In Italia c’è un problema di bassi salari che non può essere risolto puntando solo su sgravi fiscali o bonus.

L’esistenza di salari non adeguati che penalizzano la crescita della domanda di beni e servizi e compromettono l’attrattività della domanda di lavoro delle imprese ha trovato una conferma autorevole nelle affermazioni del Presidente della Confindustria Emanuele Orsini nella recente Assemblea annuale dell’associazione. Ma la vera novità è l’esplicita ammissione della sostanziale impotenza dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori maggiormente rappresentative nell’offrire delle risposte efficaci a questa criticità, anche nella condizione di nuovi interventi normativi finalizzati a vincolare la loro applicazione erga omnes per contrastare la concorrenza sleale dei cosiddetti contratti pirata.

In un recente articolo dedicato al tema della rappresentatività delle organizzazioni datoriali e sindacali che sottoscrivono i rinnovi contrattuali, abbiamo evidenziato l’inconsistenza giuridica e di fatto dei contratti pirata, formalmente numerosi, ma del tutto inapplicati nella sostanza. Ma l’originalità del caso italiano è effettivamente contrassegnata dalla contraddizione in atto tra la vastità delle tutele offerte dai contratti collettivi siglati dalle categorie aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative, applicati a circa il 97% dei lavoratori dipendenti, e la concomitante difficoltà di tutelare il potere di acquisto delle retribuzioni.

Una tendenza poco comprensibile, soprattutto in relazione a una domanda di lavoro delle imprese che fatica a trovare lavoratori disponibili e che, teoricamente, dovrebbe facilitare un aumento cospicuo delle retribuzioni per rendere appetibili le offerte di lavoro.

Il cambio di passo operato dal Presidente della Confindustria pone seriamente due quesiti che richiedono altrettante risposte.

Il primo relativo all’intervento sistematico dello Stato per compensare le lacune della contrattazione collettiva, che deve svolgere il compito di redistribuire in modo equo tra capitale e lavoro il valore aggiunto effettivamente generato dalle attività produttive. Gli interventi per integrare sono la parte finale dell’esplosione della spesa assistenziale a carico dello Stato in atto dal 2008 per sostenere i redditi familiari medio-bassi selezionando i beneficiari con l’introduzione di soglie salariali, di regimi di tassazione forfettaria, e con l’ausilio delle dichiarazioni Isee (utilizzate da circa 11 milioni di famiglie e 30 milioni di cittadini per accedere a prestazioni e servizi pubblici) che incentivano le sotto dichiarazioni dei redditi effettivamente percepiti.

Per inciso, questi interventi hanno comportato una crescita cumulata di circa 800 miliardi di euro della spesa pubblica di trasferimenti all’Inps e di altri interventi a carico dello Stato, compensata dalla riduzione di altre componenti di spesa in grado di generare un impatto positivo sulla domanda di lavoro (gli investimenti pubblici, il turnover nella Pubblica amministrazione, il potenziamento delle spese per la sanità, il lavoro di cura e l’istruzione), con riflessi negativi sulla richiesta di personale qualificato, sul ricambio generazionale e di genere, e nei territori meno sviluppati.

Sul versante della distribuzione del reddito, come documentato dall’Istat (Rapporto annuale 2025), i provvedimenti per i sostegni erogati hanno consentito di ridurre le disuguaglianze tra i ceti meno abbienti e le fasce di reddito più elevate, ma a discapito della dinamica della crescita dei redditi complessivi. Soprattutto, quelli dei ceti medi produttivi che hanno supportato fiscalmente l’onere delle prestazioni citate. Un’analoga tendenza si è manifestata anche per le dinamiche per la tutela dei salari netti contrattuali e di fatto tra le qualifiche medio-basse e quelle più elevate.

Le cause della mancata crescita dei salari reali in Italia sono ampiamente note. In particolare: la bassa crescita della produttività del capitale e del lavoro con forti divari settoriali e territoriali; l’elevata quota di lavoratori che hanno rapporti di lavoro a orario ridotto e con salari di fatto inferiori alla media delle retribuzioni dei lavoratori a tempo pieno e con rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

In tutti i Paesi sviluppati (vedi indagini Ocse) continua a essere confermata la relazione diretta tra la crescita dell’economia, quella della produttività e l’aumento dei salari reali. Quest’ultima, anche a prescindere dalle tipologie dei singoli sistemi nazionali della contrattazione collettiva. L’indicatore della crescita della produttività, in particolare quella derivante dagli investimenti tecnologici e sulle competenze delle risorse umane, ha da molto tempo soppiantato quello del contenimento dei costi del lavoro per valutare la competitività dei sistemi produttivi e delle singole imprese.

La comparazione tra l’andamento della produttività nel nostro Paese rispetto al resto dell’Eurozona nel corso degli anni 2000 è impietosa (+6% in Italia rispetto alla media del +30%). Un differenziale medio motivato per la gran parte dalle caratteristiche dimensionali, dipende essenzialmente dalla compressione dei costi del lavoro. Questi comparti di attività alimentano una forte domanda di lavoro per retribuzioni poco adeguate e discontinue che penalizzano le retribuzioni annuali di fatto.

L’indicatore della crescita della produttività, per orientare quella dei salari, che comporta inevitabilmente anche una valorizzazione dei livelli decentrati della contrattazione, sconta il pregiudizio di una parte consistente delle associazioni dei datori di lavoro, per il timore di ridurre i margini di flessibilità decisionale delle imprese, e, sul fronte opposto, di una parte significativa della Cgil e delle categorie poco organizzate nei territori, contrarie alla frammentazione dei livelli contrattuali per le implicazioni che comportano sui differenziali retributivi tra i lavoratori.

La centralità dei contratti collettivi nazionali orientati alla difesa del salario reale, ereditata con modifiche poco incisive dall’accordo di politica dei redditi del 1993 finalizzato a contrastare l’inflazione e la rincorsa tra i prezzi e i salari (Governo Ciampi), sconta in negativo l’attenzione delle rappresentanze dei datori di lavoro a contenere i costi dei rinnovi contrattuali nazionali per renderli sostenibili per le imprese meno redditizie, anche per evitare una perdita dei consensi associativi.

Una condizione che impedisce di fatto di perseguire l’obiettivo della tutela dei salari reali nei periodi di crescita dell’inflazione, dovuta a fattori non programmati, come avvenuto negli anni successivi alla pandemia Covid-19, con il ritardo dei rinnovi contrattuali di numerosi settori per consentire alle imprese di recuperare l’impatto dei costi dell’energia. Risultati migliori sono stati ottenuti nei settori che registrano nel complesso una crescita degli investimenti e del valore aggiunto pro capite (le imprese manifatturiere e agroalimentari, i settori della finanza e delle telecomunicazioni, parte della grande distribuzione) con il contributo offerto dalla contrattazione aziendale. Ma il peso di questi settori risulta inferiore al 30% dei lavoratori dipendenti.

Questi numeri evidenziano l’esigenza di un profondo cambiamento della qualità e dei contenuti delle relazioni industriali: il decentramento della contrattazione collettiva nella direzione delle aziende e dei territori assumendo gli indicatori della crescita della produttività e dell’attrattività della domanda di lavoro per rimettere in moto la dinamica dei salari reali; la crescita delle competenze dei lavoratori come motore di sviluppo; la razionalizzazione del numero e del ruolo dei contratti collettivi nazionali per garantire dei trattamenti economici minimi dignitosi, in linea con la crescita generale dei redditi da lavoro e per assicurare le tutele sussidiarie ai lavoratori che non beneficiano della contrattazione decentrata.

Negli anni recenti il contributo dei salari alla crescita dei redditi familiari e dei redditi pro capite della popolazione italiana è stato garantito dall’aumento dell’occupazione. Un risultato molto positivo, soprattutto perché accompagnato anche dalla dominanza dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, e coincidente con la riduzione demografica della popolazione in età di lavoro, che evidenzia un potenziale cambiamento dei comportamenti delle imprese nella giusta direzione.

Quest’ultima è stata delineata con grande lucidità nelle recenti Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia. Per uno sviluppo duraturo e sostenibile della nostra economia serve il contributo della crescita della produttività offerto dall’impiego delle nuove tecnologie e delle competenze dei lavoratori necessarie per utilizzarle nelle organizzazioni del lavoro. In tal senso, il problema principale non è rappresentato dalla scarsità di risorse disponibili, ma dal sottoutilizzo di quelle finanziarie, tecnologiche e umane già disponibili.

Il ruolo delle istituzioni rimane fondamentale per orientare l’impiego efficiente, e socialmente sostenibile, di queste risorse, ma il cambio di paradigma richiede il concorso degli attori economici e sociali che devono condividere le priorità da tradurre in impegni concreti.

Natale Forlani

Pubblicato su www.ilsussidiario.net

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