E’ ancora appropriato parlare di “mondo cattolico” ? Forse mai come questa volta, almeno negli anni più recenti, una campagna elettorale è stata attraversata da appelli, manifesti, prese di posizione e pronunciamenti di diversa natura e di varia provenienza, da cattolici e da laici, in ordine al voto dei credenti, ma soprattutto, al di là dell’immediata contingenza elettorale, circa il ruolo politico che il cosiddetto “mondo cattolico” è ancora in grado – ed eventualmente come – di esercitare nel nostro Paese.

Cosa significa questo fermento? Sono le convulsioni agoniche di un mondo che – ovviamente per quel che attiene la sua proiezione politica, a prescindere dal dato ecclesiale – sente di affondare del tutto nell’insignificanza, nell’indifferenza del Paese e, quel che è peggio, nella sua stessa ignavia ? Oppure, è il segnale di una consapevolezza più viva, un fermento da cui può nascere un nuovo cammino di responsabilità ? Difficile dirlo ed arduo sperarlo. Soprattutto ove si consideri che, a quanto pare, l’elettorato di “area cattolica” – se così si può dire, adottando un lessico forse più appropriato – avrebbe dato un contributo sostanziale alla crescita abnorme dell’astensionismo.

La voce dei cattolici si è via via affievolita fino a spegnersi nell’uno e nell’altro dei due poli di destra e di sinistra. E non c’è traccia dei temi che più sono sintonici alla loro sensibilità nei programmi delle forze in campo. Eppure, non ci stiamo forse incamminando verso un nuovo ciclo storico ? Si direbbe di sì, inevitabilmente, se appena poniamo attenzione alla gamma di questioni che interpellano ultimativamente la politica.

Talvolta si intravede addirittura una domanda che ai cattolici viene, quasi timidamente, rivolta da taluni che cattolici non sono, eppure colgono una potenzialità inespressa, una “diversità” in cui, invece, proprio i diretti interessati faticano a credere. C’è un contributo originale, specifico che una cultura incardinata sul valore ontologico della persona, può offrire anche al pensiero ed all’azione politica perché possa andare oltre il traccheggiare quotidiano del pragmatismo, per restituire al discorso pubblico quell’organicità, quell’intonazione sistemica, che è pur necessaria, almeno per quel tanto che ancora si può, in un mondo attraversato da fratture profonde, da contraddizioni a prima vista incomponibili ? Non vale la pena ed, anzi, non è doveroso che, senza vagheggiare l’unità – pur sempre parziale e relativa – o l’egemonia di altri tempi, vi sia una posizione autonoma, prima in termini di cultura e di pensiero e poi di schieramento, che riporti nell’agone politico dell’Italia, una voce di coerente e dialogica ispirazione cristiana?

Si rischia che questa pluralità di opinioni e di proposte generi un intreccio inestricabile di aspirazioni o di prospettive, fors’anche di gelosie di ruolo e addirittura di rivalità. Eppure non bisogna dissipare l’ “intensità” di questo particolare momento cattolico. Il fatto stesso che si stia manifestando, sostanzialmente in modo spontaneo, da più fonti, senza una regia sovraordinata e senza la prefigurazione di un approdo condiviso, è indicativo di un’attesa non occasionale, né strumentale all’ immediatezza del confronto elettorale. Un’ attesa forse “necessaria”, cioè inscritta nell’ordine delle cose, nell’oggettività del momento.

Bisogna procedere in modo attento ed accurato, quasi chirurgicamente, separando, uno per uno, i piani che sia si vanno ad incidere per giungere al cuore ed alla sostanza della questione. E’ necessario asportare eventuali tessuti in necrosi, cicatrici ipertrofiche, briglie o aderenze prodotte da precedenti interventi mal congegnati, cioè abbandonare luoghi comuni, parole d’ordine d’altri tempi, suggestioni di comodo, parole magiche – ad esempio, “centro” o “moderazione ”, come su queste pagine è stato osservato da tempo – che vorrebbero dire tutto e non dicono più nulla, stereotipi che niente hanno più a che vedere con il momento storico dato.

La stessa espressione “mondo cattolico” ha ancora senso? C’è ancora un “mondo cattolico” se come tale intendiamo, di fatto, un “cosmo”, cioè un insieme organico, strutturato, di soggetti correlati, reciprocamente funzionali e, ancor meglio, gerarchicamente disposti ? O non c’è, piuttosto, una pluralità di presenze di varia natura, associazioni e centri di cultura, fondazioni, movimenti anche di ordine ecclesiale, mille forme di volontariato, enti che operano nel mondo dell’ istruzione, della sanità o dell’ assistenza, spesso a fianco di povertà vecchie e nuove, le quali abitano un territorio comune, ma senza una trama obbligata di rapporti e di reciprocità, cosicché – e non è una differenza di poco conto – dobbiamo, tutt’al più, discutere di “area cattolica”, senza credere che si tratti di un gioco di parole, piuttosto che di una differenza sostanziale ?

Domenico Galbiati