Mario Giro interviene su Formiche.net ( CLICCA QUI ) per ragionare sul Pd. Un tema su cui anche noi di Politica Insieme siamo intervenuti a lungo, paragonando tale partito a Godot ( CLICCA QUI ) e parlando di coloro che, anche nel mondo cattolico, ne restano in un perenne stato di attesa.

In effetti, si tratta di un partito, come giustamente dice Giro, che ha molti limiti da superare. Da un pezzo. Senza riuscire a vedere ancora risultati concreti.

Forse, oltre al riferimento alla famosa opera di Samuel Beckett bisognerebbe immergersi nella colta e ricca di spunti psicologici lettura dell’Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov. Ci troveremmo di fronte a una forma di pigrizia che, ancorché in parte nobilitata dal grande scrittore russo, sempre una particolare indolenza rimane. Quella che finisce per far coincidere la Vita con la semplice nuda e cruda esistenza.

Dell’intervento di Mario Giro colpisce soprattutto il suo paragonare il Pd alla Democrazia cristiana. Lo fa riferendosi ad un “avanzare piano e con prudenza, passo passo”. Per poi aggiungere: “La sua è la strategia del partito nazionale, quella della Dc prima e sua oggi. Cioè quella di una forza politica che si sente responsabile di tutto il paese e della sua tenuta complessiva”.

La prima possibile riflessione richiama il fatto che la Democrazia cristiana, in realtà, è stata una serie di successive esperienze politiche maturate dai cattolici democratici, proprio in virtù del fatto di essere autentico “partito nazionale” e popolare. Si è trattato di un continuo adattamento evolutivo seguito nel corso di un lungo percorso. Punto di riferimento, assieme a quello dell’inserimento in un ben preciso quadro internazionale, era la duttilità di interpretare, con l’interclassismo e il solidarismo, le esigenze più intime dei gruppi sociali che la Dc rappresentava. Lo stesso valeva per gli assetti governativi, via via conseguentemente allestiti.

La Democrazia cristiana non è mai stato solamente un fenomeno da limitare alle esclusive dinamiche interne al ceto e all’apparato politico. Fu cosa molto più complessa, anche sotto il profilo culturale e sociologico. Perché fu popolo vero, multi grappolo di relazioni, ampia espressione d’interessi che andavano da quelli propri del mondo agricolo, a quelli del ceto medio e della piccola e media imprese, a quelli del mondo del lavoro. A lungo fu dispiegata la rappresentanza di una poliedricità d’insiemi antropologici, culturali, sociali ed economici. Questa è stata la sua forza fino a quando tensioni interne al mondo cattolico, e di quello laico non anticlericale, furono male interpretate e mal gestite da un gruppo dirigente che non ebbe più il coraggio di tenere ferma una linea di continuità.

Il fatto di essere veramente popolo, consentì alla Dc  di superare la lunga stagione delle stragi e degli opposti estremismi, il terrorismo, numerosi e ricorrenti crisi innescate dalle trasformazioni e dall’andamento di cicli economici nazionali ed internazionali. Contribuì a reggere la necessità di coniugare una guida di carattere nazionale con il trarre linfa vitale dal sistema delle autonomie amministrative. Il sistema bancario e quello della cooperazione d’emanazione cattolica riuscirono a competere con ciò che era naturalmente frutto degli ambienti finanziari laici e del forte sistema cooperativistico di sinistra. Lo stesso accadde in campo sindacale.

Un paragone intrigante, dunque, quello che fa Mario Giro tra la Dc e il Pd, ma viene da chiedersi quanto rischi di rivelarsi un po’ forzato. A meno che non ci limitiamo alle dichiarazioni dei dirigenti del Pd che, poi, nei fatti, lo dimostrano anche i risultati raccolti da un po’ di tempo nelle urne, si riferiscono a quell’aggettivo “nazionale” solamente perché è partito presente in tutte le regioni d’Italia. Una dichiarazione, insomma, più che sostanza di un partito che ha progressivamente perso molti dei radicamenti sociali su cui si basava la vera forza del social comunismo italiano.

Anche Mario Giro, alla fin fine, la pensa così. Basta leggere quando scrive che: “(…)  il Pd appare come sordo: un interlocutore difficile, che non ascolta le idee nuove, che teme tutto, impaurito e intimidito da tutto, che non dibatte con gli estranei (ma solo internamente), che preferisce l’usato sicuro all’innovazione. Tutto ciò fa arrabbiare vari settori della società e dell’economia”.

Giro riconosce che i leader dell’organizzazione oggi guidata da Nicola Zingaretti  sono impegnati soprattutto a “tenere insieme i ‘feudi’ di cui il partito è composto (sia sul territorio che in parlamento). Meglio un partito nazionale anche se fatto di feudi (come fu la Dc) che lo sbriciolamento totale. Questo spiega perché è così complicato dibattere con il PD, per esempio, sulle elezioni regionali a venire”.

Anche noi abbiamo spesso parlato del Pd come partito sostanzialmente ridotto ad espressione di un “apparato” preoccupato solamente della propria sopravvivenza. Lo hanno dimostrato recentemente le elezioni regionali in Umbria, dove è stato sonoramente sconfitto per l’aver portato quella che fu una delle regioni “rosse” per antonomasia in una crisi economica e sociale, ma anche morale, che non ha uguali nell’Italia centrale. Lo hanno dimostrato quelle dell’Emilia e Romagna dove la “ditta” ha confermato la capacità incombente di plasmare ancora un’intera regione. Nel resto d’Italia?

E’ probabile che la vittoria arrida in Toscana il prossimo settembre. Anche qui la “ditta”, del tutto diversa da quella emiliano romagnola, continua ad avere una sua forza. Però, Campania e Puglia richiamano in pieno il concetto di presenza “feudale” giacché si tratta di due regioni in cui, più che il partito in quanto tale, sembrano farsi valere le presidenze di Vincenzo De Luca e di Michele Emiliano. Quasi certo vincitore il primo, soprattutto per la sua gestione della crisi da Coronavirus, forse meno sicuro il secondo.

La conclusione di Mario Giro è per qualche verso simile a quella cui giunse recentemente Giorgio Merlo, secondo il quale si dovrebbe pensare a creare “nel Pd” un’area di centro ( CLICCA QUI ). Per questo affibbiammo al caro amico Giorgio l’epiteto di ” attenditore” di Godot. Giro pensa di convincere il Pd che “la sua autosufficienza ha comunque un limite” e che dunque “gli servono cioè degli alleati seri”. Alleati “tessitori” in grado di aiutare il partito della sinistra a “tenere assieme altri pezzi della società dentro un piano unitario e nazionale”. Pertanto, questo Pd “va aiutato a superare i propri limiti”.

Io credo che sia necessario avviare un ragionamento abbastanza diverso che, in qualche modo, riguarda specularmente anche l’attuale destra a trazione salviniana, checché dicano i sondaggi. Entrambi, sinistra e destra, sono infatti nel pieno di una crisi profonda d’identità e di prospettiva. Del Pd ha già detto Giro e pure noi. La destra si è infilata in un cul de sac ristretto da una deriva antieuropea e anti Occidente da cui non è tanto facile uscire. Le dinamiche geopolitiche internazionali, la Brexit dei britannici e, soprattutto, le vicende del Coronavirus porteranno inevitabilmente ad una risistemazione del quadro politico italiano in modo tale che, molto probabilmente, anche il fronte Salvini, Meloni, Berlusconi diventerà un’altra cosa. Soprattutto se, con l’arrivo di una nuova legge elettorale, nascerà un centro destra europeista, democratico e non sovranista.

E’ dinanzi ad un possibile orizzonte di questa specie, dunque, che si pone il ragionamento di coloro che si sentono alternativi sia all’uno, sia all’altro fronte. In particolare, se il loro proporsi riguarderà non solo le dinamiche della politica, ma avrà la forza per divenire interprete del nuovo che dell’economia e del sociale non ha ancora trovato una rappresentanza pubblica, a causa dei ritardi e dell’indifferenza sia della sinistra, sia della destra.

Solo se destra e sinistra saranno costrette a misurarsi con un’ipotesi di autentica trasformazione sarà possibile aiutarle, entrambe, a “superare i propri limiti” e a far evolvere il complessivo quadro politico e istituzionale. Per questo è necessario seguire l’ago della bussola che indica la via dell’autonomia. Elemento fondante di un nuovo movimento politico ispirato cristianamente che, di un’autonomia non statica, bensì propositiva, sia in grado di fornire una cifra percepibile ed inclusiva anche per i non credenti interessati ad operare per il bene comune.

Giancarlo Infante

 

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