Con la pubblicazione del “Manifesto per la costruzione di un soggetto politico ‘nuovo’ di ispirazione cristiana e popolare” si è avviato un percorso che dovrebbe concretizzarsi in una forza organizzata capace di competere nell’agone politico.

L’impresa è seria, complessa, dagli esiti tutt’altro che scontati. Si comprende bene come una delle reazioni possibili sia lo scetticismo, cui ha dato voce Giorgio Merlo nel suo ultimo articolo. Che impone una risposta ben ponderata.

Per prima cosa liquido come un infortunio – conoscendo Giorgio dagli anni giovanili in Forze Nuove – il suo passaggio che accomuna “un partito laico di ispirazione cristiana” a “un soggetto cattolico con una forte caratterizzazione religiosa. Al di là delle definizioni e della terminologia sempre un po’ confusa ed autoreferenziale, di un partito cattolico si tratta”. Un concetto superficiale e falso che ai tempi di Sturzo si leggeva sui giornali dei radicali massoni e che oggi potrebbe sostenere qualche incolto populista. Scritto da un conoscitore del Popolarismo risulta inspiegabile. Possiamo certamente convenire sulla “sostanziale improponibilità ed inopportunità di dar vita all’ennesimo partito cattolico”– se lo intendiamo confessionale –, ma di politici e programmi che si ispirano laicamente ai valori evangelici credo ci sia oggi un grande bisogno. E lo pensa pure Merlo se scrive che “si rende sempre più necessaria la presenza di questa cultura, di questi valori e anche dello stesso progetto politico nella sfera pubblica italiana”, anche se poi devia su un giudizio drastico: “non ci sono le benché minime condizioni politiche, culturali, sociali e forse anche ambientali per intraprendere una ennesima iniziativa partitica”.

Il perché di questa sentenza senza appello sta proprio nella constatazione che dalla fine del PPI di Martinazzoli e Marini “si sono succeduti circa 50 tentativi per rimettere in gioco (…) una forza politica che affondava le sue radici nel patrimonio politico e culturale del cattolicesimo politico e democratico italiano. Tentativi che sono stati declinati tanto sul versante del centrodestra quanto su quello del centrosinistra. (…) Tutti, purtroppo, puntualmente falliti a livello politico ed elettorale”.
Non so se siano stati così tanti, ma mi fido di Giorgio che da dirigente politico e parlamentare ha avuto modo di seguire con attenzione questi tentativi negli ultimi vent’anni e in qualche caso vi si è anche impegnato in prima persona. La sua obiezione è fondata. Perché un nuovo partito “cristianamente ispirato” dovrebbe oggi riuscire dove tanti altri hanno fallito in precedenza?

È una domanda ineludibile, se non si vuol correre il rischio di passare per velleitari. Come ho cercato un mese fa di dare risposta al perché serve un nuovo partito (CLICCA QUI), provo a spiegare in cosa consiste la novità dell’iniziativa politica avviata ufficialmente con il manifesto redatto dal professor Zamagni – stimato economista apprezzato da papa Francesco – con altri contributi.

Una prima convincente risposta ai fallimenti passati la fornisce Merlo stesso: tanti tentativi sono falliti perché “l’ambizione dei promotori, del tutto giustificata e anche umanamente comprensibile, era sempre e solo quella di puntare ad ottenere qualche scranno parlamentare”. Appunto, una politica guidata esclusivamente da convenienze personali, al limite del proprio gruppo, mettendo in secondo piano valori – il bene comune, per dirne uno – e programmi. Vale per chi si è posizionato nel centrodestra e, purtroppo, anche per gli ex Popolari nel centrosinistra. Abbiamo già lamentato più volte come il patrimonio della cultura democratica e popolare di ispirazione cristiana sia retrocesso nell’oblio man mano che i suoi rappresentanti si frazionavano sempre più, attirati nel vortice della deriva individualista della Seconda Repubblica: da Popolari a mariniani, prodiani, franceschiniani, lettiani, bindiani, fioroniani, e via diminuendo sino a una sostanziale afonia e irrilevanza politica. Non è un caso se l’unico autorevolissimo esponente della nostra cultura e stimato protagonista dell’attuale stagione politica si è sottratto negli anni a giochi e tatticismi di partiti e gruppi. Sto parlando, ovviamente, di Sergio Mattarella.

Dopo tanta diaspora, con gruppi e singoli accecati dall’autoreferenzialità, si assiste ora al serio tentativo di ricomporre un’area culturale e politica dove mettersi in gioco su un piano di parità. Questo è un elemento nuovo rispetto al passato.

Il tentativo avviato con l’uscita del Manifesto Zamagni non è una scialuppa di salvataggio per reduci della Prima o Seconda Repubblica in cerca di una poltrona, né pensa di occupare uno spazio – il “centro” – che è solo una parola vuota. Cerca persone attive nelle associazioni e nelle amministrazioni locali – oltre 500 le firme raccolte in tutta Italia nella prima sottoscrizione (CLICCA QUI) – che devono rappresentare la ricchezza di un mondo che vuole emergere per le sue idee e iniziare pian piano a incidere nella vita politica. Rendendo tutti partecipi e importanti, creando coordinamenti regionali aperti a nuovi ingressi e non limitandosi a ristretti “caminetti” romani.

Si avverte poi l’importanza di avere “facce nuove”, giovani e meno giovani, senza rinunciare all’apporto di coloro che hanno maturato esperienza in ruoli importanti. Ma ai “nomi noti” si chiede un contributo di generosità alla causa comune, che parte dal non occupare il palcoscenico in forza della propria notorietà.

C’è chi sottolinea la mancanza di un leader visibile e riconosciuto: evviva! Dopo i partiti annunciati in comizi improvvisati sul predellino dell’auto blu, di crisi di governo avviate in discoteca, di partiti decisi da uno solo e lanciati con un tweet, di baruffe e piroette tra partiti e nei partiti, con i vari capi protagonisti del teatrino della politica (capace ormai di interessare solo metà degli elettori), si dovrebbe apprezzare la novità di un movimento che si pone su basi e su uno stile diversi.

Soprattutto che intende caratterizzarsi come “partito di programma”, riprendendo la lezione di don Sturzo con il suo Partito popolare. Un programma partecipato, costruito a più mani per ogni ambito di intervento, attingendo tra le molte competenze presenti nel novero degli aderenti. Ritengo che anche questo aspetto faccia la differenza rispetto al passato: quali proposte concrete per incidere nella soluzione della crisi morale, sociale ed economica del nostro Paese ricordiamo di tutti i 50 tentativi evocati da Merlo? Forse qualche generico riferimento a “politiche per la famiglia”, o poco più.

Quindi, riepilogando: la volontà di riunire, la valorizzazione delle presenze territoriali, la dedizione alla causa comune e non a convenienze e opportunismi personali, l’aderenza a valori che si sostanziano in un programma coerente e qualificante, sono gli aspetti di novità che connotano il percorso avviato dal Manifesto.

Basteranno per avere successo e non ridursi allo zero virgola? Non possiamo ovviamente saperlo, né gli ottimisti né gli scettici.

So che serviranno generosità e coraggio. E mi sento di aggiungere solo un’ultima cosa: tra il rischio del velleitarismo e la certezza dell’ignavia e dell’inconcludenza, non ho dubbi su quale debba essere la scelta di chi si richiama ai “liberi e forti”.

Alessandro Risso