Tra il trentuno dicembre e il primo gennaio ci possono essere due relazioni: quella tra il trentuno dicembre dell’anno prima e il primo gennaio dell’anno che arriva; quella tra il primo e l’ultimo giorno dello stesso anno solare.

La differenza tra le due relazioni è solo di prospettiva: la prima vive una continuità, la seconda soffre un limite: la continuità di un percorso che non si interrompe mai; il limite di considerarsi in un confine.

La felicità e l’infelicità, come la gioia e la tristezza, al pari del bene e del male, non hanno un limite. Quindi ogni anno è diverso, ma per una convenzione che ha voluto l’uomo, e che sottende l’esigenza che ci debba essere per tutti un oggettivo voltar pagina, come se il voltar pagina non dipendesse da noi.

Quest’anno ho rivolto gli auguri di buon anno agli amici più cari ricordando che, anche se l’anno 2021 dovesse essere peggiore del precedente, dobbiamo attraversarlo, perché come la storia dell’umanità ci insegna, anche gli ostacoli peggiori l’uomo sa superarli e vincerli, e la quiete viene sempre dopo le piccole e grandi tempeste, individuali e collettive, purchè la volontà e il crederci e il credere, non spengano mai la fiammella della loro attività. In questa declinazione del concetto di resilienza, ormai diventato patrimonio diffuso del linguaggio comune, c’è qualcosa di più di un esercizio teorico e qualcosa in fieri sul versante del paradigma dell’impegno socio-politico.

Gli effetti sociali della pandemia hanno messo a nudo il valore delle relazioni umane, nel momento in cui queste relazioni non sono state più scontate. Ma stanno anche pericolosamente evidenziando l’inutilità di alcune forme di lavoro in presenza. Si, pericolosamente, perché il lavoro esiste per produrre in modo efficiente, ma nei parametri di efficienza non si può trascurare il valore prioritario della realizzazione del lavoratore, che nella relazione con l’altro trova conforto e crescita. Insomma, non  tutto può esaurirsi on line, pur essendo questa modalità uno strumento utile in tutte le situazioni in cui la presenza è impossibile o sconveniente o gravosa (si veda la possibilità per i bambini ospedalizzati o in terapia di continuare a frequentare la scuola, evitando di associare al deficit sanitario anche quello scolastico; o l’ipotesi per una donna in gravidanza di scegliere di vivere in casa, lavorando, i periodi al di fuori dell’astensione obbligatoria).

La prospettiva di un confine cronologico di un calendario sta stretto alla resilienza e pure all’innovazione, ma sta stretto anche alla reazione che l’umanità deve imprimere allo tsunami pandemico ancora in atto. Non c’è resilienza senza reazione, non è la resilienza che serve all’umanità quella di chi si lascia bagnare da un temporale nell’attesa che termini o di un trentuno dicembre che volti pagina.

Ma quale tipo di reazione e resilienza sta imprimendo il nostro Paese? Se fossero state quelle di un trentuno dicembre a cui segue in continuità un anno diverso solo per convenzione, nel continuum  della vita che prosegue, dovremmo ragionare di recovery plan con l’atteggiamento di chi deve programmare e spendere la spesa di 418milioni di miliardi di vecchie lire. Con queste cifre e questa prospettiva, non esiste maggioranza e opposizione, non fosse altro per il fatto che scelte di questo tipo travalicano ogni limite di ordinaria rappresentanza e di durata del mandato che gli elettori hanno conferito (che tra l’altro non potevano sapere di dover affidare la gestione degli effetti di una pandemia ai rappresentanti votati). Ciò significa che è peccato mortale avere governanti che si arroccano nei confini della maggioranza, e “oppositori” che si confinano nello schieramento di chi sta lì solo per contestare chi governa.

Ma ancora, se quel trentuno dicembre è solo il paradigma di un passaggio convenzionale, paragonabile a quello di una società commerciale che chiude il bilancio a fine esercizio, ma nella consapevolezza che l’impresa continua (la storia dell’umanità tra l’altro ha durata eterna), le nostre Istituzioni dovrebbero evitare il rischio che chiunque giochi d’azzardo sul recovery plan, garantendo: la programmazione della centralità della spesa per i bambini il cui futuro viene ipotecato per sempre sul versante dell’investimento delle risorse pubbliche anche per i loro figli e nipoti; la neutralizzazione del partito del “lo avevamo detto”, perché non possiamo permetterci di esporci alle soddisfazioni di qualche gruppo politico che escluso dal governo delle risorse, si dedichi a far crescere questo partito per mero hobby o sport politico, che sieda in maggioranza o all’opposizione. La soluzione: una geografia istituzionale diversa per il recovery plan che non è una legge di bilancio e non è un qualunque trentuno dicembre. Con un pizzico di provocazione e senza apparire poco conoscitore del nostro sistema costituzionale: ma perché per eleggere il Presidente della Repubblica si allarga il Parlamento a camere unite ai rappresentanti delle Regioni e si prevedono maggioranze qualificate; per modificare la Costituzione vi è una specifica procedura di voto rafforzata; e per definire le sorti dei prossimi 50 anni di vita economica e sociale del Paese, per la ricostruzione del dopoguerra Covid lasciamo il tutto alla ordinarietà delle relazioni politiche di una mandato elettorale, trascurando pure il Parlamento? Perché non pensare a un modello del rango di una “assemblea ri-costituente”eletta direttamente dal popolo, anziché invocare elezioni anticipate o governi tecnici o rimpasti e rimpastini, piuttosto che il proliferare dei comitati di esperti? Magari con una espressa incompatibilità tra chi ne farà parte e chi siede nei banchi del Governo e del Parlamento e con logiche totalmente proporzionali e senza alcun sbarramento, al fine di garantire la massima rappresentanza del Paese Italia. Un dopoguerra pandemico credo che lo meriterebbe.

Gianluca Budano