Si fa presto a dire “i politici sono tutti uguali .. pensano solo ad abbuffarsi”, tra un atteggiamento qualunquista un pò atavico ed un altro di intolleranza/protesta, ribelle o astensionistico, stile ex pentastellato o frutto di una “vulgata” che aleggia da sempre nel nostro paese, fin dai tempi dello statuto albertino di cui ricordiamo con una certa, ironica simpatia anti-palazzo: “piove, governo ladro”.
Oggidì, possiamo dilettarci a piacimento, da mane a sera, elencando magari con noia o intolleranza le più varie espressioni, lessicali, con cui la classe politica afferma il proprio pensiero o una determinata linea ideologica: dal trinomio “Dio, patria e famiglia” di un’epoca remota (una specie di jolly triplo di improbabile coerenza, visto che spesso i leader sono separati o conviventi), all’affermazione berlusconiana “siete tutti dei poveri comunisti” o persino “chi non salta .. comunista é”, passando per la presunta egemonia culturale della sinistra, nonché per l’andreottiana massima di “real politik” romanesca “il potere logora chi non ce l’ha”.
La monotonia e la mediocre ripetitività del nostro politichese, puntualmente sottolineato dai media nazionali, in particolare dal servizio pubblico della RAI, diventano poi frasi ad effetto, per eccellenza, come frutto di chi impersona, vanta o presume di avere un (alto?) senso dello Stato, allorché si dichiara con spudorata serietà o vibrata enfasi: a) non vi lasceremo mai soli! (chissà quanti cittadini si chiedono: “e quanno ve n’annate?); b) non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani (sì, ma in quelle dei cittadini?); c) aboliremo le accise dal prezzo dei carburanti (la più eclatante ed efficace promessa da marinaia meloniana); d) “gentile contribuente, la invitiamo cortesemente a provvedere …”; e) serve più Europa, un’Europa a più velocità … f) da oggi volteremo pagina, nulla sarà più come prima; g) prima gli italiani! Ecc. ecc.
Nello scenario nazionale di questo, sgangherato bel Paese primeggiano, inoltre, da un punto di vista squisitamente statistico le parole: 1) diciamo, pronunciata con imbarazzo o incertezza comunicativa o inconsapevolezza di argomentazione dalla premier, fino ad un massimo da record mondiale di 180 volte nel corso dell’ultima conferenza stampa, ormai annuale; 2) vergogna, declamata con retorica aggressiva e/o con enfasi di scherno verso la parte avversa, migliaia di volte nelle “sorde” aule parlamentari, senza che qualcuno dei deputati o senatori ne abbia mai preso atto …; 3) ambiente e sostenibile o sostenibilità, termini abusati o utilizzati in modo improprio – anche nelle disposizioni di cui all’art. 9 della costituzione (invece di parlare di ecologia, biodiversità e patrimonio naturale – in quanto il concetto di “ambiente” include tecnicamente anche quello spazio interno che nulla ha a che vedere con la tutela ecologica; mentre la sostenibilità é un ritrovato recente che va abbinato alla resilienza e ad un rapporto, adeguatamente equilibrato tra la salvaguardia e lo sviluppo delle energie rinnovabili (basti pensare all’eccesso di parchi eolici tra i monti Dauni e la Valle dell’Ofanto, ove é stato danneggiato il paesaggio, oltre al destino del suolo e della fauna, irrimediabilmente, senza alcun effetto benefico per le popolazioni locali.
Alla fine della “fiera delle parole al vento”, restano fortunatamente le frasi sagge e profonde che sarebbero da scolpire nella mente del popolo italiano e nella memoria della nazione.: “il giorno della memoria non é per gli ebrei, ma é per tutti gli altri”, Sergio Mattarella.
E non dimentico, infine, Nanni Moretti quando disse a delle persone: “le parole sono importanti, ma come parlate!?” …Stereotipi, luoghi comuni ed altre banalità o bizzarrie del “politichese”
Michele Marino