Dalle origini del mondo, l’uomo ed i microrganismi convivono e si combattono, si rincorrono e si prendono, evolvono insieme, si accapigliano, si addentano e pur si adattano l’un l’altro, si sostengono a vicenda e reciprocamente si massacrano.
C’è chi ha riscritto la storia del mondo su questa falsariga. Batteri che ritenevamo debellati per sempre, qua e là ricompaiono. Virus sconosciuti ci aggrediscono non appena abbassiamo la guardia. La scienza è sfidata a mostrare la sua forza straordinaria, ma anche a riconoscere i propri limiti, senza cullarsi nell’illusione di una onnipotenza non solo salutare, ma addirittura “salvifica” che non le appartiene.
Infatti, l’angoscia ogni volta ricompare, uguale a sé stessa, ci spinge sull’orlo del panico, viene riassorbita solo quando, di fronte al pericolo incombente, riscopriamo valori essenziali, intrinseci alla nostra comune umanità.
Nel momento in cui pur si insinua un motivo di sospetto e di diffidenza nei rapporti di prossimità, ad un tempo riscopriamo sentimenti di solidarietà e la consapevolezza di appartenere davvero all’orizzonte di un destino comune.
L’epidemia finisce per essere una prova sul campo di cosa significhi vivere in un mondo globale, per quanto le pandemie abbiano spesso devastato l’umanità anche quando le popolazioni erano molto più stanziali di quanto non sia oggi.
Ci costringe a rimettere in ordine le priorità. Mette a nudo le ragioni della nostra umanità e ci fa riscoprire come, sotto la coltre delle controversie quotidiane, le radici di ognuno si intreccino in un gigantesco rizoma con quelle di ogni altro. Cosicché non si possono ferire quelle altrui senza colpire le proprie.
Perfino l’incivile rissa quotidiana di una politica tanto verbosa ed assertiva, quanto inconcludente viene schiacciata sul fondo della scena, per quanto non manchi la voce stolida di chi la butta comunque in propaganda.
Del resto, quell’ insieme di trasformazioni che, non sapendo dire meglio, cerchiamo di sintetizzare nel termine della “globalizzazione” sta profondamente alterando la stessa percezione immediata ed ingenua dello spazio e del tempo in cui si inscrive per intero il nostro vissuto.
La velocità crescente con cui percorriamo le distanze, dilata lo spazio e coarta, restringe il tempo. E, stranamente, questo fenomeno che sperimentiamo interiormente segnala una forte analogia con quello che succede sul piano fisico, così come ce lo mostrano le leggi della relatività. Anche in natura, a velocità crescenti, lo spazio si dilata ed il tempo si restringe.
Ha qualcosa da dirci questa corrispondenza, forse insignificante, ma perlomeno suggestiva? Quando le notizie da lontano le portava un corriere a cavallo, il raggio della simultaneità in cui si viveva era molto ristretto. Via via gli eventi si dislocavano più lontano da noi, la loro notizia ci raggiungeva secondo una latenza temporale crescente che fungeva da ammortizzatore.
Ora siamo assediati dalla concomitanza di accadimenti che, per quanto lontani, stanno sull’uscio di casa nostra.
Lo spazio che noi sperimentiamo, viviamo e dominiamo nella misura in cui è compartimento, solcato da muri e da confini, da siepi e da steccati e, perfino in casa nostra, da pareti che separano e danno forma agli ambienti, quando, nella dimensione del mondo globale ed uniforme diventa indistinto, finisce per apparire come una landa desolata e senza limiti che incute timore e quasi genera una sorta di “horror vacui”, simile a quel che si prova a fronte degli sterminati spazi siderali.
A prima vista, può sembrare incredibile, eppure possiamo escludere che il sovranismo, meglio il “nazionalismo” non attinga il suo fascino anche da questo disorientamento interiore che subiamo, pur senza metterlo coscientemente a tema; dall’ urgenza di ricreare limiti, percorsi preordinati e stabili, mappe puntuali e confini, cammini prestabiliti ed immutabili che ci restituiscano la sicurezza che ci deriva dalla sensazione di padroneggiare il nostro “spazio vitale”,
quella terra che, sia pure a caro prezzo, intrisa di sangue, è, in ogni caso, il fondamento su cui riposa la nostra identità? Non è forse difficile sottrarsi allo stupore di quanto possa essere sconvolgente, di quale sproporzione corra tra il più minuscolo, impercettibile grumo di materia vivente e quell’enorme apparato della nostra civiltà che, d’un tratto, viene minato nelle stesse fondamenta del suo vivere quotidiano? È’ possibile che la supponenza del nostro mondo iper-tecnologico debba revocare in dubbio le sue certezze ed interrogarsi seriamente su una fragilità strutturale ed intrinseca che può corromperlo da dentro o assediarlo da fuori?
Possiamo escludere che l’insicurezza che ne deriva, serpeggi strisciando, attraverso percorsi carsici e, a prima vista, indecifrabili, negli strati più profondi ed intimi della coscienza di ciascuno, fino a generare una sorta di “consapevolezza oscura” che, a sua volta, nutre quella paura sottile che lo sciamano di turno promette di esorcizzare, proiettandola sul marocchino all’angolo della strada?
Insomma, senza cedere un palmo a logiche millenariste, dobbiamo pur interrogarci come mai davvero basti un virus a rievocare quelle domande radicali che concernono noi stessi ed a cui non possiamo sfuggire. Ed anche alla politica tocca la sua parte. Non ha forse bisogno di una “rifondazione antropologica” da cui derivare criteri di giudizio, categorie interpretative, criticità indispensabili a gettare le fondamenta di una inedita “polis”? O ci accontentiamo di traccheggiare, sbattuti qua e là dalla schiuma degli eventi che semplicemente accadono, si fanno da soli?
Domenico Galbiati