Mentre il Governo di Giorgia Meloni continua a trattenere a Roma l’Ambasciatore italiano in Svizzera in segno di polemica per come la Magistratura elvetica sta gestendo le indagini dopo il terribile incendio di Crans Montana, non si riflette abbastanza sul fatto che quelle indagini sono condotte da giudici eletti o nominati dalla politica. Grosso modo il modello che qualcuno vorrebbe introdurre in Italia. Uno dei primi passi in questa direzione, dopo il varo della separazione delle carriere, è quello dichiarato apertis verbis da uno dei suoi vice, Antonio Tajani, secondo cui bisogna togliere agli inquirenti la guida della Polizia giudiziaria per, ovviamente, lasciarla… in mano al Governo.
Sono tanti i paradossi che arricchiscono la linea di questo Governo e di chi ne sta alla guida. Cose su cui non si medita abbastanza, e che vengono lasciate cadere perché il problema non è quella della logicità dei provvedimenti adottati o della logicità del ragionare. Il punto che conta è ciò che ci si è prefissi di fare e i modi e i mezzi per raggiungerlo.
Ed è lo stesso modo di fare cui abbiamo assistito in occasione della visita “privata” – in realtà seguita da stampa e televisioni – di Giorgia Meloni agli agenti rimasti feriti a Torino a causa di una banda di criminali che coprono i loro istinti dietro una presunta passione sociale, degna di miglior causa. La visita, giusta e doverosa, giunge comunque mentre è pienamente dispiegato tutto l’armamentario retorico con cui si affronta il tema della sicurezza. Con il paradosso – questione che ritorna – di non veder messi mai i soldi necessari a tenere al livello adeguato gli organici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e Polizia penitenziaria.
L’importante è agitare la questione “sicurezza” come qualcuno ha sempre fatto e con scarsi risultati. Il famoso poliziotto di quartiere di berlusconiana memoria docet. Ed ignorando però che i termini del problema sono cambiati nel corso degli anni, ad esempio riandando a quelli del terrorismo – di destra e di sinistra – alle lunghe stagioni dei sequestri, o a quelle dell’offensiva mafiosa contro lo Stato. Allora, sì, che c’erano problemi di sicurezza.
I dati ci dicono che i grandi crimini sono diminuiti, ed anche notevolmente. Ma che vi sono nuove forme di reato troppo poco studiate ed interpretate, per non parlare della mancanza di formazione professionale di forze di polizia, degli operatori sociali e di quelli scolastici. Veri e propri fenomeni diffusi per i quali, magari, si dovrebbe provare ad -andare un po’ più in là della sola risposta in arrivo dalla nostra politica. Il femminicidio, ad esempio – che poi resta, in molti casi, il vecchio uxoricidio – sembra che non sia affatto fermato dall’aggravamento delle pene. Senza sottovalutare che spesso veniamo a sapere come tanti casi fossero seguiti dalle forze dell’ordine o che i braccialetti elettronici non funzionano. Tra l’altro – è una forma curiosa che riguarda pure altri fenomeni sociali – più se ne parla, più si condanna, e maggiormente sembrano scattare forme di emulazione. Ovvia, allora, la necessità d’interrogarsi sulla efficacia degli strumenti individuati per un efficace contrasto andando oltre le sole roboanti dichiarazioni.
Vale per i tanti fatti di cronaca in cui stiamo vedendo sempre più coinvolti giovani e giovanissimi. Persino nelle scuole. C’è chi pensa di risolvere tutto abbassando l’età prevista per la carcerazione. Non si riflette sul fatto che, dove c’è, neppure la pena di morte si è mai rivelata in grado di dissuadere. E’ certamente più comodo illudersi che con qualche anno di reclusione in più si debellino gravi forme di devianza. Sarebbe necessario porsi nella condizione di studiare il perché vi siano stagioni in cui un tipo di delitto si diffonde e richiama l’attenzione generale ed analizzare la carenza di capacità da parte di chi se ne dovrebbe occupare. Soprattutto, se una volta fatta la legge tutto il resto … non segue e vengono così a mancare gli strumenti che sarebbe, invece, necessario adottare. Non c’è da meravigliarsi se nelle scuole si lascia tutto sulle spalle di presidi ed insegnanti cui manca una efficace possibilità d’intervento.
Italiche cose, antiche, e questo Governo non fa eccezione. Magistrati, Forze dell’ordine, assistenti sociali girano sostanzialmente a vuoto perché dopo il quadro normativo -spesso inutilmente caricato da disposizioni confuse, inefficaci, senza previsione di mezzi e senza la preparazione diffusa necessaria per applicarle in modo coerente e costante – non arriva tutto il resto che sarebbe necessario.
Ma a noi era stato raccontato altro durante il periodo d’opposizione di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia. E forse l’errore – loro e nostro – è stato, ed è quello, di continuare a ragionare per schemi preconcetti, senza studiare le dinamiche che interessano la società dei giorni nostri e non quella che ci piacerebbe immaginarci in astratto.
E’ certo che di tutti questi paradossi -per quanto riguarda la questione della Giustizia – quello più generale che li raccoglie risale al giustizialismo proprio di Giorgia Meloni e dei suoi sin dai loro primi passi, sin da quando in gran parte stavano nel Movimento sociale. Allora i giudici li portavano sugli scudi. Adesso che ne hanno paura – perché come incappavano nelle maglie delle procure i vecchi politici, adesso c’incappano loro e i provvedimenti che adottano – non vanno più bene. E Giorgia Meloni è giunta polemicamente ad auspicare che i giudici facciano il loro mestiere dopo i fatti di Torino nel perseguire i responsabili delle violenze dell’altro giorno come se nel passato le procure avessero difeso quelli dei centri sociali con i passamontagna e i violenti. Tanti giudici, semmai, sono finiti morti sparati proprio da quelli del passamontagna.
E allora concediamoci di esaminare un altro paradosso. Ma com’è possibile che questi personaggi – da isolare e perseguire – riescono a farla sempre franca? Possibile che sfuggano sempre agli informatori delle forze dell’ordine ed alle telecamere quando è evidente ciò che si preparano a fare. Strano, ma è così e, quindi, aspettiamoci che tornino a ripetere le loro gesta seguite dai soliti proclami e dalle proposte più astruse come quella ultima di Salvini intenzionato a far versare una cauzione agli organizzatori di una manifestazione. Della Costituzione che garantisce il diritto di manifestare e del Diritto che riguarda le responsabilità singole e personali, si vede, ne capisce ben poco. E’ in ogni caso paradossale sentirlo dire a lui che il Centro sociale Leoncavallo di Milano frequentava da giovane. Ma, appunto, questo Governo è pieno di … paradossi. Allora liberiamoci subito di uno: provvediamo a sgomberare Casa Pound. Se ne parla -appunto, se ne parla -da anni ed anni. Come un po’ per tutto quello che accade in materia di sicurezza. ![]()