Ora che ad ammetterlo è stata la stessa Oms ( Organizzazione mondiale della Sanità ), il sospetto che questa pandemia avrebbe potuto essere evitata, o comunque mitigata nei suoi effetti più nefasti, è divenuto certezza.

Lo confermano diversi articoli pubblicati la scorsa settimana, grazie ai quali siamo venuti a conoscenza di uno studio commissionato dall’organizzazione e apparso sulla rivista scientifica The Lancet. In sostanza un’ammissione di responsabilità per i ritardi con cui la comunità scientifica Internazionale ha deciso di muoversi e in particolare per il «troppo tempo» trascorso tra la notifica di un focolaio di polmonite sconosciuta a metà dicembre 2019 e la dichiarazione da parte dell’Oms dell’emergenza sanitaria (arrivata solo il 30 gennaio). L’inerzia si sarebbe protratta anche per tutto il mese successivo, quando invece «azioni rapide e coerenti fin dall’inizio avrebbero potuto rendere il nostro mondo oggi molto diverso».

Ovviamente, si è fatto un gran parlare di questo studio, che certo evidenzia l’inadeguatezza dei vertici dell’agenzia Onu per la sanità. Ma in realtà (ammissioni dell’Oms a parte), non sembrano esserci grandi novità. Elementi che lasciavano intravedere una certa negligenza erano infatti apparsi già da tempo. Ad aprile del 2020 io stessa ho depositato un’interrogazione a risposta scritta indirizzata alla presidenza del Consiglio e al ministero della Salute, nella quale ho fatto riferimento ai molti alert arrivati dalla comunità scientifica prima della dichiarazione di emergenza.

Ma tralasciando le responsabilità dell’Oms, dobbiamo chiederci un’altra cosa. Lo studio apparso su The Lancet punta il dito anche sui singoli Paesi e sulla loro preparazione ad affrontare il pericolo pandemico. Ora, non credo sia compito di un politico valutare sul piano scientifico l’impatto che azioni tempestive avrebbero potuto avere sulla diffusione di Covid, ma è lecito domandarsi se il governo italiano sia stato informato del pericolo e se abbia o meno approntato delle misure di contrasto.

Nell’atto da me depositato, oltre a registrare le numerose informative arrivate al governo sul tema – in particolare i documenti del dottor Francesco Paolo Maraglino direttore dell’ufficio di prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del Ministero della salute -, mi sono soffermata sulla “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2019” del comparto intelligence italiano. Un testo accompagnato da una lettera dell’ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), Gennaro Vecchione, giunto a destinazione il 29 febbraio 2020, ma inspiegabilmente mancante di qualsivoglia menzione della pandemia.

Eppure in un articolo di Fox News rilanciato da molte testate italiane a partire dal 19 marzo si è parlato di «un esperto di sicurezza con base a Roma», secondo il quale alcuni «rapporti di intelligence» avrebbero informato il governo italiano della potenziale pandemia pochi giorni dopo che questa si era infiltrata in Cina alla fine 2019. Ciononostante sarebbero passate «settimane prima che qualsiasi azione seria venisse intrapresa a Roma».

Da qui le mie domande al governo, che al momento però non hanno ancora avuto risposta.

Perché nella relazione del Dis non c’è traccia di informazioni sul pericolo pandemico? È vero che l’intelligence americana ha informato quella italiana della situazione a fine 2019? E infine perché nessuno ha fatto notare la notevole presenza di persone provenienti da Wuhan alla Fiera di Rimini proprio nei giorni della chiusura della medesima regione da parte del Governo cinese?

Visto il silenzio che ormai perdura da più di un anno, posso solo augurarmi che l’avvicendamento al vertice dei servizi d’informazione, con l’arrivo della dottoressa Elisabetta Belloni, segni un cambio di passo radicale nelle strategie di sicurezza nazionale e sposti il baricentro del lavoro del Dis verso analisi predittive e in grado di farci trovare preparati in futuro.

on. Alessandra Ermellino

Componente la Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati