Come al solito, Ernesto Galli della Loggia interviene in maniera stimolante una volta di più sulla questione del cattolicesimo e la politica. E’ meglio precisare che egli si riferisce proprio alla Chiesa, quella di Papa Francesco, con il suo ultimo articolo cui Il Corriere della sera ha dato il seguente titolo:  Una Chiesa poco politica ( CLICCA QUI ).

Senza tanti complementi, egli definisce il pontificato di Francesco addirittura “ideologico”. Se questo aggettivo stesse per “evangelico” non ci sarebbe niente da dire. Leggendo l’intervento si capisce, però, che l’editorialista del Corriere lo usa proprio nel  senso che i profani danno al termine. Così, egli sostiene che il pensiero di Francesco “perde ogni specificità di tipo  religioso”.

Secondo Galli della Loggia, Papa Francesco  avrebbe apportato una “ modifica significativa” al percorso della Chiesa. Le parole di Francesco porterebbero “su un terreno che segna una frattura rispetto alla tradizione del magistero papale”. Si configurerebbe un “ sostanziale abbandono di quella «dottrina sociale della Chiesa» che aveva tenuto il campo da Leone XIII fino a Giovanni Paolo II e che si connotava per la sua sempre ribadita posizione di centro tra capitalismo liberale e statalismo socialista”.

Viene istintivo pensare, ma senza alcun intento polemico o irriguardoso nei suoi confronti, che trasportato indietro ai tempi di Papa Pecci, Galli della Loggia sarebbe giunto alle stesse conclusioni sulla Rerum Novarum e sul magistero di Leone XIII. Tanto essi furono rivoluzionari e forti  su temi quali il lavoro, l’alienazione provocata dalla fabbrica, la distruzione della famiglia, l’emergere e il diffondersi dell’ideologia socialista.

La prima pietra miliare del Pensiero sociale della Chiesa venne sollecitata da un mutamento epocale definito dagli sviluppi culturali, civili ed economici collegati alle trasformazioni indotte dalle rivoluzioni americana e francese e dall’espansione tumultuosa del capitalismo dopo la cosiddetta seconda rivoluzione industriale.

La finanziarizzazione del capitalismo, le distorsioni insite nel mercato, le mutazioni introdotte nel lavoro e nei sistemi di produzione, le conseguenti metamorfosi antropologiche che investono i singoli e le collettività ai giorni nostri, ulteriormente sollecitati da quella evoluzione scientifica e tecnologia che si potrebbe definire anche terza rivoluzione industriale, presentano una grande similitudine con i cambiamenti della seconda metà dell’800.

Incidentalmente noto  che la questione della crisi del capitalismo liberale è più che mai all’ordine del giorno, come clamorosamente è giunta a ricordare una delle “vestali” di questa visione teorica e pratica qual è il The Economist ( CLICCA QUI ).

Papa Francesco rappresenta solo la riflessione più alta sulle due principali questioni del nostro tempo: quella delle disuguaglianze e quella dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Temi su cui interviene lo stesso mondo economico e finanziario. Basti guardare al recente intervento di Carlo Messina, Ceo di Intesa San Paolo, sulle disarmonie sociali ( CLICCA QUI ) e il cambio di passo che i grandi fondi chiedono a imprese e società sulle questioni ambientali ( CLICCA QUI ).

Esiste dunque la continuità del pensiero di Francesco con i suoi predecessori in materia di Dottrina sociale. Mi permetto di rimandare la memoria, in particolare, alla Centesimus Annus ( CLICCA QUI )  e agli innumerevoli interventi di san Giovanni Paolo II sul capitalismo di cui il Papa polacco intravedeva, oltre quelli a lungo sottolineati dalla Chiesa in precedenza, ulteriori snaturamenti a seguito della caduta del Muro di Berlino e del comunismo reale e, quindi, con il restare quella del capitalismo l’unica ideologia prevalente.

La memoria torna anche agli interventi di Benedetto XVI. In particolare, mi limito a ricordare quello rivolto  ai componenti il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel dicembre 2012( CLICCA QUI  )  nel corso del quale l’attuale Papa emerito parlò di “ idoli moderni” nel riferirsi all’individualismo, al consumismo materialista e alla tecnocrazia, e alla necessità di una loro sostituzione “con la cultura della fraternità e della gratuità, dell’amore solidale”. “Due anni prima, sempre di fronte allo stesso Consiglio,  Benedetto aveva sostenuto la necessità di “ preparare fedeli laici capaci di dedicarsi al bene comune, specie negli ambiti più complessi come il mondo della politica, ma è urgente anche avere Pastori che, con il loro ministero e carisma, sappiano contribuire all’animazione e all’irradiazione, nella società e nelle istituzioni, di una vita buona secondo il Vangelo”  e  auspicò la continuazione nell’elaborazione “di sempre nuovi aggiornamenti della Dottrina sociale della Chiesa”.

Da riflettere anche laddove Galli della Loggia sostiene che Francesco non si rivolga più “genericamente agli «uomini di buona volontà», ai «governanti», alle «autorità responsabili», al mondo, o a gruppi particolari designati dalla loro attività (chessò: le ostetriche, i poliziotti, i manager) — come per antica consuetudine accadeva finora — il Papa attuale ama invece sempre più spesso rivolgersi più o meno direttamente (magari scegliendoli come proprio pubblico) a soggetti vittime di situazioni negative. Ai «popoli», ai «movimenti popolari», o ad altri interlocutori analoghi: ma sempre scelti, direi, in una parte soltanto della società, quella meno favorita”.

Sottolineare che il Vicario di Cristo, salito sulla Croce da ultimo degli ultimi, indirizzi la propria sollecitudine verso la parte “meno favorita” mi sembra un po’ ardito e mi ricorda le ripetute preoccupazioni degli esponenti cattolici del passato animati da una visione clerico conservatrice.

Mi sembra opportuno andare all’intervento fatto da Papa Francesco in occasione dell’incontro con un gruppo della Pontificia Commissione per l’America latina del 4 marzo 2019 (CLICCA QUI  ) in occasione del quale disse: “ La politica non è mera ricerca di efficacia, strategia e azione organizzata. La politica è vocazione di servizio, diaconia laicale che promuove l’amicizia sociale per generare il bene comune. Solo in questo modo la politica contribuisce a far sì che il popolo diventi protagonista della sua storia e così si evita che le cosiddette “classi dirigenti” credano di essere loro a poter risolvere tutto. È il famoso concetto liberale esasperato: tutto per il popolo ma niente con il popolo. Fare politica non si può ridurre a tecniche e risorse umane e capacità di dialogo e persuasione; tutto ciò da solo non serve. Il politico sta in mezzo al suo popolo e collabora con questo mezzo o altri affinché il popolo che è sovrano sia il protagonista della sua storia”.

E’ questo populismo o visione democratica? Proprio quella che, ne converrà Galli della Loggia, uomo intelligente e democratico, manca nei sistemi occidentali in cui si registra una carenza di partecipazione sostanziale.

Vi sarebbe anche da commentare il rimprovero mosso da Galli della Loggia alla “proposta avanzata di recente da Francesco stesso di un non meglio specificato «reddito universale»”. Lo stesso, però, applicato in queste ore da un certo Donald Trump con quel’”helicopter money” messo in campo dall’amministrazione Usa sotto l’incalzare del Coronavirus.

Non sta a me difendere Papa Francesco dall’accusa di “mettere sullo sfondo fino a svanire” il messaggio evangelico, affermazione alquanto ardita, perché di una simile difesa non c’è bisogno tanto è evidente il contrario. Da imperfetto cristiano, infatti, ho vivida negli occhi e nelle orecchie tutta l’azione pastorale e catechetica di Francesco culminata, tanto immaginificamente semplice e sontuosa al tempo stesso, nella passeggiata solitaria per le strade di Roma, nell’adorazione del crocifisso miracoloso di San Marcello, nel suo intestardirsi a parlare dentro e ad una Piazza San Pietro deserta, ma verso cui vanno le nostre attese speranzose e salvifiche.

Galli della Loggia lamenta la mancanza di “un’innervatura religiosa” nel discorso di Francesco. Io, invece, con milioni di altri, questa innervatura la vedo e come. Semmai, questa particolare innervatura è un motivo in più per continuare con la ricerca di una più profonda “conciliazione” interiore con il messaggio di Cristo e i pastori che lo sostanziano in coerenza con il duplice fondamentale comandamento cristiano: ama il tuo Dio e ama il prossimo tuo.

Una finale riflessione sul titolo dato all’intervento di Ernesto Galli della Loggia: Una Chiesa poco politica.

Si ritorna, insomma, ad una parte dell’alternante ritornello. Quello che contesta alla Chiesa di fare troppa politica, o di farne poca.

Chi è educato al cattolicesimo democratico e popolare non ha dubbio alcuno: la Chiesa non deve fare politica, pur consapevole che essa è obbligata a vivere nel tempo e nei suoi problemi. Sta ai laici cristiani fare politica. Cosa che significa scegliere. Non è un caso che i cattolici, anche quelli italiani, votano a destra, come a sinistra o si astengono.

Il Pontefice compie il suo apostolato in una visione universale e, quindi, Galli della Loggia farebbe pure bene a guardare cosa accade nel resto del mondo dove povertà, disuguaglianza e mancanza di diritti sono all’ordine del giorno e reclamano che i popoli “siano protagonisti della loro storia”.

Giancarlo Infante