Il 15 maggio 1891, centotrenta anni fa, Leone XIII emanava la “Rerum Novarum”, la prima Enciclica sulla moderna dottrina sociale della Chiesa.

Seguono

Il 15 maggio 1931 la “Quadrigesimo Anno” di Pio XI;

Il 15 Maggio 1961 la “Mater et Magistra” di Giovanni XXIII;

L’11 Aprile 1963 la “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII;

Il 26 Marzo 1967 la “Populorum Progressio” di Paolo VI;

Il 14 Maggio 1971 la “Octuagesima Adveniens” di Paolo VI;

Il 14 Settembre 1981 la “Laborem Exercens” di Giovanni Paolo II, al 90° della prima;

Il 30 Dicembre 1987 la “Sollecitudo Rei Socialis” di Giovanni Paolo II;

Il 1° Maggio 1991 la “Centesimus Annus” di Giovanni Paolo II;

Il 29 Giugno 2009 la “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI;

Il 18 Giugno 2015 la “Laudato Sì” di Francesco;

Il 3 Ottobre 2020 la “Fratres Omnes” di Francesco.

Ho ritenuto utile elencare tutte le Encicliche sociali o con riferimenti sociali per rappresentare l’attenzione e la sollecitudine dei Papi, della Chiesa e del popolo dei credenti verso i problemi sociali e in primo luogo quelli del lavoro, segnando ogni volta l’adeguamento evolutivo, relativo al divenire del percorso umano.

Il tema centrale del rispetto della dignità umana, in ogni epoca, passa attraverso il riconoscimento dei diritti e la indicazione dei doveri di ogni persona, inserita in una comunità, nella quale vengano riconosciuti ruoli, funzioni e meriti nella collaborazione sociale, in direzione del progresso e dell’evoluzione di tutti.

La visione morale di tutte le Encicliche richiama comunque e sempre il rispetto della dimensione umana inserita pienamente nel Creato e quindi ne assegna alla persona e alla comunità prima il “governo” (Genesi 2,15) e successivamente la “custodia”(Consiglio Ecumenico delle Chiese – Vancouver 1983), nella misura in cui ci si rende conto che l’abuso ha determinato un disequilibrio eccessivo, che compromette l’esistenza della stessa e del contesto del Creato.

Inoltre, seguendo l’evoluzione concettuale delle Encicliche è evidente il richiamo della primazia della persona sulla produzione, che non deve mai prevaricare – ai fini del risultato – non solo e non tanto i limiti, ma proprio i diritti, insiti nella persona, che merita sempre il rispetto di chiunque.

La distanza con il liberismo, propugnatore dell’accumulo massimizzato della ricchezza, e con il comunismo, che pretende di azzerare le peculiarità personali in un egualitarismo teorico che annienta la persona, rappresenta la cifra di una concezione di un “umanesimo” da realizzare, che, per Maritain, dovrà essere “integrale” e che Giovanni Paolo II descrive nella “Centesimus Annus”.

La schiavitù, lo sfruttamento, l’abuso, il Taylorismo, sono state pratiche produttive sempre condannate dalle Encicliche, perché la dimensione umana completa e integrale dovrà essere la misura a cui rapportare ogni pratica; da metà del XX secolo si è introdotto anche il concetto di liceità dell’uso delle risorse produttive, che ha trovato nella “Laudato Sì” di Papa Francesco la definizione mondiale di tanti movimenti di tutela ambientale, compreso quello dei ragazzi di Greta Thumberg.

“La giusta mercede” introdotta da Leone XIII, non condanna soltanto lo sfruttamento nel lavoro, ma anche la scarsa considerazione che si possa avere della persona nell’affidamento di un compito, al di sotto delle capacità della stessa, costringendola di fatto ad accettare una “mercede ingiusta”, solo per rispondere alla logica della domanda e dell’offerta, che non potrà mai valere per il lavoro, perché immorale.

Negli ultimi quarant’anni si è diffusa la pratica della precarizzazione del lavoro, soprattutto negli USA, che ha reso evanescente la stabilità familiare, perché ne ha compromesso la stabilità economica, senza che nessuno Stato abbia significativamente affrontato il problema in termini radicali, ma soltanto con provvedimenti-tampone.

Se i processi economico-produttivi, nella evoluzione dei sistemi di valorizzazione della ricchezza, hanno precarizzato il lavoro, assumendo la fungibilità del lavoratore a base del metodo produttivo, senza la necessità di competenze specifiche e di esperienze maturate, gli Stati e prima di essi le forze sindacali, quelle padronali, e quelle istituzionali avrebbero dovuto sollecitare  legislazioni che assumessero la tutela del lavoratore, non tanto per il posto di lavoro occupato, quanto per lo status stesso di lavoratore, al fine di rispondere al precariato nel lavoro con una stabilità di status, che consentisse al lavoratore di continuare a programmare la propria vita e quella della propria famiglia senza contraccolpi per l’economia familiare (non basta l’indennità di disoccupazione e la Cig perché non sono provvedimenti strutturali, ma eventuali).

L’impossibilità solo di immaginare un futuro per la creazione di una famiglia, di avere dei figli, di comprare una casa adeguata, di pensare ad un  minimo risparmio (nella logica del “buon padre di famiglia”) ha destabilizzato fondamentalmente il tradizionale percorso della vita, lo ha reso insicuro, imprevedibile, impraticabile per la costruzione di “certezze”, e quindi ha messo in discussione l’Istituto giuridico del matrimonio (non solo quello sacramentale), ha costretto il legislatore a scrivere norme per regolare il futuro delle “coppie di fatto”, ha determinato la caduta verticale della natalità e, conseguentemente l’invecchiamento dei Paesi del vecchio Continente (l’Italia è il Paese con più anziani in UE).

Disarticolando il concetto sociale di “famiglia”, si è introdotta la “logica consumistica” anche nel rapporto interpersonale e affettivo, dove il cambio del partner serve a soddisfare un bisogno egoistico esclusivamente personale, senza porsi il problema dei sentimenti degli altri; per i minori si registra l’assenza di punti di riferimento certi e univoci, creando nella logica infantile una gerarchia di Valori che privilegiano l’aspetto individuale piuttosto che quello della famiglia, come prima cellula di una società solidale e mutualistica.

Dopo un anno di pandemia, che ha provocato una sindemia, la vita che conoscevamo è stata completamente modificata – e non sappiamo se in meglio o peggio – in tutto il mondo.

Lo “smart working”, necessariamente sperimentato, senza che ci fossero i presupposti legislativi, organizzativi, psicologici e sociologici per realizzarlo, si sta svolgendo secondo criteri che i singoli ambiti o aziende o istituzioni ritengono utile, ma senza che ci siano le motivazioni in materia di ottimizzazione del lavoro e per perseguire il risultato della “qualità totale”.

Non si è potuto realizzare complessivamente il feedback sociale sul lavoratore, il quale rischia di perdere i riferimenti psicologici motivazionali, relativi alla propria azienda, alla soddisfazione personale di svolgimento del suo compito, alla gratificazione che quotidianamente crea la spinta a superare gli ostacoli e le incomprensioni, che normalmente riempiono la quotidianità.

Tale situazione si presenta orizzontalmente nel mondo del lavoro in ogni settore e in ogni livello e condiziona moltissimo la costruzione di un rapporto interpersonale tanto con gli altri lavoratori che con la dirigenza, la quale si vedrà costretta a valutare gli apporti lavorativi su parametri produttivi, piuttosto che sulle motivazioni personali, assecondandone le propensioni positive.

Un aspetto importante da analizzare è relativo alla tipologia abitativa nella quale viviamo in periodo di smart working, che risponde alle esigenza di una società industriale tradizionale, dove tutto è funzionale a rendere il lavoro in casa veloce per lasciare tempo al “lavoro produttivo”, secondo una socio-psicologia finalmente superata.

Le Correnti culturali succedutesi,  dal modernismo al razionalismo, al costruttivismo, al post-modernismo, all’high-tech, all’architettura blob”, non hanno ipotizzato uno spazio per lo smart-working. .

Non è stato nemmeno previsto il luogo e il tempo della custodia dei minori, che obbligatoriamente dovranno restare nell’abitazione, né la possibilità istituzionalizzata di assumere una figura di baby-sitter o assistente per i più grandi, durante il periodo di smart working.

Peraltro nell’ambito scolastico e universitario la situazione diventa ancora più grave attraverso la didattica a distanza (Dad), perché la mediazione digitale offusca e condizione il rapporto personale empatico tra insegnante e allievi e tra gli stessi allievi, che sicuramente potranno incontrarsi fuori dalle aule scolastiche, nel tempo libero, ma non potranno scoprire e scambiarsi il senso di responsabilità verso l’apprendimento, che non è soltanto un problema di erudizione, ma fondamentalmente un problema di maturazione progressiva e complessiva, in una osmosi di esperienze giovanili che si scambiano e si mutuano in senso positivo e negativo.

Vi è anche da considerare che lo smart-working ha sovvertito le abitudini familiari, i tempi di presenza dei genitori a casa, i rapporti tra genitori impegnati nel lavoro quotidiano non più in ufficio, il contatto con i figli, divenuto continuo, che, se da un lato aiuta ad una conoscenza reciproca, dall’altro rischia di apparire alla prole come una limitazione della libertà e un controllo dell’iniziativa, che azzera la fiducia che si deve avere tra appartenenti allo stesso nucleo familiare, compromettendo, in alcuni casi,  la maturazione dei giovani.

Inoltre la prepotente entrata della digitalizzazione, della robotizzazione aziendale, e della semplificazione dei processi lavorativi e in ultimo dell’intelligenza artificiale, anche nell’amministrazione pubblica, crea necessariamente la espulsione dal posto di lavoro tradizionale di tantissimi lavoratori di ogni età, che avranno difficoltà a reinserirsi, soprattutto nella fascia oltre i cinquant’anni, per la non abitudine al lifelong learning e quindi alla contestualizzazione della propria vita seguendo l’evoluzione che il mondo imprime.

Un aspetto importante da analizzare dovrà riguardare l’ampliamento della base produttiva di ogni Paese: allo stato il rapporto prevalente tra occupati e pensionati è stabilito nelle percentuali di 60 % (occupati) 20 % (pensionati); in Italia si ha il 47 % di occupati e il 26 % di pensionati, con uno scostamento evidente dagli standard e con una penalizzazione delle future generazioni riguardo ai problemi di previdenza.

Inoltre, con l’aumento della speranza di vita, il limite massimo dell’età lavorativa tende ai 70 anni; questo è positivo se si riuscirà ad incrementare i posti di lavoro in maniera significativa e si assorbiranno i giovani nel mondo del lavoro.

I giovani occupati, dai 18 anni in su, attualmente sono in netta flessione ( In Italia i disoccupati dai 18 ai 24 anni sono il 29,7 % ).

Vi è anche uno scarto negativo per i giovani laureati che in Italia sono pari al 27,8 %, mentre la media europea è del 40.7 %.

Il problema non è nazionale, ma investe tutto il mondo occidentale, determinando una deformazione strutturale della società, qualora non si intervenga in tempo per prevedere una legislazione adeguata e in linea con l’evoluzione; se da un lato è necessario mantenere la struttura familiare negli ambiti tradizionali, prevedendo la possibilità che una famiglia abbia la possibilità di costruirsi un percorso di vita nel rispetto dei Valori naturali, pur in una società della comunicazione super-connessa, dall’altro, la nuova organizzazione del lavoro dovrà avere delle norme che tutelino e assicurino al lavoratore la tranquillità retributiva, previdenziale e assistenziale, nonostante la mobilità lavorativa.

Si dovrebbe anche immaginare di creare uno strumento per l’affidamento delle imprese ai lavoratori, quando l’imprenditore presenta carenze esiziali per l’impresa stessa.

Un problema da risolvere è quello relativo al “dumping occupazionale” che si verifica in alcuni Paesi del mondo, che non assicurano  ai lavoratori gli stessi diritti di tutti, previsti dalle organizzazioni internazionali sul lavoro.

È necessario precisare che non si fa riferimento alla retribuzione in rapporto al tempo di lavoro, in quanto il compenso è definito anche dal costo della vita che ha il  Paese di riferimento, (le retribuzioni orarie negli USA o in UE non possono essere uguali a quelle fissate in Cina o in Venezuela), ma si vuole richiamare l’attenzione ai diritti di cui devono godere i lavoratori in ogni parte del mondo, in quanto lo sfruttamento del lavoro per esempio in Cina si risolve, a livello mondiale, in un minor costo del prodotto ai danni del lavoratore del Paese produttore e a svantaggio della libera concorrenza  a parità di condizioni di produzione, le quali  vengono alterate.

Infine sarà necessario porsi il problema delle migrazioni, che si verificano in ogni parte del mondo, da Paesi poveri verso Paesi ricchi. Resta prioritario l’intervento per azzerare le fasce di povertà insieme alla creazione di condizioni economiche autoctone, secondo le risorse del Paese e, in mancanza, con gli aiuti internazionali, per assicurare ad intere comunità la possibilità di continuare a vivere nel luogo natio.

La ricostruzione integrale dell’ordine sociale” prevista dalla “Quadragesimo Anno” nel 1931, dovrà essere a maggior ragione oggi l’obiettivo da perseguire, per restituire dignità e prospettiva di futuro alle nuove generazioni, ad una nuova umanità, che non merita di ereditare i danni causati dalle generazioni passate.

Bisogna immaginare un nuovo modo di organizzare il lavoro e, soprattutto, la condizione del lavoratore, convocando una Conferenza Internazionale sul Lavoro Straordinaria, oltre quella annuale di Ginevra, alla quale far partecipare le Organizzazioni Sindacali, quelle Padronali e Produttive, l’Ilo, gli Stati e i rappresentanti istituzionali, l’ONU, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le Istituzioni Economiche e Finanziarie per correggere ed adeguare le attuali legislazioni nazionali e definire un quadro normativo nuovo, che abbia la prospettiva fino al 2050, prevedendo le nuove tutele e assicurando al lavoratore la possibilità di programmare la vita propria e della famiglia secondo la cultura di riferimento.

Dovrà essere un nuovo modo per costruire una società coesa e solidale nel terzo millennio.

Vitaliano Gemelli

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