Di fronte a situazioni politiche controverse, a prima vista indecifrabili, viene spesso spontaneo chiedersi: cosa ne penserebbe il Presidente Moro? Come agirebbe? Osservando l’attuale ordine delle cose del mondo, nel suo animo prevarrebbe il timore o la speranza?

In primo luogo, forse, nel momento storico in cui l’estrema destra è giunta al governo del nostro Paese, ci ricorderebbe – così affermò nel marzo ‘47, intervenendo in Assemblea Costituente, in contradditorio con l’on. Lucifero, il quale sosteneva che la Costituzione dovesse avere un carattere “afascista – come, al contrario, quest’ultima non potesse essere se non necessariamente ed espressamente “antifascista”.

“Non possiamo dimenticare quello che è stato – affermò – perché questa Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta….”. Contro “…..quello che è stato nel nostro Paese, un movimento storico di importanza grandissima, il quale, nella sua negatività, ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni”. “….nei momenti duri e tragici nascono le Costituzioni e portano di questa lotta dalla quale emergono il segno caratteristico”.

Aldo Moro ci ricorderebbe che lo Stato non è se non “una forma essenziale, fondamentale di solidarietà umana” e lo si può costruire solo prendendo “….posizione intorno ad alcuni punti fondamentali inerenti alla concezione dell’ uomo e del mondo”: libertà e giustizia. Cosicché, la stessa Costituzione risulterebbe inefficace se dovesse “prescindere da questa comune, costante rivendicazione di libertà e di giustizia”.

Ci inviterebbe a non cedere allo sconforto, a persistere quotidianamente, con sacrificio e con pazienza, nel nostro impegno politico. Ci richiamerebbe – come fece, inascoltato, rivolgendosi al suo partito – ad essere “alternativi” a noi stessi. Decoincidere da noi stessi, accettare che possa irrompere un evento capace di infrangere la cristallizzazione del nostro pensiero. Disponibili ad aprire un varco nella cinta muraria fortificata delle nostre convinzioni inossidabile. Che ci confortano e ci rassicurano, sia pure, però, al prezzo di annebbiare il nostro sguardo, impedendoci di cogliere per tempo quanto di nuovo si va stagliando all’orizzonte.

Nelle trasformazioni che scuotono questo particolarissimo momento della vicenda umana, andrebbe, ancora una volta, come fece negli anni della “contestazione giovanile” del ‘68, alla ricerca della domanda di libertà che è sottesa a questi movimenti tellurici.

Il Presidente Moro vide più lontano di ogni altro leader del momento e vide più nettamente cosa ci fosse nell’animo confuso e nel cuore dei giovani del tempo, perché il suo approccio pur intellettualmente profondo a quel fenomeno sociale, non si limitava a tale dimensione, ma era accompagnato da un sentimento di “empatia”, una sintonizzazione vitale che andava oltre una comprensione algida e staccata delle attese e delle provocazioni di quel momento.

La sua fede profonda lo indurrebbe a guardare con ragionevole preoccupazione alle inquietudini in cui ci dibattiamo, ma pur sempre lasciando prevalere un forte sentimento di fiducia, di concreta speranza e di attesa di un passo della storia più avanzato, più ricco di umanità. Secondo un ideale di progresso che, anziché indulgere ai consumi ed alla materialità delle cose del mondo, guardi, piuttosto, all’interiorità ed allo spirito della persona.

E’ la prospettiva di quella “società del valore umano” di cui ha scritto più volte, sia dai suoi anni giovanili, e rappresenta, di fatto, la sintesi più esaustiva del progetto politico cui anche oggi dobbiamo attendere.

Domenico Galbiati

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