Il Governo di Mario Draghi nacque su preciso mandato del Presidente della Repubblica finalizzato a due questioni che, agli inizi di quest’anno, apparvero in tutta la loro decisiva importanza: dare alla lotta alla pandemia un’impronta più ferma e certa; la gestione del Pnrr che, allora, ma vale anche per l’oggi, si presentò come l’unica vera ciambella di salvataggio per un Paese altrimenti impossibilitato ad affidarsi ad altro.

Poi, sono arrivate tante altre questioni. In alcuni casi, servite a fugare taluni dubbi sulla consistenza e sulla continuità da attendersi da una maggioranza improvvisata che va da Salvini alla Leu. Troppo strana per essere presa duraturamente sul serio. Ma ancora c’è nonostante tensioni e “libere uscite”  a proposito delle quali Matteo Salvini ha teorizzato la coesistenza del litigio tra i partiti con la sopravvivenza del Governo( CLICCA QUI ).

La conferma che il nostro sistema politico non funziona, anzi possiamo proprio dire che è arrivato al capolinea. Una questione che ha fatto da sottofondo a una buona parte della fase ultima della cosiddetta Seconda Repubblica. Ne trovò clamorosa conferma con i risultati del 4 marzo 2018 in conseguenza dei quali si è vista nascere l’insolita maggioranza giallo verde, Di Maio – Salvini, e poi quella 5 Stelle Pd.

Intanto, il partito più grande d’Italia si conferma quello dell’astensione. Ma di questo non si preoccupa nessuno. Viene persino il sospetto che, alla fin fine, sia cosa considerata comoda da parte di tutti i partiti. Questo Paese sembra ipnotizzato più che reattivo nonostante verso la classe politica e l’insieme squalificato dei partiti  indirizzi giudizi lapidari e definitivi.

Lo stesso Mario Draghi è in fondo rafforzato da una situazione bloccata. Inevitabilmente, così, le incombenze della quotidianità portano l’Esecutivo ad occuparsi di altro, oltre i due punti basilari fissati da Sergio Mattarella. Per esempio, si è giunti a varare la riforma della Giustizia, si sta gestendo il G 20, e ci si trova nel pieno della crisi delle alleanze internazionali. Tutte cose che andrebbero gestite da partiti davvero rappresentativi perché da esse dipende il nostro comune futuro. Adesso, si parla della riforma del fisco e del catasto, mentre la questione dell’aumento del costo delle bollette dovrebbe costringere ad affrontare il prezzo da pagare alla transizione ecologica. Ma si potrebbe continuare a lungo dell’elenco delle cose destinate a finire in un unico calderone in cui la distinzione tra ciò che è strategico e ciò che è ordinario è proprio impossibile da farsi.

D’altro canto, la qualità dell’attuale maggioranza di governo e una disarticolazione dei gruppi parlamentari, senza eguali nella storia della nostra Repubblica, dà dunque l’impressione che si riesca a garantire una parte di quella governabilità che neppure il sistema del bipolarismo è riuscito ad assicurare nell’arco degli ultimi trent’anni, salvo le fasi iniziali dei governi di Berlusconi e di Prodi.

Ma proprio perché la Maggioranza e l’Esecutivo Draghi sono in qualche modo costretti ad andare oltre lo “scopo” per cui sono nati, si ripropone tutta intera la questione dell’altro corno del problema storico irrisolto del sistema politico italiano, cioè quello della rappresentanza.

Grandi vere riforme, soprattutto se poi sono concepite come elemento di trasformazione di un intero paese, non possono che essere varate da un Parlamento espressione di una chiara, ampia e ben decisa volontà popolare. Altrimenti, e l’esperienza del Governo Monti sta a ricordarcelo, basta poco perché tutto venga poi all’indomani rimesso in discussione. Non è certo una sola persona in grado di condizionare processi storici che, per essere guidati, hanno bisogno di diffusa e autentica partecipazione.

Noi da tempo diciamo che l’Italia deve trasformarsi. Per ottenere questo non si può che partire da una rigenerazione del quadro politico inevitabilmente innescata da una nuova legge elettorale in grado di portare a tre fondamentali  risultati: la più generale mutazione del sistema dei partiti e delle istituzioni, da vedere come pietra angolare per ogni autentica e duratura evoluzione; il dare effettiva voce alle componenti del corpo sociale; ricucire la relazione tra eletti ed elettori. Tutto ciò resta pienamente nella mani del Parlamento e dei partiti.