La pandemia è la prova, la dimostrazione inoppugnabile – credo si possa dire “rigorosa”, come fossimo nel campo delle scienze esatte – che l’età dell’individualismo, la sua dimensione storica, la funzione sociale che ha largamente rappresentato ed ancora vorrebbe esercitare, il “carisma” civile di cui ha goduto, l’imprinting che ha fin qui esercitato sulla cultura diffusa, il supposto prestigio che dai “salotti” e da circoli esclusivi si è via via propalato anche a livello popolare, non ha più alcuna ragion d’essere.
Anzi, se vi volessimo persistere, non sarebbe altro che un formidabile freno ad ogni progresso autentico, in ogni campo. Stiamo affrontando un diverso tornante della storia che richiede un altro passo, ispirato ad un apprezzamento più consapevole dei diritti sociali, calibrato sulla cadenza della relazione, della reciproca connessione, del’interdipendenza, dell’appartenenza ad un orizzonte comune, della scoperta di una prossimità creativa; insomma, di un insieme di parametri che “personalizzano” il soggetto, ne valorizzano davvero la “individua substantia”, anziché intristirlo in quel “solipsismo” autocontemplativo che rappresenta la premessa narcisistica ed insuperabile di quel mare di solitudine in cui, al di la’ delle apparenze, viviamo oggi.
Si tratta di una questione che precede la politica; si pone, in prima istanza, di per sé, ma poi necessariamente plana anche sul piano della questione politica. Basta riflettere un attimo per rendersi conto di quale sia il peso specifico o meglio l’intensità relazionale di ogni nostro gesto, di ogni e qualunque atto “umano” venga posto in essere.
Niente di nuovo sotto il sole. Lo sappiamo da sempre, ma lo abbiamo dimenticato. Il merito della pandemia – se così si può dire, senza recare offesa alle decine di migliaia di vittime che ha mietuto – è di avercelo ricordato, addirittura dimostrandolo.
Segnali in tal senso ne avevamo a disposizione da tempo, di diverso ordine, eppure confluenti. A partire da quella comune bolla conoscitiva rappresentata dalla rete, dalla compressione dello spazio e del tempo che accompagna il processo di globalizzazione, dalla complessità crescente del fenomeno sociale, quasi inestricabile al punto di porsi come processo non-lineare e, dunque, gravato da molti elementi di una aleatorietà impredicibile. Fino allo stesso fenomeno migratorio – che non concerne affatto solo il Mediterraneo, come ricordano, nel loro ultimo documentato articolo   ( CLICCA QUI ), Maurizio Angellini e Stefano Aldrovandi – ed allude ad una “maturazione” multietnica che, in un certo senso, “compatta” l’umanità, come se volesse portare a sintesi, secondo una nuova fase dell’ evoluzione, quella pluralità di versanti che le diverse culture hanno fin qui elaborato.
Senonché, la pandemia – paradossalmente il processo in sé del contagio – ci offre una dimostrazione plastica ed inoppugnabile, fisica e materiale, di quanto l’ umanità sia “una” nella sua incomparabile ricchezza, plurale ed infinitamente articolata, piuttosto che una landa sterminata di monadi. Qualunque gesto noi compiamo, mai si esaurisce nella singolarità di chi lo pone, ma esonda ben oltre ed anche quando non ne siamo consapevoli, impatta su una platea più o meno vasta di altre persone che, a loro volta, allargano inarrestabilmente l’area di incidenza. Da qui deriva una responsabilità che attiene l’ordine singolare, personale dei comportamenti di ciascuno, che dobbiamo accettare ed assumere come una delle cifre del tempo nuovo in cui ci inoltriamo.
Non basta intrupparci dentro una generale e collettiva responsabilità sociale, diffusa e comune, dai confini inevitabilmente sfrangiati. Forse dobbiamo prendere atto di come sembri avanzare un nuovo spirito del tempo che – proprio in quanto si manifesta anche attraverso una drammatica esperienza di morte e ne esige il superamento – allude ad una nuova speranza di vita. Tutto ciò ha poi a che fare con la politica? In effetti, le spetta il compito di leggere attentamente, interpretare ciò che di nuovo sembra apparire all’orizzonte e guidare conseguentemente i processi di una “trasformazione” tutt’altro che facile e scontata. Tutto ciò, soprattutto, ha a che vedere con la libertà.
Nessuno è libero da solo. Libera è può essere, solo la persona, secondo l’impianto della sua dimensione relazionale.
L’individuo – inteso rigorosamente come tale – tutt’al più può “autodeterminarsi”. Ma per quanto ci siamo assuefatti ad usare come sinonimi “libertà” ed “autodeterminazione”, si tratta di due dimensioni effettivamente e pienamente sovrapponibili? Oppure la seconda è pur sempre solo una sorta di surrogato della prima? Determinarsi “da se'” e “per se’” significa davvero affermare pienamente la propria libertà?
E’ un tema che meriterebbe di essere approfondito, ad esempio, anche in ordine ai temi del “fine vita”. Ed ancora, si tratta di un argomento che ha a che vedere con il riconoscimento pieno, consapevolmente più ricco che, in questa fase auspicabilmente nuova, dobbiamo riservare ai valori della statualità e delle istituzioni democratiche come luogo privilegiato di affermazione costruttiva della dimensione relazionale propria della persona.
Domenico Galbiati