Tante sono le ragioni per compiacersi dell’avvio del Piano di Azione per l’Economia Sociale – un Piano che costituisce il punto di arrivo (ma non il punto finale!) del processo iniziato il 9 dic, 2021 con l’Action Plan della Commissione Europea; proseguito poi con la Raccomandazione del Consiglio UE del 27 nov. 2023; ed infine con l’accoglimento recente da parte del nostro Consiglio dei Ministri del Piano, la cui fattura ha grandemente beneficiato dell’apporto critico-costruttivo delle realtà dell’Economia Sociale durante la fase della pubblica consultazione, conclusasi il 14 Nov. 2025.
La ragione che reputo di maggior rilievo è che, con il Piano di Azione, si viene finalmente ad accogliere e a sancire la concezione emergentista dell’Economia Sociale, in sostituzione della vetusta concezione additivista. Per quest’ultima, l’Economia Sociale è uno spazio che si aggiunge ai due ambiti già in esistenza – Stato e Mercato – uno spazio certamente utile e meritevole di plauso, ma non indispensabile e del quale se ne potrebbe fare a mano qualora si arrivasse a correggere i tanti malfunzionamenti sia dello Stato sia del Mercato. Per la visione emergentista, invece, l’Economia Sociale esprime una forma di agire economico che tende a cambiare il modo di funzionare anche dei soggetti sia pubblici sia privati, veicolando nella società valori quali bene comune, libertà positiva, fraternità e altri. In buona sostanza, viene accolto il passaggio da un sociale che fa un po’ di economia ad un’economia che si fa sociale. Con il che l’Economia Sociale diviene qualcosa di necessario se si crede al principio di libertà positiva e si desidera che il processo di civilizzazione della società possa progredire nel tempo. La disposizione per la quale i soggetti dell’Economia Sociale rispondono al MEF, anziché al Ministero delle Politiche Sociali, è dunque una scelta che va salutata con favore.
Quali rilievi e suggerimenti mi sento di avanzare, pur in breve per ragioni di spazio? Il primo è che sarebbe quanto mai opportuno aggiungere ai quattro criteri che valgono ad identificare i soggetti dell’Economia Sociale (primato della persona; finalità di utilità sociale; governance partecipativa; limite alla distribuzione degli utili), il criterio dell’apporto di questi soggetti alla realizzazione di pratiche di giustizia contributiva, pratiche che mirano adare tendenzialmente a tutti la possibilità concreta (non virtuale) di contribuire alla produzione di reddito. La giustizia distributiva operata dallo Stato resta sempre necessaria, ma non sufficiente nell’attuale cambiamento d’epoca, come la più accreditata letteratura è in grado di mostrare.
Secondo. Occorre chiarire, in ambito soprattutto europeo, che l’espressione “Economia sociale e Solidale”è concettualmente errata e, perché tale, fonte di equivoci interpretativi e di provvedimento non solo inefficaci, ma pure dannosi all’Economia Sociale. (Purtroppo, non ho qui lo spazio per argomentare l’asserto). Per un compito del genere, il nostro paese è ben attrezzato sotto il profilo culturale.Mai si dimentichi che quelli che oggi chiamiamo ETS si affermano in Toscana e Umbria nel XIII secolo, con la nascita delle Confraternite.
Terzo. L’economia Sociale ha bisogno, soprattutto oggi, di credito per adempiere alla propria missione. Sappiamo che l’accesso ai prestiti bancari per questi enti è difficile per le ben note ragioni strutturali: assenza di garanzie reali tradizionali; limitata patrimonializzazione; flussi di cassa che dipendono in gran parte da contributi pubblici e donazioni. A tutto questo va aggiunto la mancanza di una metrica specifica (e non già adattata da quella dello SROI), per valutare l’impatto sociale di questo mondo. Fortunatamente, vi sono le BCC, la Banca Etica e altri enti che si adoperano per provvedere alla bisogna, ma è urgente intervenire sulla Sezione Speciale del Fondo di Garanzia PMI rivolta agli ETS; ad esempio, ma non solo, elevando il tetto di finanziamento ancora fissato a 60.000 euro.Inoltre, vanno creati nuovi strumenti finanziari per gli investimenti.
Quarto. Occorre riflettere con saggezza su come scongiurare il rischio che la implementazione del Piano di Azione possa lasciare in ombra quel sottoinsieme di ETS che non hanno la natura di impresa. Penso, soprattutto, al volontariato e alle ONG. Considerata la natura strutturalmente duale di tali soggetti, bisogna evitare che un eccesso di normatività e di controlli finisca col sacrificare sull’altare dell’efficienza e del successo la motivazione intrinseca che dirige la loro azione. A tale riguardo, dobbiamo riflettere pure sul core funding, vale a dire sui modi di finanziare tali organizzazioni non solo per i singoli progetti che avanzano, come oggi avviene, ma anche per favorirne la crescita e l’irrobustimento.
Infine, non posso non fare parola dell’urgenza di intervenire sulla cultura e sulla formazione accademica di coloro che scelgono, in libertà, di dedicarsi alla missione dell’Economia Sociale. Si può forse pensare di dare ali a questo mondo vitale se non si provvede a colmare la vistosa aporia del nostro sistema universitario rappresentata dalla mancanza di Corsi di Laurea quinquennali dedicati allo scopo? (A conoscenza di chi scrive, solo due sono le Università che offrono tali corsi). I Master ci sono nel nostro paese e pure tanti, ma non sono certo sostitutivi. Né abbiamo, ancora, eccetto che in un solo caso, Corsi di Dottorato di Ricerca specificamente dedicati all’Economia Sociale, come invece accade in non poche università straniere. Prima si provvederà a rimediare a tale irragionevole e immotivata lacuna, meglio sarà per avanzare la causa del bene comune e del progresso civile della nostra società.
Stefano Zamagni
Di prossima pubblicazione su Vita