Il vertice di Washington e la nuova geopolitica del potere

C’è qualcosa di profondamente simbolico nelle immagini della visita di Xi Jinping alla Casa Bianca. Il presidente cinese, arrivato a Washington per la prima visita di Stato negli Stati Uniti da oltre un decennio, viene ricevuto da Donald Trump con tutti gli apparati della grande diplomazia americana: tappeti rossi, guardia d’onore, cena di Stato, fotografie ufficiali, sorrisi e dichiarazioni sull’amicizia personale. Eppure, sotto quella scenografia quasi ottocentesca, il mondo che i due uomini rappresentano è assai diverso da quello nel quale i grandi vertici internazionali erano tradizionalmente celebrati.

Il vertice si è concluso con un risultato concreto ma limitato: l’estensione di due mesi della tregua commerciale sino al 10 gennaio 2027 e l’istituzione di un dialogo bilaterale sui rischi della cosiddetta “super intelligence”. Sui grandi nodi strategici — Taiwan, Iran, Ucraina, tecnologia — non è emersa una svolta.

Ed è forse proprio questa la notizia. Perché Washington, in questi giorni di settembre 2026, non è stata tanto la capitale di un nuovo accordo quanto il teatro di una verità più inquietante: le due maggiori potenze del pianeta non sono riuscite a risolvere le crisi del sistema internazionale, ma hanno bisogno l’una dell’altra per impedire che quelle crisi sfuggano completamente di mano. È una differenza enorme rispetto alla diplomazia classica.

Nel 1972, quando Richard Nixon incontrò Mao Zedong a Pechino, il mondo era diviso in blocchi e tuttavia possedeva una grammatica strategica relativamente leggibile. Washington e Pechino erano ideologicamente nemiche, ma entrambe avevano un interesse superiore: contenere l’Unione Sovietica. La celebre “diplomazia del ping-pong”, iniziata nel 1971 con gli scambi tra le squadre americana e cinese di tennis da tavolo, preparò il terreno alla visita di Nixon e allo storico Shanghai Communiqué. Fu uno dei grandi paradossi della guerra fredda: due sistemi radicalmente diversi riuscirono a cooperare proprio perché il conflitto aveva prodotto una struttura internazionale nella quale le priorità erano chiare.

Oggi accade quasi il contrario. Trump e Xi non hanno davanti un terzo polo equivalente all’Unione Sovietica. Hanno davanti un mondo nel quale il potere è più disperso, le guerre sono molteplici, le alleanze meno automatiche, la tecnologia è diventata una dimensione della potenza militare, le catene economiche sono contemporaneamente strumenti di prosperità e di coercizione e persino la distinzione tra pace e guerra appare più sfumata.

Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha descritto questa fase parlando di quattro grandi “prove di potere”: guerra e pace, disuguaglianza, cambiamento climatico e intelligenza artificiale. Ha avvertito che le “crepe” del sistema internazionale si stanno trasformando in fratture sempre più profonde.

È dentro questa cornice che va letto l’incontro di Washington. Trump vi è arrivto politicamente più vulnerabile di quanto avrebbe voluto. Un sondaggio Reuters/Ipsos del settembre 2026 ha registrato per lui il 32 per cento di approvazione, il dato più basso della sua carriera politica secondo quella rilevazione; la guerra con l’Iran e il costo della vita risultano tra i principali elementi di insoddisfazione. Non è necessario trasformare questo dato in una diagnosi politica generale. Ma è difficile ignorare la coincidenza: il presidente americano che aveva costruito gran parte della propria identità sulla promessa di imporre agli altri la volontà degli Stati Uniti si trova ora davanti a una Cina che dispone di strumenti di pressione che Washington non può ignorare.

Il caso delle terre rare è emblematico. Pechino ha dimostrato di poter utilizzare il controllo di segmenti cruciali delle catene globali dei minerali strategici come leva negoziale. La guerra commerciale del 2025 aveva portato i due Paesi a scambiarsi dazi superiori al 100 per cento, prima che la pressione sulle catene di approvvigionamento contribuisse alla successiva tregua.

Questa è forse una delle immagini più significative della trasformazione del potere mondiale: nel Novecento la forza di una potenza si misurava soprattutto nei carri armati, nelle flotte, nelle testate nucleari e nel controllo territoriale; nel XXI secolo può misurarsi anche nella capacità di impedire che un magnete, un microchip, un minerale o un algoritmo arrivino dall’altra parte del pianeta. Xi lo sa ed è probabilmente questo il motivo per cui a Washington il presidente cinese non aveva bisogno di alzare la voce. La forza di Xi consiste anche nel fatto che la Cina non ha bisogno di dimostrare continuamente di essere diventata una grande potenza. La sua stessa presenza lo dimostra.

La scenografia americana del vertice, sotto questo profilo, racconta qualcosa di quasi rovesciato rispetto al passato. Washington continua a possedere la più potente rete militare e di alleanze al mondo, il dollaro conserva la sua centralità e gli Stati Uniti rimangono all’avanguardia in numerosi settori tecnologici. Ma Pechino è ormai abbastanza forte da costringere gli Stati Uniti a negoziare con essa contemporaneamente su commercio, tecnologia, sicurezza, Taiwan, Iran e stabilità globale. Non è ancora un nuovo bipolarismo. È qualcosa di più instabile.

Taiwan, Iran, Ucraina e la nuova era delle soglie

Taiwan: il punto in cui la storia diventa geografia. Ed è qui che la visita di Xi assume un significato che va molto oltre la fotografia della Casa Bianca.

Da oltre mezzo secolo, il rapporto tra Washington e Pechino è costruito attorno a una formula diplomatica volutamente ambigua. Nel 1972 gli Stati Uniti riconobbero che entrambe le parti dello Stretto sostenevano l’esistenza di una sola Cina e presero atto della posizione di Pechino, insistendo però sulla necessità di una soluzione pacifica della questione taiwanese. La normalizzazione diplomatica sarebbe arrivata nel 1979.

Quell’ambiguità è stata per decenni una delle grandi invenzioni della diplomazia americana: sufficientemente elastica da non rompere con Pechino, ma sufficientemente aperta da consentire il sostegno politico e militare a Taipei. Ora quella costruzione mostra le sue crepe.

Durante il vertice Xi ha chiesto a Trump di opporsi all’indipendenza di Taiwan; Pechino ha nuovamente interpretato la questione come il cuore della sovranità cinese. Taiwan, dal canto suo, respinge la rivendicazione di sovranità cinese e continua a dipendere in misura cruciale dal sostegno americano.

Il dato politicamente più delicato è che Trump aveva già sospeso un pacchetto di armamenti per Taiwan del valore di circa 14 miliardi di dollari, definendolo una “carta” negoziale. Qui si incontra la logica transazionale di Trump con quella strategica di Xi. Per il presidente americano, una concessione può essere una moneta di scambio. Per Pechino, Taiwan non è semplicemente una voce in un negoziato. È storia nazionale, memoria della guerra civile, questione di sovranità e simbolo della fine di quello che il Partito comunista cinese considera il secolo dell’umiliazione.

Ecco perché Taiwan è probabilmente il luogo nel quale le due concezioni del mondo rischiano maggiormente di diventare incompatibili. Trump tende a vedere il negoziato come una transazione. Xi tende a vedere alcune questioni come parte di una traiettoria storica. Non significa che uno sia necessariamente destinato allo scontro e l’altro alla prudenza. Significa qualcosa di più importante: che attribuiscono un significato diverso alle stesse mosse.

Più rivelatore ancora è il dossier iraniano. La guerra iniziata nel febbraio 2026 ha progressivamente complicato la posizione americana. Pochi giorni prima dell’incontro con Xi, Trump aveva utilizzato all’ONU un linguaggio estremamente duro nei confronti di Teheran, minacciando di “annientare” l’Iran in mancanza di un accordo di pace e sostenendo contemporaneamente di voler arrivare rapidamente alla fine del conflitto.

A Washington, invece, Xi ha sostenuto il ritorno al cessate il fuoco e al negoziato. Non è una contraddizione: è geopolitica. La Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano e conserva con Teheran rapporti economici e strategici profondi. Washington vorrebbe che Pechino utilizzasse quella influenza per convincere l’Iran a cedere; Pechino, invece, ha interesse a mantenere aperti i propri canali con Teheran e a presentarsi come una potenza capace di dialogare con tutti gli attori della crisi.

La Cina non ha dunque bisogno di scegliere completamente tra Washington e Teheran. Può, invece, cercare di diventare il luogo attraverso il quale le due parti, prima o poi, dovranno passare. Ed è questo uno dei cambiamenti più importanti dell’ordine internazionale contemporaneo: la Cina non vuole necessariamente sostituire gli Stati Uniti in ogni teatro; vuole sempre più spesso essere indispensabile in quei teatri nei quali Washington non riesce più a ottenere da sola il risultato desiderato.

Se l’Iran mostra la difficoltà americana nel Medio Oriente, l’Ucraina mostra la crisi della sicurezza europea.

Il 23 settembre l’ONU ha definito la guerra in Ucraina entrata in una “fase pericolosa”, segnalando che nei primi otto mesi del 2026 i civili uccisi o feriti erano già più numerosi rispetto all’intero 2025. Le Nazioni Unite hanno inoltre avvertito del rischio crescente di allargamento regionale del conflitto.

Trump continua a dichiarare di voler arrivare a una soluzione diplomatica della guerra russo-ucraina, mentre l’ONU insiste sulla necessità di un cessate il fuoco e sul rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Putin, date le circostanze sul campo e l’andamento del conflitto, non mostra ancora nessuna volontà di trattare.

Xi, in questo quadro, occupa una posizione diversa da quella di Washington e dell’Europa: la Cina mantiene rapporti con Mosca e non si è trasformata nel mediatore che l’Occidente avrebbe sperato potesse essere.

Ma il punto fondamentale è un altro. La guerra ucraina ha dimostrato che la deterrenza non è più sufficiente a garantire la stabilità europea; ha dimostrato che il principio secondo cui i confini non dovrebbero essere modificati con la forza può essere contestato militarmente; e ha mostrato quanto siano vulnerabili le istituzioni multilaterali quando una grande potenza coinvolta nel conflitto dispone anche di un seggio permanente e del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. L’Ucraina, in questo senso, non è soltanto una guerra europea. È uno dei luoghi nei quali si decide se il mondo del XXI secolo continuerà ad essere fondato su regole universalmente applicabili oppure se tornerà progressivamente a essere governato dalla capacità delle grandi potenze di creare sfere di influenza.

Super intelligence, coesistenza competitiva e il nuovo interregno

E poi arriva l’intelligenza artificiale. Forse il passaggio più profondo del vertice, tuttavia, è quello che potrebbe apparire più astratto: l’intelligenza artificiale. Trump preferisce parlare di “super intelligence”. Xi ha insistito sulla necessità che lo sviluppo dell’AI rimanga sotto controllo umano. I due Paesi hanno istituito un dialogo bilaterale sui rischi e sui benefici della tecnologia e un canale di comunicazione per gli incidenti legati all’AI.

Qui il vertice di Washington tocca qualcosa che supera la tradizionale geopolitica. Per la prima volta nella storia, una parte crescente della potenza nazionale non dipende soltanto da territorio, popolazione o materie prime, ma dalla capacità di costruire sistemi capaci di elaborare conoscenza, produrre decisioni, controllare infrastrutture, accelerare la ricerca scientifica e — potenzialmente — partecipare alla conduzione di conflitti.

È una nuova corsa agli armamenti, ma senza necessariamente avere l’aspetto di una corsa agli armamenti. Il missile balistico era visibile, l’algoritmo no. Il sottomarino nucleare poteva essere contato ed un modello di intelligenza artificiale può essere copiato, aggiornato e diffuso. La bomba atomica introdusse nella politica internazionale la possibilità dell’annientamento reciproco. L’intelligenza artificiale introduce qualcosa di diverso: la possibilità che il vantaggio strategico dipenda dalla velocità con cui una macchina riesce a migliorare la capacità di un’altra macchina.

È per questo che la discussione sull’AI non è semplicemente una questione economica o tecnologica. È una questione di sovranità. Chi possiede i modelli più avanzati? Chi controlla i chip? Chi dispone dei data center? Chi stabilisce gli standard? Chi decide quali applicazioni militari siano ammissibili? Chi può verificare che un sistema non abbia superato una soglia di autonomia non prevista?

Le Nazioni Unite stanno tentando di costruire proprio su questo terreno una forma di governance multilaterale. Nel settembre 2026 il presidente dell’Assemblea generale ha sottolineato che la questione non è se l’AI cambierà il mondo, perché lo sta già facendo, ma chi avrà voce nel determinare come avverrà quella trasformazione. È un problema enorme, perché la tecnologia corre più rapidamente della diplomazia. E qui Washington e Pechino si trovano contemporaneamente avversarie e possibili garanti di una minima stabilità.

È lo stesso paradosso che aveva caratterizzato la Guerra Fredda, ma con una differenza decisiva: allora il mondo aveva due superpotenze e un arsenale nucleare. Oggi abbiamo due grandi potenze tecnologiche, un numero crescente di attori regionali, reti economiche interdipendenti e una tecnologia che sta modificando la stessa natura del potere.

Il simbolo più forte: due uomini, due memorie, un mondo senza centro

Il vero simbolo del vertice non è stato il tappeto rosso, è stata la contemporanea presenza di Trump e Xi nello stesso spazio.

Trump rappresenta una certa idea americana del potere: personalizzato, negoziale, spettacolare, immediato, misurato in risultati visibili e in rapporti di forza.

Xi rappresenta invece una concezione più lunga della potenza: partito, Stato, continuità storica, pianificazione, memoria nazionale e gradualità.

Uno parla spesso il linguaggio dell’affare, l’altro quello della storia. Uno tende a chiedere: “Che cosa ottengo in cambio?”, l’altro: “Quale posizione occupiamo nel secolo che viene?” E tuttavia si incontrano. Qui sta il paradosso.

Il mondo non può più permettersi una rottura totale tra Stati Uniti e Cina. L’economia mondiale ne sarebbe sconvolta. La tecnologia verrebbe divisa in ecosistemi incompatibili. Le crisi regionali diventerebbero più pericolose. Taiwan potrebbe diventare il detonatore di una guerra tra potenze nucleari. L’Iran potrebbe trasformarsi in un conflitto di più ampia scala. E l’intelligenza artificiale potrebbe evolvere senza alcuna forma credibile di controllo condiviso. Ma, contemporaneamente, la cooperazione non significa più convergenza: questo è forse il punto decisivo.

Washington e Pechino possono cooperare per evitare una crisi senza condividere una visione del mondo. Possono commerciare mentre si combattono tecnologicamente, possono parlare di sicurezza mentre aumentano le capacità militari, possono discutere di intelligenza artificiale mentre competono per il predominio tecnologico ed infine possono persino cercare un equilibrio su Taiwan senza risolvere la questione di fondo.

È una forma di “coesistenza competitiva”, non una nuova distensione. Dal mondo delle regole al mondo delle soglie. Qui ritorna il problema dell’ordine internazionale.

Per gran parte del secondo dopoguerra, l’Occidente ha immaginato che il progressivo sviluppo delle istituzioni multilaterali, del commercio internazionale e delle regole comuni avrebbe reso la guerra sempre più costosa e la cooperazione sempre più conveniente. Quella promessa non è completamente scomparsa. Ma non appare più sufficiente.

La guerra in Ucraina, il conflitto iraniano, la crisi dello Stretto di Taiwan, la competizione tecnologica sino-americana e la corsa all’intelligenza artificiale mostrano che il mondo sta entrando in un’epoca nella quale la domanda fondamentale non è più soltanto quali regole condividiamo, ma quali soglie siamo disposti a non oltrepassare. La soglia nucleare, la soglia di Taiwan, la soglia dell’uso della forza, quella delle sanzioni economiche oppure la soglia della guerra tecnologica.

La soglia, infine, dell’autonomia dell’intelligenza artificiale. È una trasformazione culturale prima ancora che diplomatica. Il vecchio ordine aveva come ideale la stabilità attraverso le istituzioni. Il nuovo ordine sembra cercare la stabilità attraverso l’equilibrio delle paure. È una differenza enorme.

E per questo il vertice di Washington non va giudicato soltanto in base a ciò che Trump e Xi hanno firmato o non hanno firmato. Va osservato come un frammento di una trasformazione più ampia.

Edoardo Almagià

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