Bene ha fatto Domenico Galbiati (CLICCA QUI) ad affrontare il tema del pluralismo politico che connota il mondo cattolico italiano. C’è infatti una certa continuità con il dibattito da tempo sviluppatosi sulla presenza, o assenza, sull’incidenza, o non incidenza, di esso nel contesto italiano e nel corso del quale vi è stata la nascita del partito INSIEME mentre altri hanno continuato a farsi artefici dell’impegno nel pre -politico o a restare completamente ai margini di una responsabilità pubblica.

Con il Concilio Vaticano II, il pluralismo politico ha ricevuto un pieno riconoscimento ufficiale. Non è che prima, infatti, non esistesse tra i cattolici, in Italia e nel resto d’Europa. Le dure polemiche di don Luigi Sturzo nei confronti del conservatorismo clericale stanno a dimostrare che la “concretezza” della politica porta a ribadire la necessità della distinzione del piano religioso da quello politico. La tradizione popolare e democratica si è sempre fatta carico di salvaguardare queste due diverse dimensioni. La loro distinzione non costituisce una frattura schizofrenica. Al contrario, rafforza e chiarisce in che modo, per dirla con Maritain, sia possibile portare nella vita pubblica la forza vivificatrice del Vangelo.

Non è un caso, poi, se sotto un profilo pratico e di opportunità, Sturzo si pone il problema di non trascinare la Chiesa in quelle battaglie condotte da quanti, ispirati cristianamente, intendano assumere quelle scelte, non sempre facili e lineari, che la concreta situazione politica richiede. Ed è quindi del tutto esclusa l’ipotesi di pensare alla formazione del “partito cattolico”.

Sturzo, già allora, era consapevole del fatto che i cattolici italiani vivessero in un pluralismo di fatto e che, pertanto, si riconoscessero in opzioni politiche molto differenziate. Lo confermò, del resto, il comportamento diverso tenuto da organizzazioni e personaggi del cattolicesimo italiano nei confronti del fascismo. Se gli iscritti all’Azione cattolica e della Fuci prendevano spesso le manganellate, altri, tra vescovi, preti ed entità religiose varie, non si peritavano di sostenere apertamente il regime.

Anche nel Secondo dopoguerra il pluralismo c’è stato, eccome. Con i cattolici di destra che rimproveravano De Gasperi e la Dc di cedimento. Con quelli che sedevano in Parlamento tra gli eletti dal Pci, dal Movimento sociale italiano, ma anche da altre formazioni politiche. Sono poi giunte la fine della Dc e la diaspora.

Il bipolarismo ha portato ad una forte divisione politica, definita appunto diaspora. Taluni, finiti sia tra le fila del centrodestra, sia tra quelle del centrosinistra, si sono persino distinti e segnalati per il loro accentuare le posizioni di più estremo conflitto tra i due fronti contrapposti. Anche su quelle questioni le quali, invece, avrebbero richiesto altro tipo di atteggiamento.

Progressivamente, ma con crescente consapevolezza, ci si è cominciati a rendere conto che, invece, il bipolarismo faceva bene solamente ai gruppi di potere di vario genere. Quelli che, dentro e fuori la politica, si alternavano, sì, sul piano della formalità istituzionale, ma in realtà trovavano sempre il modo di raggiungere un’intesa sulle compensazioni da concedersi reciprocamente. Tanto, le grandi dichiarazioni ideali di fondo consentivano sempre di lavarsi la coscienza alla vigilia delle elezioni.

Nel frattempo, a mano a mano che si aggravava la frattura tra eletti ed elettori, e aumentava il peso dell’astensionismo, la reazione dei cattolici si è diversificata. In qualche modo, la diaspora si è persino ampliata e arricchita di sfaccettature. Perché, a quanti si sono collocati in più di un partito, si sono aggiunti quelli che  hanno preferito rifluire nell’indifferenza e altri ancora lavorare nel cosiddetto pre – politico o nel campo della formazione.

In questo quadro, accettando che altre opzioni siano presentate in alternativa, noi ci poniamo con una proposta che è, assieme, di contenuti e di metodo che sono quelli di coniugare Costituzione e Pensiero sociale della Chiesa. E’ per questo che rivendichiamo un’autonomia concettuale che sfugge e supera la logica bipolare, così come tutti i ragionamenti sulla partecipazione a schieramenti precostituiti sulla base di collocazioni pregiudiziali o preconcette.

Siamo giunti oltre il tramonto del bipolarismo. Siamo consapevoli di tutte le difficoltà che ci sono nel seguire un percorso che, in qualche modo, potrebbe apparire persino ambizioso. Ma sappiamo che c’è bisogno di presentarsi al cospetto della pubblica opinione sulla base di una precisa originalità e del non stancarsi mai d’insistere perché s’intraveda, e poi, si costruisca, un processo di trasformazione che non serva solamente ai cattolici in quanto tali, ma all’intero Paese.

Giancarlo Infante

 

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