“Vóce del sén fuggita, Pòi richiamàr non vale”. Da Orazio, al Metastasio per giungere, infine, a Silvio Berlusconi. Ma quella di uno dei leader della destra non è affatto cosa improvvisata. Chi sa bene come funzionano i rapporti tra “maggiorenti” e stampa, è autorizzato a pensare che egli, magari anche sulla base di domande concordate,  ha fatto in modo di rispondere quel che ha risposto. Pronto, com’è nel suo costume, a mettersi poi a precisare, a limare, a contenere le reazioni. Ma ormai la cosa l’ha detta. Del resto, non ci si ricorda neppure di una vera e propria intervista, diciamo all’anglosassone, cui Berlusconi abbia accettato di partecipare. Non sono pochi i politici italiani che non sanno, e non vogliono sapere, cosa significhi misurarsi davvero con la stampa senza controllare prima il tenore delle domande.

Ma si deve cercare di capire il “messaggio” diretto al Presidente della Repubblica. Quale il risultato che si è cercato di ottenere, assieme al dimostrare, come ci dice Domenico Galbiati (CLICCA QUI), la mancanza di una solida adesione alla nostra Costituzione. A Berlusconi non sfugge il fatto che i tempi previsti nel caso di una riforma costituzionale sono davvero lunghi. E, dettaglio non insignificante, richiedono quattro successive lettura da parte delle Camere. Se le seconde votazioni di Camera e Senato non si concludono con un voto pari almeno ai due terzi dei componenti si va automaticamente al referendum. E sappiamo come gli italiani si sono comportati finora. Renzi porta ancora addosso i segni della clamorosa bocciatura che segnò la sua fine politica da leader alla guida di un raggruppamento consistente.

Questo mettere le mani avanti da parte di Berlusconi, allora, fa tornare alla memoria due fatti importanti, e clamorosi, che hanno coinvolto due Presidenti della Repubblica al momento della formazione di altrettanti governi. Il primo, coinvolse direttamente Silvio Berlusconi con l’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. L’inquilino del Quirinale gli bocciò sonoramente l’idea di mettere a capo del Ministero della Giustizia quello che poi diventerà un pregiudicato: l’avvocato Cesare Previti.

Nel secondo caso, gli attori furono Sergio Mattarella, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il motivo del contendere fu la posizione che avrebbe dovuto assumere Paolo Savona di Ministro per l’economia. Cosa che, secondo Mattarella, ci avrebbe portati dritti dritti ad entrare in rotta di collisione con l’Europa. Dopo aver sbraitato un po’, Di Maio si distinse con la sua balzana idea di proporre l’impeachment per Mattarella, il governo giallo – verde addivenne a più miti consigli e Savona non finì a Via XX Settembre. Mattarella fu lungimirante e preveggente, come avrebbe dimostrato poi tutta la trama di relazioni sviluppate con l’Europa e che si sarebbe rivelata fondamentale per farci aiutare con lo scoppio della pandemia.

E’ pensabile, allora, che le avventate e irrispettose dichiarazioni di Berlusconi vogliano servire a creare già da oggi, prima che si tengano addirittura le elezioni, prima ancora di verificare che si realizzi una piena vittoria della destra,  le condizioni per provare ad intimorire Sergio Mattarella in vista occasione della formazione dell’eventuale Governo della destra. Una formazione studiata in modo da consentire a Giorgia Meloni, allo stesso Berlusconi e a Matteo Salvini di “apparecchiarsi” la tavola come loro meglio dovesse conviene.

Noi siamo certi che l’errore di Berlusconi sia duplice: quello di avventurarsi in dichiarazioni che confermano quanto sia inadatto a svolgere compiti istituzionali e pensare che il “mite”, ma fermo, Mattarella si preoccupi davvero di questa o di quella posa minacciosa … dal sapore anche un po’ mafiosetto.