Le elezioni politiche erano “straordinarie” e questo aggettivo ansiogeno ha effettivamente rappresentato una scossa per gli italiani, anche perché tutti i dati segnalavano un consenso prezioso e inedito per il governo Draghi. È stato un trauma che ha aumentato emotività e incertezza, tanto più impattanti dopo il Covid.

La prima prova “tecnica” di quanto detto è il cambiamento radicale dei temi con l’avvio della campagna elettorale, che ha rapidamente eccitato la questione energetica e il costo delle bollette. Si è così costruita una vera e propria
saga propagandistica per cancellare l’ombra di Draghi e soprattutto la capacità di pacificazione che il suo governo
aveva a lungo dimostrato. È prevalsa la scelta di drammatizzare il clima e amplificare l’ansia sociale. Tutto ciò ha avuto precise conseguenze sulla lingua e sui toni gladiatori, aumentando così la dipendenza dai media e dalla rappresentazione dei sondaggi. L’eccitazione dei messaggi, però, entra sempre nel conto della disinformazione.

Si è rafforzata così la scelta di usare il voto come forma abbreviata di partecipazione politica, con un sentimento simile a ciò che chiamiamo “diritto di tribuna” quasi a evocare la tradizione inglese dello speakers corner. Ma questo non significa che siamo di fronte a mere forme di protesta, se non altro perché il clima psicologico e sociale è cambiato in modo significativo sotto l’effetto dell’ipertensione e della “bulimia comunicativa” promosse da molti politici.

L’incremento di emotività è tuttavia l’indicatore chiaro di quanto la comunicazione si sia impadronita dei temi elettorali, alimentando una campagna caratterizzata da scarsa innovazione espressiva e da un aumento di decibel, con buona pace per la razionalità delle parole e il pathos autentico della politica. Il voto contemporaneo è sempre più segnaletico dei bisogni insoddisfatti degli elettori, che troppo spesso rinunciano a un’analisi dei meriti della governance precedente. È come una “comunicazione interrotta”, il grido espressivo di un rancore riconducibile alla riclassificazione sociale connessa all’aumento delle disuguaglianze tipico di ogni emergenza.

Così il voto racconta “appartenenze temporanee”, una tantum, spesso talmente precarie da essere “a scadenza”. Ancora una prova di come l’emotività prevalga, poiché una serie di elettori passa rapidamente nell’area degli scontenti secondo un ritmo che le precedenti esibizioni elettorali hanno già fatto emergere. Cosa aiuta a spiegare la differente postura del cittadino elettore? Un indizio può venire dall’osservazione storica: i precedenti, infatti, fanno emergere la continua crescita di alcuni trend preziosi per farsi un’idea del clima psicologico che stiamo
vivendo. Il primo è la polarizzazione sistematica dei discorsi e delle scelte politiche. Il secondo, strettamente connesso all’ipercomunicazione, è la personalizzazione quasi divistica dei leader.

Fermo restando che i voti espressi sono comunque e sempre pienamente legittimi, si capisce quanto il supermercato della politica, fatto di offerte in saldo e sconti sistematici rispetto alla complessità dei problemi
e alla centralità dei valori, si riveli un frutto avvelenato sul medio periodo, quando cioè comincia a tramontare “la luna di miele”. La storia dei recenti risultati elettorali insegna che, come in tutti i prodotti della comunicazione, anche in politica la durata degli stessi leader è precaria. Il voto si è trasformato in un effimero “palinsesto”, dove il conio greco del termine (da cui deriva tablet) rimanda all’incisione sulla tavoletta di cera: un investimento “liquido” rinnegato al primo importante dissenso.

Non pochi capi sono stati colpiti duramente a valle degli ingenti bottini elettorali precedenti, segnalando tale ritmo come strutturale nella parabola degli exploit. Non a caso Franco Ferrarotti ci insegna che un grande successo è sempre un grande pericolo.

Mario Morcellini

Pubblicato su Formiche