Torniamo sulla vicenda della Cattolica dopo che la nostra Zebretta ci ha raccontato cosa sta accadendo attorno a quello che è un vero e patrimonio di Verona e dell’intero mondo cattolico italiano ( CLICCA QUI ) il quale finora però, almeno ufficialmente, ha mostrato una certa indifferenza.

Siamo di fronte a un vero e proprio attacco portato da alcuni noti esponenti della finanza internazionale, cui magari plaudono tanti giornali radical chic perché negli Usa si presentano come avversari di Donald Trump, ad un gruppo solidissimo italiano d’impronta solidaristica e nato su di una base cooperativistica  collegata al Pensiero sociale della Chiesa.

L’obiettivo è emerso chiaramente: puntare al commissariamento della Cattolica in piena emergenza Coronavirus. Si voleva approfittare di un momentaneo abbassamento dei valori del titolo azionario, nonostante i fondamentali economici del gruppo Cattolica siano più che positivi. S’intendeva comperare ad un prezzo vile ogni azione che, in realtà, ne vale di fatto almeno otto euro, anche se il potenziale effettivo di questi giorni è di cinque. Che i fondamentali di Cattolica siano più che in ordine è dimostrato dal grosso balzo registrato nelle ultime ore dal titolo a seguito delle notizie giunte  dopo che Generali si è detta pronta a partecipare all’aumento di capitale previsto di 500 milioni, in collegamento con i tanti soci che costituiscono la vera forza del gruppo assicurativo.

In ogni caso,  il tentativo è quello di cancellare una realtà imprenditoriale che soprattutto “pesa” le persone, cioè i soci, prima che la loro ricchezza personale o il numero di azioni di cui hanno il possesso. Tutta un’altra visione delle relazioni economiche, ispirate ai concetti del solidarismo piuttosto che alla mera speculazione finanziaria.

La richiesta di aumento di capitale è divenuta la questione dirimente anche per le modalità, il modo e il clima in cui essa è giunta imposta  dall’Autorità di vigilanza. Cosa che ha messo in fibrillazione i soci, limitati dagli effetti del Covid-19, ed anche per i tempi assai ristretti, dettati dall’Autorità medesima, utili per completare l’operazione. Tutti elementi che, un giorno, dovranno essere valutati con più calma.

In questo contesto, l’unico modo di evitare il commissariamento, e quindi la fine di Cattolica, era quello di realizzare un’intesa dell’ultimo momento con Generali disponibile a far fronte con 300 milioni all’aumento di capitale. L’accordo prevede che si vada alla costituzione di una società per azioni e che si modifichino taluni aspetti dello Statuto del gruppo cattolico veronese ancorati alla visione cooperativistica della società. Un prezzo da pagare per assicurare la sopravvivenza e garantire la salvaguardia della sede della compagnia, le risorse umane, i valori ispirativi ed il ruolo della stessa “Fondazione Cattolica”, sempre svolto a beneficio del no profit, per il lavoro giovanile e per il sostegno di molte opere cattoliche.

Grazie all’accordo, da concretizzare entro la fine del prossimo luglio, Cattolica potrà beneficiare per i suoi clienti  di nuovi e innovativi servizi nazionali e internazionali del Gruppo Generali e potrà rafforzare la propria posizione di capitale. Nel contempo, Generali potrà avvalersi del know-how della compagnia scaligera, dotata di una rete estesa in tutto il territorio (3,5 milioni di clienti, raccolta premi 7 miliardi di eruo nel 2019, 1389 agenzie nel territorio italiano, 1886 agenti).

Resta il fatto che meglio sarebbe stato se il mondo cattolico si fosse impegnato nella difesa dell’assetto cooperativistico di Cattolica e avesse voluto raccogliere tutti i 500 milioni richiesti per soddisfare la richiesta di aumento di capitale.

La vicenda, che sembra far presagire un esito non completamente negativo, ne segue un’altra ben più drammatica com’è stato il caso della Popolare di Vicenza i cui fondamentali, però, erano stati divelti da una gestione dissennata e molto poco cristiana, di cui conosciamo per filo e per segno i nomi dei responsabili.

Ancora una volta si è costretti ad interrogarsi sulle condizioni in cui versa la realtà cattolica italiana. Essa appare davvero disarmata di fronte agli attacchi che vengono continuamente portati alla visione solidale e a quelle entità che se ne fanno concretamente carico sul piano sociale ed economico.

Pezzo dopo pezzo, stiamo assistendo alla perdita di un patrimonio e ad un conseguente declino verso cui sembra davvero mancare l’attenzione necessaria. Ogni volta, scomparse tante banche popolari e tante casse di risparmio, dobbiamo fare nostra la frase di Tito Livio: “mentre a Roma si discute, Sagunto cade espugnata”. La stessa allocuzione utilizzata dal cardinal Pappalardo a Palermo in occasione dei funerali del generale Della Chiesa trucidato dalla mafia nel maggio del 1982.

Da anni i cattolici s’interrogano su come uscire dall’irrilevanza politica. In molti casi, lo fanno in maniera del tutto astratta restando prigionieri di una pura logica di schieramento. Una parte della Gerarchia, se vogliamo anche a causa dall’aver perso completamente fiducia nei confronti di tutti i politici d’estrazione cattolica, o di quelli che si dicono ispirati cristianamente, si acconcia a gestire direttamente le proprie relazioni con le istituzioni e il più generale mondo della politica. Si deve pur provvedere alle tante iniziative sociali e caritatevoli che non si sviluppano in astratto, ma nel vivo delle relazioni pubbliche che esse comportano. Manca alla fine, però, una visione d’insieme che si preoccupi del presidio di istanze altrimenti inespresse, la cui perdita significa un pezzo di solidarismo in meno.

Ai cristiani innamorati della politica, perché in essa vedono il dispiegarsi della carità in una dimensione più vasta e più efficace, sembra mancare la concretezza necessaria per tutelare e rafforzare quello che già esiste e che costituisce un patrimonio utile e positivo per tutti, credenti o non credenti che siano, perché basato sulla visione di ciò che è solidarismo e adesione al Pensiero sociale della Chiesa cui tutti dicono di richiamarsi.

Quante altre Cattolica abbiamo in Italia? Tante, sia pure di dimensioni e di rilevanza diverse. Pochissime raccordate tra di loro. Tutte lasciate separatamente a confrontarsi con problemi ed attacchi speculativi altrimenti risolvibili.

Fare politica, con la “P” maiuscola auspicata da Papa Francesco, non significa solamente partecipare alle elezioni. Essa richiama la necessità di prendersi anche cura di un mondo intero, fatto di idealità, ma anche di una serie di relazioni e di interessi finora non adeguatamente sostenuti e, quindi, come nel caso di Cattolica, esposti al rischio di essere persi per sempre.

Giancarlo Infante