L’Opinione pubblica, in questi giorni, è sempre più scossa dalle notizie di cronaca che riguardano il fenomeno allarmante della criminalità organizzata minorile, comunemente definita come quella delle c.d. “baby gang” ovvero quella dei c.d. “Maranza”, composta, in prevalenza, da minori di origine straniera. Sebbene i nomi attribuiti abbiano un’origine giornalistica, essi sottendono una realtà complessa che genera un profondo senso di disagio tra i cittadini alimentato dalla crescente aggressività con cui vengono perpetrati determinati crimini a cui si aggiunge lo sconforto per il mancato intervento dello Stato per affrontare i gravi episodi di cui sono divenute protagoniste le gang minorili specie nelle grandi Città.

Secondo uno studio di Laura Tabacchi, componente dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica: «Per comprendere appieno la natura di queste aggregazioni, è necessario superare i dati di cronaca e analizzare la devianza minorile come un fenomeno multifattoriale, che abbraccia non solo la violazione di norme penali, ma anche la rottura di equilibri sociali e morali da cui trae origine».

Il comportamento deviante si configura, inizialmente, come un atto volontario che arreca disturbo alla collettività, che genera l’attivazione di contro‑azioni volte al recupero del soggetto fondato su valori che non mirano a una trasformazione sociale positiva. Inoltre, secondo la studiosa, l’adesione a una banda giovanile non è un atto isolato, ma risponde a un insieme articolato di bisogni psicologici e sociali tipici della fase evolutiva dell’individuo. Tra questi spiccano il bisogno di identità, la ricerca di appartenenza a un gruppo di pari simili a sé, il desiderio di sperimentazione attraverso il rischio e, in molti casi, il tentativo di ribaltare uno stigma sociale o rimediare a una profonda solitudine.

L’adolescenza, passaggio cruciale dall’infanzia all’età adulta tra i 14 e i 18 anni, è caratterizzata dalla costruzione dell’identità ed in questo “stadio della vita” il giovane affronta una crisi necessaria tra la scelta di una prospettiva di sviluppo a scapito di altre, e si tratta di un processo spesso doloroso che può sfociare in condotte criminose se il contesto ambientale facilita l’espressione dell’aggressività. In questo scenario, il contesto familiare gioca un ruolo determinante atteso che la qualità del legame può influenzare la personalità futura del minore a causa di modelli di attaccamento ansioso‑evitante o disorientamento‑disorganizzato spesso correlati a traumi non risolti che possono riemergere in adolescenza sotto forma di disagio sociale. Per la Tabacchi, anche il modello educativo parentale incide perché può spingere il minore a ricercare fuori dalle mura domestiche quei riconoscimenti e quel senso di protezione che mancano nel nucleo familiare.

Inoltre, sebbene l’aggregazione spontanea con altri coetanei non sia intrinsecamente deviante, la letteratura scientifica evidenzia una correlazione diretta tra il coinvolgimento con soggetti antisociali e gli episodi di delinquenza, poiché fenomeni come il bisogno di fedeltà ai coetanei e l’approvazione da parte del gruppo diventano catalizzatori di condotte trasgressive che generano, nel tempo, la vera e propria criminalità organizzata. Ne consegue che, in questo contesto, la scuola rappresenta l’istituzione centrale per la formazione e la crescita cognitiva poiché un clima scolastico positivo, basato su una leadership autorevole dell’insegnante, favorisce i comportamenti positivi degli alunni e ne riduce l’aggressività mentre un approccio autoritario genera frustrazione laddove uno permissivo può indurre alla litigiosità del singolo.

Quando la scuola fallisce nel riconoscere il valore del singolo o utilizza il voto come etichetta svalutante, si crea un vuoto che il minore colma frequentemente attraverso l’identificazione con gruppi devianti esterni, dove l’abilità di relazionarsi non è mediata da obiettivi educativi ma da dinamiche di potere. La valutazione psico‑forense del minore autore di reato deve in primo luogo considerare l’immaturità dei sistemi cerebrali deputati alla autoregolazione.

L’impulsività, intesa come incapacità di posticipare la gratificazione e sottostima del pericolo, si accompagna spesso a quelli comunemente definiti come “meccanismi di disimpegno morale”. Attraverso la diffusione e il diniego della responsabilità (“non è colpa mia, lo facevano tutti”), i giovani riducono il senso di colpa e il conflitto cognitivo derivante dalla trasgressione dei principi morali. Tuttavia, in questo contesto, accade che la figura del leader del gruppo criminale assuma un ruolo centrale nel fornire sicurezza al singolo, che da solo non avrebbe la volontà di compiere determinati atti violenti.

• L’analisi effettuata da Transcrime Nondimeno, le bande giovanili, dette baby gang, costituiscono, ormai, una realtà in aumento in Italia, originata prevalentemente da situazioni di disagio familiare o sociale e da mancata integrazione piuttosto che da legami con la criminalità, ma che si esprime con azioni violente e reati, spesso contro coetanei, che richiedono strategie di intervento basate su un’attenta analisi e comprensione del problema.

Sul tema, assume grande rilevanza lo studio “Le Gang giovanili in Italia” elaborato da Transcrime, Centro di ricerca sulla criminalità transnazionale delle Università Cattolica di Milano, realizzato in collaborazione con l’Università di Bologna e quella di Perugia, per effettuare una mappatura a livello nazionale del fenomeno. Inoltre, lo studio si basa su dati rilevati con il supporto del Servizio analisi criminale della Polizia criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno in base ai contributi forniti dalle varie Polizie e dal Dipartimento di Giustizia minorile del Ministero della Giustizia, che hanno preso in esame una serie di fenomeni allo scopo di comprenderne la complessità.

L’identikit delle baby gang restituisce la fotografia di gruppi diffusi in tutte le Regioni, con una leggera prevalenza nel Centro‑Nord. I gruppi risultano, nella maggior parte, composti da circa 10 ragazzi, tra i 15 e i 17 anni, spesso italiani, che, senza un’organizzazione strutturata né la distinzione di compiti all’interno, compiono azioni violente, spesso senza moventi specifici, espressioni di un disagio derivante il più delle volte da mancata inclusione o assenza di modelli di riferimento all’interno della famiglia, più che da una vera e propria volontà criminogena.

Le vittime di aggressioni, lesioni, atti di bullismo, sono spesso coetanei, ma si parla anche di atti di vandalismo e disturbo della quiete pubblica, fino a reati più gravi come traffico di stupefacenti e rapine. La mappatura di Transcrime ha individuato quattro macro‑modelli di bande giovanili, definiti anche in base all’attività sui social dei loro componenti, alle loro caratteristiche socio‑anagrafiche e alla ripetitività dei reati commessi:

  1. Gruppi fluidi: senza una gerarchia definita, mettono in atto condotte violente occasionali; sono i più diffusi, specialmente nel Nord Italia.
  2. Gruppi legati alla criminalità organizzata: composti quasi totalmente da italiani, sono attivi soprattutto nello spaccio e nelle estorsioni nel Sud del Paese.
  3. Gruppi ispirati a modelli esteri: spesso formati da giovani di origine straniera che vivono situazioni di marginalità, presentano strutture più stabili e agiscono con violenza nel Nord e Centro Italia.
  4. Gruppi strutturati indipendenti: dediti a rapine e furti, composti principalmente da italiani in condizioni di disagio socio‑economico.

Il più diffuso sui territori è quello caratterizzato dalla mancanza di una organizzazione verticistica, composto in maggioranza da ragazzi minorenni italiani tra i 15 e i 17 anni, che infieriscono su coetanei. Traffico di droga, estorsioni, rapine in case o locali pubblici sono invece reati di alta gravità, commessi da un secondo tipo di gang, più diffusa nelle regioni del Sud Italia, che si ispira o ha legami con organizzazioni criminali strutturate.

Più diffuso nel Centro‑Nord è invece un terzo tipo di banda giovanile che si ispira a gang criminali estere, c.d. Maranza, composto in prevalenza da ragazzi stranieri, di prima o seconda generazione, non integrati a livello sociale. Il quarto e ultimo tipo di baby gang mappato è quello diffuso nelle aree urbane, caratterizzato da una struttura meglio definita e dalla gravità dei reati commessi, pur non avendo legami con la criminalità, benché i reati più frequenti riguardino risse, percosse, lesioni e atti di bullismo o vandalismo e si registrino aumenti per reati specifici come rapine e violenze sessuali.

Un elemento trasversale, in alcune Regioni, è costituito dalla noia, che spinge i giovani a ricercare “scariche di adrenalina” attraverso atti vandalici o comportamenti illeciti in contesti poveri di stimoli e opportunità ma che generano forti preoccupazioni tra i cittadini esposti a sempre più gravi comportamenti delinquenziali.  (Segue)

Mario Pavone

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