Il prossimo 25 settembre, con l’ intero corpo elettorale chiamato a rinnovare Camera e Senato – a ranghi ridotti, rispetto alla tradizione, a seguito della cervellotica riduzione del numero dei parlamentari, pretesa dai 5 Stelle ed inopinatamente assecondata dagli altri, a cominciare dal PD – la Sicilia andrà alle urne anche per rinnovare la propria Assemblea Regionale.

Prende, quindi avvio, una importante e pluriennale tornata di rinnovo dei Consigli Regionali. Il prossimo anno – cioè tra 7/8 mesi – sarà la volta di Lombardia, Lazio, Alto Adige e, via via a seguire, negli anni immediatamente successivi, Piemonte, Veneto , Liguria… Insomma, un processo corale, ampio, di subentranti verifiche elettorali, articolate su contesti territoriali importanti, i cui esiti si mostreranno rilevanti anche per i riflessi che necessariamente avranno sugli equilibri parlamentari e del governo centrale.

INSIEME in Sicilia presenta alcuni propri candidati nelle liste del Prof. Armao. Si tratta di una convergenza che nasce, nel solco della nostra istanza di autonomia dai due poli della destra e della sinistra, dall’ interesse che abbiamo manifestato per la posizione assunta, a livello nazionale, da Italia Viva. Oggettivamente, l’unica forza, nel complessivo panorama politico, che abbia osato sottrarsi a quella trentennale coazione bipolare, che va superata anche a livello regionale, fin dai prossimi appuntamenti di cui sopra.

Peraltro, ieri l’ altro a Milano – lo ha dichiarato espressamente Renzi – è nato anche in Italia, Renew Europe, il raggruppamento liberale europeo, che, probabilmente, corona le aspirazioni “macroniane” una volta attribuite all’ex-Presidente del Consiglio e, per altro verso, rappresenta l’approdo a quel nuovo partito che, secondo Calenda, dovrebbe nascere dalla fusione di Italia Viva e di Azione, dopo il 25 settembre.

Se son rose fioriranno, ma, intanto, restiamo alle dichiarazione rese dai due leader che, in un certo senso, adottano – passi per Calenda; la cosa non dovrebbe essere altrettanto scontata per Renzi – una lettura tecnocratica della politica, lontana da quella declinazione “popolare” che noi prediligiamo, ma, soprattutto, è la sola in grado di dar conto della complessità del dato sociale, al di là delle semplificazioni astratte che, inevitabilmente, in nome di una presunta maggior efficienza, ne impoveriscono il contesto. Del resto – come su queste pagine è stato sostenuto in più occasioni – la governabilità è una funzione della piena e libera rappresentanza delle istanze popolari e non viceversa.

Ad ogni modo, Renzi non perde occasione per ribadire, ed insistentemente, come il capo del cosiddetto “terzo polo” sia senz’altro Calenda. Quasi volesse smarcarsi, fors’anche per rifarsi un attimo il look e mostrare come l’ex-ragazzo di Rignano, auspice anche l’età che – salvo Berlusconi – avanza per tutti, abbia imparato a contenersi. Ha già affermato di riservare a sé stesso, nella prossima legislatura, il ruolo del “defibrillatore” che rimette in moto il cuore del sistema e ne riordina il ritmo, dandogli possibilmente la sua impronta, ogni qual volta si inceppi. Come ha fatto, del resto con il Conte II e con il successivo governo di unità nazionale.

La stessa reiterazione di Draghi, proposta da Calenda e da Renzi – a parte il rituale omaggio all’ “agenda” – si inscrive in questa logica ed allude ad un quadro politico post-elettorale, che, a dispetto delle coalizioni in campo, ne sollecite le rime di possibile frattura interna che la stessa campagna elettorale già mette chiaramente in mostra (vedi per la destra, il recente articolo di Giancarlo Infante, per evocarne una dissoluzione più repentina di quanto non si penserebbe.

Non a caso, a Milano, Calenda ha, in qualche modo, convocato, si potrebbe dire, un suo ideale “campo largo” europeo, cui immagina di arruolare di tutto e di più, da Cottarelli alla Bonino, da Bentivogli a Giorgetti, da Sala al “renziano” Gori, approdato da tempo alla corte di Macron, forse quale ambasciatore o ufficiale di collegamento per una strategia che, con Renew Europe, segna un deciso avanzamento. A tale proposito, andrebbe detto – in altra occasione, per quanto l’argomento sia rilevante – che, a dispetto del nome, l’ascendenza “macroniana” di Renew Europe non garantisce affatto la schiettezza della sua vocazione europea. Per il resto, niente di nuovo sotto il sole.

Neppure il “terzo polo” è in grado di dare un colpo d’ala al piattume di una campagna elettorale che alterna insulti agli avversari, rampogne agli stessi alleati ed il vaniloquio di promesse iperboliche che, presumibilmente, raggiungeranno lo zenit nei giorni immediatamente precedenti il voto. In definitiva, come l’hanno descritto Calenda, Carfagna e Gelmini – introdotti a Milano da Matteo Renzi – il cosiddetto Terzo Polo, rappresenta la novità in grado di promuovere il superamento della strettoia asfissiante in cui il maggioritario bipolare ha costretto l’Italia? O piuttosto finisce per essere il commensale in più che, al desco del vecchio sistema, si interpone tra i due corni del dilemma, ma senza innovarne l’ impostazione ed il metodo, sempre orientato a mettere insieme culture ed approcci dissonanti, in nome di un pragmatismo orientato ad una mera ragione di maggior consenso?

Nessun cenno alla “diversità” che sarebbe stato augurabile attendersi. E’ il sistema politico, nel suo complesso, ad avere smarrito la capacità di concepire un disegno che abbia l’ambizione di orientare gli eventi, anziché limitarsi a gestirne gli effetti marginali, mai oltre l’immediatezza del momento contingente. A quanto pare, ci avviamo ad una nuova legislatura, che – al di là dell’attesa, presunta vittoria dell’estrema destra; esito, a sua volta, irto di difficoltà sul piano europeo ed internazionale – non è per niente detto possa essere più stabile e rassicurante del quinquennio trascorso.

Con ogni probabilità, non siamo ancora fuori dal cono d’ombra di una situazione generale oggettivamente complessa, che si accompagna ad una sostanziale inettitudine dei partiti, che – come, a maggior ragione, le rispettive coalizioni – sembrano mosaici di tessere all’occorrenza intercambiabili, incapaci d’ andare oltre il “gioco dei quattro cantoni”, in cui ci si rincorre , ci si scambiano ruoli ed argomenti in una partita che spesso appare votata, più che al proprio successo, alla sconfitta dell’ avversario, perfino nel cuore delle alleanze o delle rispettive aree di pertinenza.
Un sistema che beccheggia lontano dalla “metanoia”, dal processo di trasformazione di cui avrebbe bisogno.

Domenico Galbiati