Nelle ultime settimane è ritornato prepotentemente d’attualità il problema degli stipendi dei docenti statali italiani per i quali, con tutta probabilità, l’anno prossimo si andrà al rinnovo contrattuale.

A fine settembre l’OCSE ha pubblicato l’annuale report sullo stato dell’istruzione nei diversi Paesi del mondo, “Education at a Glance 2021”, comparando, tra l’altro, le retribuzioni dei docenti dei diversi settori secondo anzianità di carriera che l’ultimo rapporto di Eurydice”  “Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe 2019/20 ha ripreso e commentato.

L’ARAN a sua volta ha pubblicato l’annuale studio sui dati dei dipendenti dei comparti pubblici, relativamente alle retribuzioni medie, al personale occupato in riferimento all’età, al genere e al titoli di studio posseduti. Dati che, a loro volta, sono stati oggetto di alcune interessanti considerazioni da parte della Cisl-scuola.

Sullo sfondo di questi studi si stanno scaldando i motori per il rinnovo contrattuale, riaprendo l’interrogativo di sempre: le retribuzione dei docenti italiani decolleranno verso l’Europa?

Vent’anni fa, il compianto prof. Tullio De Mauro, subentrato a Luigi Berlinguer al ministero dell’istruzione, tra i suoi primi interventi dichiarò che gli stipendi dei docenti italiani erano inferiori a quelli europei e dovevano essere aumentati. La sua denuncia rimase sostanzialmente inascoltata o minimamente considerata.

Il divario è rimasto e gli stipendi italiani sono confermati a livelli non competitivi con quelli europei, lasciando aperti almeno due interrogativi. Se le retribuzioni dei docenti italiani fossero più elevate, potrebbero attrarre all’insegnamento giovani capaci che oggi scelgono invece altre tipologie di lavoro meglio remunerate? Se le retribuzioni dei docenti italiani fossero più elevate aumenterebbe la considerazione sociale nei confronti della categoria?

Ma anche: lo stipendio attuale è certamente basso e sminuente per chi svolge con impegno e professionalità il proprio mestiere, ma lo è anche per chi dedica alla scuola il tempo minimo indispensabile, magari malvolentieri, senza curare adeguatamente l’aggiornamento professionale? Per non parlare di chi si avvale di certificati fasulli o comunque generosi e di altre scappatoie per lavorare il meno possibile (a danno degli studenti). Purtroppo gli uni e gli altri faranno la stessa carriera e guadagneranno tutti lo stesso stipendio, ingiustamente modesto per i primi (e incapace di attirare verso la professione figure qualificate che hanno altre opportunità di lavoro), appropriato o addirittura sin troppo elevato per i secondi. La vera ingiustizia è questo egualitarismo di sistema che penalizza proprio chi fa in tutto e per tutto il proprio dovere, e nella scuola molti fanno anche di più. Finché non si demotivano, e non c’è da stupirsi.

 

Pubblicato su Tuttoscuola ( CLICCA QUI )