Ad una decina di giorni dall’esito delle elezioni regionali, ci si accorge che tutti si affannano a parlare delle percentuali dei vari vincitori e supervincitori, di giunte, di incarichi, ma pochi si soffermano ad analizzare lo stato di salute della Democrazia italiana. Vanno considerati, infatti, due aspetti di questa consultazione: innanzitutto l’affluenza alle urne e poi questi grandi exploit dei supervincitori e le loro effettive percentuali rispetto all’intero elettorato. Consideriamo l’aspetto più critico l’affluenza.

I dati di affluenza al voto, per il rinnovo delle 7 regioni, registrano globalmente il 57,19% e quindi ben il 43% dell’elettorato ha disdegnato l’esercizio del diritto/dovere del voto. Quello, però, che fa ancora più pensare, è che lo stesso 43% era stato attribuito, da una ricerca IPSOS della fine del maggio scorso, agli indecisi. Gli indecisi sono, grosso modo, quelli che non sono andati a votare, quelli, diciamo, consolidati nel rifiuto dell’esercizio politico. Verosimilmente non trovano negli attuali partiti una credibile risposta alle proprie istanze, ma anche alla propria visione complessiva, sociale, economica e etica della società italiana. Essi sono in una “terra di mezzo” senza punti di riferimento, chiari e accettabili, e tra questa terra di mezzo e la politica c’è un baratro, ma è il “primo partito” italiano!

Va, infatti, considerato che in questa grigia terra di mezzo c’è quasi la metà degli italiani maggiorenni, che non riesce a turarsi il naso per adempiere alla più alta espressione della democrazia: il voto. Questo è veramente un vulnus, grave ed ingravescente, che dura da un bel po’ di anni e che deve preoccupare, e non poco, tutti gli Italiani “delle due metà”. Se la politica bipolare è scegliere il meglio del peggio, questi elettori, delusi e disorientati, non ce la fanno a ragionare così e non decidono.

I nostri politici lo avranno considerato? Essi si sono trovati, attoniti, tra Crocifissi dissacrati e piattaforme da burla e non hanno poco o nulla da dire. Sono recenti le critiche di Saviano al PD: sono grida di dolore, madide di delusione per un partito scivolato nell’inconsistenza. Non si può campare sul voto di chi si tappa il naso, perché questo, prima o poi, passerà alla terra di mezzo e questo sarà una tragedia per la nostra democrazia. Si è conclusa una campagna elettorale, distratta e lontana rispetto agli impegni, straordinari e fondamentali, centrali e regionali, per la rinascita post-pandemica del Paese. Vi è una assenza di un “nucleo politico motivato, sincero e forte” denuncia giustamente Saviano.

C’è un forte bisogno di una visione politica alternativa, che non tema l’impopolarità, avendo chiaro il suo agire per il bene comune ed abbia una visione profetica, che non debba spezzettarsi in risultati mediocri per tener conto delle scadenze elettorali. La ricostruzione della nazione deve passare per una riconsiderazione dell’assetto sociale della nazione: non si può ricostruire, non si può contare sul futuro, senza un riassetto sociale. Anche questo è dovere dei politici insieme ai tanti, abbandonati dagli stessi politici, dei corpi intermedi, del volontariato, del terzo settore! Ricostruire una Italia a pezzi, ancor più tragicamente, dopo la pandemia, vuol dire partire dall’Uomo, dalla Famiglia, da un Sistema educativo pubblico, statale e paritario: famiglia-scuola-università-mondo produttivo. Colleferro, Acerra, Como: sono solo tre casi di cronaca distanti tra loro con nulla in comune o sono tre storie emblematiche di un malessere sociale, che fanno scandalo per i solo pochi giorni in cui sono ripresi dai titoli dei giornali e per i servizi televisivi? Sono storie della nostra Italia profonda, quella che non riusciamo più a vedere e a considerare e dove si dovrebbero mettere le fondamenta di una vera ricostruzione. È terra di mezzo anche la terra delle periferie, con reti sociali ed educative dilacerate ed inadeguate, perché abbandonate a sé stesse dall’intervento pubblico. Qualcuno: prete, amministratore locale, insegnante, operatore sociale, magistrato cerca di rifare un ordito ad un tessuto sempre più putrescente e sbrandellato: sono pochi, di sicuro eroi, ma la storia non si fa con gli eroi. I valori etici, sia privati, che pubblici, la tensione civica, la solidarietà sono state sostituite da egoismi sociali e dall’individualismo libertario che aggravano sempre più le diseguaglianze e il disagio sociale.

È venuto il momento di una svolta nell’impegno politico del Cattolicesimo italiano, che si deve interrogare sulle sue responsabilità e sulla sua insignificanza politica nell’ultimo quarto di secolo di diaspora partitica. Bisogna che si dia vita ad una forza politica rigenerante, di ispirazione cristiana, ma non solo dei cattolici e dei cristiani, ma che intercetti gli uomini di buona volontà, specie quelli allontanatisi dalla politica. Dovrà essere un partito nuovo a cominciare dalle facce, che lo rappresenteranno, dal linguaggio e dal metodo, una forza di centro autonoma, antitetica agli estremismi, alternativa a ciò, che rimane della destra e sinistra democratica, volta a raccogliere, con visione sturziana, una realtà interclassista e le sue istanze di riscatto, morale e di autentico sviluppo.

Possiamo dire che i tempi sono maturi per osare in questa direzione e che questo si proverà con umiltà, ma con determinazione, il 3 ed il 4 ottobre a Roma in uno sforzo unitivo, che recuperi il più possibile la diaspora cattolica.

Alfonso Barbarisi

 

Pubblicato su Il Mattino

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