“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…”. Così Pascoli ne “L’aquilone” sente risorgere la primavera…
Noi che ci addentriamo nel rigore dell’inverno possiamo sperare in una primavera della democrazia? Non facciamoci soverchie illusioni, non prendiamo lucciole per lanterne, almeno finché non conosceremo l’esito delle elezioni di “metà mandato” di martedì prossimo, negli Stati Uniti.

Eppure il Brasile, la Serbia, in un certo qual senso, perfino Israele ci offrono risultati elettorali che non si lasciano assorbire dall’onda lunga dell’“internazionale autocratica”.
La democrazia ha ancora le sue virtù e le sue ragioni da rivendicare.

La democrazia e il potere

Senza dimenticare, peraltro, che le difficoltà cui va incontro non sono incidenti di percorso che si possano rimuovere dall’oggi al domani. Hanno a che vedere con un cambiamento strutturale del “potere” che, per reggere il passo delle trasformazioni in corso, ha bisogno di centralizzare le sue funzioni, massimizzare l’efficienza, stringere i tempi delle decisioni da assumere, prescindere dai riti del confronto e della partecipazione, dai voli pindarici dei valori, dalle camarille della mediazione, dai contorcimenti della dialettica. È il combinato disposto tra l’enorme mole degli interessi in gioco e l’accelerazione dei processi che ne decidono le sorti a pregiudicare tutti gli aspetti di ponderazione che la democrazia esige.

La competizione tra i due differenti paradigmi durerà a lungo ed attraverserà momenti di grande tensione.Non solo dentro gli ordinamenti istituzionali dei singoli Paesi, bensì proiettandoli sullo schermo delle relazioni internazionali. Parafrasando Habermas, il “potere” sta vivendo il momento di una separazione dolorosa tra “ragione strumentale” e “ragione comunicativa”.

L’internazionale autocratica

Gli eventi in corso depongono anche a favore di una sinergia tra USA, Cina e Russia che – su queste pagine lo si è sostenuto in più occasioni – se pure competono, ad un tempo, coltivano un disegno comune, che nella declinazione autocratica del potere trova quel punto di saldatura che, ai loro occhi, rende invisa l’Europa, almeno finché resisterà la sua vocazione democratica. Se non fosse ridicolo sarebbe scandaloso che la “troika” di cui sopra sostenga la candidatura di Orban alla Segreteria Generale dell’ONU.

Questo passa oggi il convento ed è, a suo modo, un doloroso segno dei tempi.

Domenico Galbiati

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