cominciato a vedere il regime in modalità un po’ diverse, modalità che rimuovono tra l’altro il grottesco e il disumano. E ancor oggi torniamo a parlare del pericolo di un ritorno di forme fasciste di potere o dell’instaurarsi di un  regime autoritario. Personalmente, non credo in questi pericoli reali, ma penso che questa rinata “popolarità” sia un indicatore di qualcosa di più profondo, di più insidioso e di più pericoloso, persino  di un regime autoritario alla Orban. Credo di aver adeguatamente spiegato il pericolo vero nelle parole scritte da me  un anno fa e qui sotto riportate :La logica fascinatrice della forza e della “spietatezza”, capa­ce di piegare la legge e il diritto – quella logica che è oggi la proiezione rovesciata e l’entità complementare di (una) paura inconfessabile – nasce di qui. E consegue un esito paradossale. L’“opposizione” al neoliberismo è monopolizzata dai naziona­lismi xenofobici e parafascisti, spietati, illiberali e “tradizionali­sti”, strumentalmente persino “religiosi”, che si propongono come i “veri oppositori” della globalizzazione liberista, ma che ne sono piuttosto i complici occulti e inconsapevoli, complici che addirittura talvolta sembrano costruire la loro popolarità su una ostentata vicinanza a elementi del passato fascista. L’osten­tazione, apparentemente “folkloristica” di alcuni elementi del fascismo, non casualmente tornati ad essere fonte di popolarità, addirittura anche fuori d’Italia, non ha nulla a che fare con un presunto “eterno fascismo” come categoria antropologica; ma è piuttosto un ulteriore elemento di nascondimento e mistifica­zione: la demonizzazione del diverso, dello straniero, dell’im­migrato, che diventa il nemico, è la realtà di superficie, certo inquietante, ma che serve a nascondere ben altro, a dirottare l’odio mediatizzato verso falsi obiettivi (il “pericolo migranti”).

Vi è infatti qualcosa di molto più inconfessabile e ancor più inquietante alle radici. Alle radici della paura come legame socia­le e dell’odio come barriera difensiva, vi è innanzitutto la logica argomentativa aberrante e infantile dell’identificazione della dif­ferenza con l’opposizione (per cui “chi non è con me è contro di me”) sempre più diffusa nella (in)cultura di massa, incapace di trarre vantaggi dalle diversità. Vale a dire la logica dei processi di “de-civilizzazione” da cui trassero origine i totalitarismi del XX secolo, e particolarmente il fascismo. Ma c’è forse anche la co­scienza inconfessata del “rischio”, connaturata al progresso tecnologico, visto come portatore di un’incertezza globale, coi suoi corollari di diffidenza e sospetto, mai come oggi legittimati dalla pandemia inattesa ( ed oggi aggiungerei, anche dalla guerra tornata nel cuore d’ Europa). E questo “rischio”, a sua volta, implica la sog­gezione, cinicamente accettata, alla “necessità tecnocratica” (e oggi aggiungerei anche alla necessità “bellica”), che impone alla “politica” di agire anche escludendo e discriminan­do, se inevitabile, le persone, oppure sacrificando i diritti a parte quelli, a prima vista “radicali”, o “avanzati” ma politicamente “neutrali” e irrilevanti, in genere promossi dalle culture politiche di “sinistra”, configurati in chiave individualistica, riconosciuti al singolo, non nella sua qualità di membro di una comunità, ma per l’appagamento egoistico di bisogni individuali . Diritti in un certo senso promossi tanto dalla società di mercato quanto dal pensiero tecnocratico e “post-umano”, diritti popolari nel senso comune, che ne esce tranquillizzato. Diritti posti nell’in­teresse esclusivo dei singoli, non nell’interesse della comunità.

C’è, d’altro lato, una modalità quasi complementare rispetto a questa tendenza, in genere promossa da culture di “destra”, una sorta di aspirazione inconfessabile verso una legge positiva, che esprima comandi assoluti, irrevocabili, non modificabili nel tempo e nello spazio, che esoneri l’individuo da quella liber­tà-responsabilità di cui è certo di essersi sbarazzato e che forni­sca quei criteri del bene e del male che lui, da solo, nella com­plessa società tecnologica, non è più in grado di riconoscere, e che insomma riduca la giustizia a legalità. E una legalità priva di giustizia non è tenuta a includere e mediare (l’individuo non ha bisogno di mediazioni, in quanto tale!), ma può esser libera anche di agire escludendo. Qui la tranquillità non viene dalla tutela offerta dai “diritti”, ma dalla tutela fornita da una autorità dotata di forza” ( U. Baldocchi Riscoprire l’ Europa- Le radici umanistiche smarrite e il Coronavirus, Firenze, Le Lettere, 2021, pp. 212, 213).

Ecco, aggiungerei che questo è ciò che rivela il fascismo tornato di moda: la ricerca  di una legge rigida, immodificabile, assoluta e di una autorità tutelare , “protettrice” dotata di forza e capace di imporre una legge , uguale per tutti, che non deve essere però messa in discussione da nessuno. Una autorità che potremmo chiamare, se vogliamo,  anche “sindaco degli Italiani”  o presidente eletto  dagli Italiani, ma che avrebbe un potere anomalo e straordinario, un potere che usa la logica della forza o della necessità, come fa  la guerra e come fa anche ( benché questo non si dica) la globalizzazione liberista. I pericoli veri per la nostra repubblica vengono allora  da chiunque appoggi questa logica, come fa la Destra, oggi forse in modo sempre meno occultabile.  Il contrasto a questi pericoli deve però fondarsi su coerenza e chiarezza, una coerenza e una chiarezza che non si vedono ancora nel campo democratico : limitarsi a contrapporre alla Destra i diritti dell’individuo- non quelli della persona e soprattutto i doveri sociali- farebbe soltanto il gioco di chi vuole rendere inevitabile il ricorso ad un potere che non può mai sbagliare ( perché autoritario e/o anche perché semplicemente….”tecnico”, come potrebbe errare un “algoritmo”? ). Una libertà non responsabile non può esser bilanciata altro che da un potere infallibile, o da giudici infallibili. Questo potere non avrebbe ovviamente niente di inquietante, almeno a prima vista. Sarebbe designato con etichette tranquillizzanti come potrebbe essere quella del “sindaco d’’ Italia” o di presidente degli Italiani. Resterebbe però un potere retto dalla logica ferrea, ma neutra, solo a prima vista, della necessità. Ecco il problema.

Per impedire tutto questo non si tratta di fare fronte contro un presunto pericolo fascista. Si tratta di combattere, di distruggere, anzi di fare a pezzi,  la logica fascinatrice e diabolica della “necessità”, superando la paura inconfessata ( degli altri e del futuro) che ci domina in profondità. Cominciamo davvero a “”credere”, ma non nel senso di aderire ad una o ad un’altra idea astratta ( sarebbe infatti questo il “credere” idolatrico e disumanante,  quello che include l’ “obbedire” e il “combattere”, che trasforma una idea politica in una fede), ma nel senso profondo e umanizzante di riattivare la fiducia nelle persone, negli altri, di riattivare la fiducia di fondo che ci consente l’uso umano della parola. E’ questa la legge della fiducia  che fonda il diritto e che è necessaria alla vita collettiva ed al futuro.  Oltre che alla nostra Repubblica .

Umberto Baldocchi