Ogni giorno, una piccola dose di disinformazione ci scivola sotto pelle. Non è la grande menzogna, quella che si riconosce subito: è la pillola invisibile, l’omissione, la sfumatura che orienta il pensiero senza che ce ne accorgiamo.
Prendiamo una notizia recente: un ragazzo di sedici anni di Como è arrestato per presunti legami con l’Isis. I titoli, quasi all’unisono, hanno parlato di “giovane italiano, ma di origini straniere”. Anche il notiziario Rai News 24 — che, essendo servizio pubblico, dovrebbe garantire un grado in più di completezza e di correttezza — ha ripetuto la formula. Italiano, sì, ma “fino a un certo punto”.
Eppure, pare che il ragazzo viva in Italia da quando aveva quattro anni. Dunque, più italiano di molti altri nati qui. Ma questo dettaglio non serve alla narrazione: ciò che conta è insinuare un dubbio, un riflesso condizionato. “Origini straniere” diventa sinonimo di sospetto, di pericolo, di diversità da tenere a distanza. Il servizio, per diversi minuti, ha lasciato intendere che si trattasse di un giovane nordafricano o mediorientale, alimentando l’immaginario del terrorismo islamico. Solo alla fine, quasi distrattamente, si è detto che il ragazzo parla e scrive in russo. Un dettaglio che cambia tutto, ma arriva troppo tardi per correggere la percezione ormai formata.
Questo è il veleno quotidiano: non la falsità, ma la distorsione sottile. L’informazione che orienta senza dichiararlo, che costruisce un nemico invisibile, che alimenta paure e pregiudizi. È un veleno che scorre nei notiziari, nei titoli, nei commenti, e che una parte della politica usa come carburante.
I vecchi cronisti, quelli cresciuti con la regola dell’essenzialità e della verifica, non si riconoscono più in questo giornalismo che preferisce la suggestione alla precisione.
La verità, oggi, non viene negata: viene sfumata. E ogni sfumatura, ogni omissione, ogni aggettivo diventa una goccia di veleno che, giorno dopo giorno, ci abitua alla diffidenza. ![]()