Preambolo
Nessuno degli affezionati lettori credo lo sappia, ma tempo fa ho subito due interventi alla testa. Il primo, esplorativo. Il secondo, definitivo. Tra i benefici che ne ho ricavato vi è l’essermi sbarazzato di un tumore tanto da poter continuare ad annoiare qualcuno con i miei scritti.
Tra gli inconvenienti, quello di trovarmi con una narice completamente ostruita e la privazione totale del senso dell’olfatto. A non uscirne bene sono stati anche i miei occhi con i quali già non andavo molto d’accordo. Avrei potuto perdere la vista. Il lamentarmi oggi avrebbe perciò poco senso.
Sono entrambi debolucci ed ognuno tende ad andarsene per conto suo, tanto che oggi vedo doppio. Cosa piacevole, devo dire, se di fronte ad un gelato od a una bella fanciulla. Un po’ più complicato quando invece si tratta di guardare al mondo e scrivere.
Nella speranza di fare qualcosa di diverso, di fronte all’importanza del viaggio del Presidente Trump a Pechino, ho deciso di metterli entrambi in libera uscita lasciando loro la possibilità di osservare l’evento come lo vedevano per darmi poi la loro opinione. Ne sono risultati due testi, diversi tra loro, ma non per questo meno interessanti. Ognuno dei miei occhi, infatti, ha voluto dirmi la sua. In quanto a me, non ho fatto che trascrivere ciò che mi hanno raccontato e per non creare gelosie o rivalità (mi farebbero girare la testa) ho omesso di dire quale dei testi sia quello suggerito dall’occhio destro e quello dall’occhio sinistro.
Trump a Pechino: la Città Proibita non è un campo da golf.
Tratto dagli appunti di un osservatore semiserio tra panda diplomatici, dazi ballerini, Boeing in saldo e sorrisi molto strategici.
A seguito di un interminabile stretta di mano, che qualcuno che non aveva di meglio da fare ha calcolato essere durata 17 secondi, ne è seguito un summit diplomatico tra Donald Trump e Xi Jinping somigliante ad un incrocio tra un vertice nucleare, una finale di The Apprentice, un’opera di propaganda imperiale Ming e una televendita globale di soia, aerei e semiconduttori.
Il recente viaggio di Trump in Cina, che si è concluso a Pechino, era stato annunciato come il momento decisivo della “grande riapertura” dei rapporti tra le due superpotenze. Trump era partito per l’Asia con l’aria di Cristoforo Colombo che va a scoprire il Pacifico e il tono di un venditore di casinò persuaso di poter convincere Xi Jinping a comprare metà del Midwest americano dopo una partita di golf.
Il risultato finale? Una montagna di cerimonie, fiumi di retorica, qualche accordo commerciale, moltissime fotografie studiate al millimetro, un discreto numero di sorrisi e circa lo stesso livello di fiducia reciproca che si riscontra tra due scorpioni chiusi in un barattolo. Cosa da far rimpiangere la visita dei navigatori portoghesi cui fu aperto nel 1557 il porto di Macao.
Eppure, proprio per questo, il viaggio è stato importantissimo. Perché dietro le pacche sulle spalle e i brindisi coreografati si nasconde la vera domanda geopolitica del XXI secolo: Stati Uniti e Cina possono convivere senza strangolarsi economicamente o accidentalmente trasformare Taiwan nel luogo più pericoloso del pianeta?
Il ritorno di Trump nella terra dei draghi
Trump non visitava la Cina dal 2017, quando durante il suo primo mandato era stato accolto da Xi con uno sfarzo degno di un imperatore tributario. All’epoca il presidente americano sembrava sinceramente affascinato dalla capacità cinese di costruire aeroporti, treni ad alta velocità e grattacieli nel tempo necessario agli Stati Uniti per approvare uno studio preliminare sull’impatto ambientale di una rotatoria in Ohio.
Poi arrivò la guerra commerciale che, grazie al cielo, non ha nulla a che vedere con la guerra dell’oppio di 186 anni fa.
Dazi. Controdazi. Restrizioni tecnologiche. Guerre sui microchip. Huawei trattata come una centrale sovietica camuffata da produttore di telefoni. La Cina che limita l’export di terre rare. Gli Stati Uniti che cercano di bloccare l’ascesa tecnologica cinese. Entrambi che si accusano reciprocamente di rubare brevetti, manipolare mercati e complottare contro l’umanità.
Una relazione sentimentale, insomma.
Quando Trump è tornato a Pechino la settimana scorsa, il contesto era completamente diverso. Gli americani temono la crescita industriale cinese come gli inglesi dell’Ottocento temevano Napoleone. I cinesi considerano gli Stati Uniti una potenza ancora enorme ma progressivamente più isterica, indebitata e convinta che qualsiasi fabbrica asiatica sia un atto personale di aggressione.
In mezzo ci sono i mercati globali, che ogni volta che Trump apre bocca oscillano come un tavolo da campeggio.
La scenografia cinese: quando la diplomazia incontra Broadway
Bisogna riconoscerlo: nessuno al mondo organizza una visita di Stato come i cinesi, soprattutto quando non sono più alla mercé delle grandi potenze e hanno messo in soffitta il libretto di Mao.
Gli americani fanno le conferenze stampa, i francesi i banchetti ed i britannici con gran pompa tirano fuori le carrozze. La Cina invece mette in scena la continuità di cinquemila anni di civiltà con l’efficienza di un algoritmo militare.
Trump è stato accolto con tappeti rossi infiniti, auto nere lucidissime, bambini sorridenti che salutavano in perfetta sincronia, soldati immobili come statue e coreografie talmente perfette da far sembrare improvvisata la parata del 14 luglio a Parigi. Ogni inquadratura televisiva era studiata per trasmettere un messaggio preciso: la Cina è stabile, ordinata, disciplinata ed antichissima. L’America, invece, cambia umore ogni quattro ore a seconda di Truth Social.
Xi Jinping ha trattato Trump con enorme cortesia, non perché Pechino si sia improvvisamente innamorata del MAGA, ma perché la leadership cinese ha da tempo capito una cosa fondamentale: Trump ama sopra ogni altra cosa sentirsi al centro della scena, il che vuol dire se stesso. Così Xi ha fatto quello che farebbe un abilissimo maestro di tai chi geopolitico: ha lasciato che Trump si sentisse protagonista e vincitore senza concedergli quasi nulla di veramente strategico. Una tecnica antica. Sun Tzu approverebbe con un lieve cenno del capo.
Tra un Trump che vende ottimismo ed un Xi che vende stabilità il copione poteva dirsi quasi perfetto. Trump ha dichiarato che il summit è stato “fantastico”, “storico”, “enorme”, “forse il migliore mai visto”. A un certo punto mancava soltanto che definisse Xi “un ragazzo incredibile con un magnifico senso degli affari”.
Xi, invece, ha parlato di “stabilità strategica”, “cooperazione reciproca” e “destino condiviso dell’umanità”, cioè il tipico linguaggio cinese che sembra uscito contemporaneamente da un testo confuciano e da un manuale ONU scritto da un monaco buddhista.
Ma dietro i sorrisi c’erano dossier pesantissimi.
Taiwan, il convitato armato
Il tema centrale del viaggio non erano i Boeing, né la soia, né i chip Nvidia, né il petrolio. Il vero tema era Taiwan, il convitato armato.
Xi Jinping ha ricordato con estrema fermezza che per Pechino la questione taiwanese è “la linea rossa assoluta”. Traduzione diplomatica: “Potete discutere di tutto, ma se sostenete apertamente l’indipendenza di Taiwan rischiamo di finire a spararci addosso nel Pacifico”.
Trump, da parte sua, è stato insolitamente prudente. Nessuna dichiarazione incendiaria. Nessuna frase improvvisata del tipo “forse Taiwan dovrebbe pagare l’affitto agli Stati Uniti”. Un autocontrollo quasi mistico. La ragione è semplice: tutti sanno che un conflitto su Taiwan manderebbe l’economia mondiale direttamente dentro un tritacarne industriale e Trump, il cui interesse è attratto soprattutto dai listini di borsa, troverebbe la cosa del tutto indigesta.
Taiwan produce una quota enorme dei semiconduttori avanzati del pianeta. Se salta Taiwan, salta mezzo capitalismo globale e con quest’ultimo la possibilità di Trump e della sua famiglia di far soldi come mai prima. Automobili, smartphone, intelligenza artificiale, server, missili, frigoriferi: improvvisamente il mondo intero scoprirebbe che senza chip moderni anche tostare il pane diventa geopolitica.
Così il summit è servito soprattutto a una cosa: evitare che le tensioni degenerassero ulteriormente: non una pace, non un’amicizia, quanto piuttosto una gestione controllata di una reciproca paranoia.
Gli accordi commerciali: “compreremo molti aerei, forse”
Sul fronte economico Trump sperava di tornare a Washington con una valanga di contratti miliardari da esibire agli elettori americani come trofei di caccia grossa. Un Theodore Roosevelt in versione commesso viaggiatore. Qualcosa ha ottenuto, ma meno del previsto e sicuramente di ciò che sperava.
L’annuncio più spettacolare riguarda l’acquisto cinese di circa 200 aerei Boeing, con possibilità teorica di arrivare addirittura a 750 velivoli. Ora, bisogna capire una cosa fondamentale: ogni volta che un presidente americano annuncia un mega-accordo industriale con la Cina, Wall Street reagisce come una zia meridionale davanti a un fidanzamento: “Sì, bello, ma quando fissiamo la data?”.
Molti di questi accordi vengono infatti diluiti, rinegoziati, reinterpretati o parcheggiati in qualche ministero cinese fino alla fine dei tempi. Trump però aveva bisogno di un simbolo. Boeing è perfetto: fabbriche americane, posti di lavoro, ingegneria patriottica, fotografia davanti agli aerei. Il sogno americano con le ali.
Molto meno successo invece sul fronte dei semiconduttori e delle tecnologie avanzate. Nessun grande accordo sui chip Nvidia, nessuna svolta decisiva sulle restrizioni tecnologiche, nessuna rivoluzione sull’export di terre rare.
Ed è qui che si vede la vera natura della relazione USA-Cina nel 2026: i due Paesi commerciano come soci obbligati ma si preparano strategicamente come rivali sistemici. È come vedere due uomini giocare a poker sorridendo cordialmente mentre sotto il tavolo si prendono a calci negli stinchi.
Il grande equivoco occidentale: pensare che la Cina voglia “vincere subito”
Molti commentatori occidentali continuano a interpretare la Cina usando categorie americane: vittoria rapida, confronto diretto, leadership muscolare. Ma Xi ragiona in modo completamente diverso.
Trump vive nel ciclo delle news. Xi ragiona in termini di cicli dinastici. Trump vuole risultati immediati, titoli di giornale e numeri da annunciare ai comizi. Xi vuole tempo, stabilità e accumulazione graduale di potere industriale e tecnologico e, più tardi nel tempo, anche militare. Durante il summit questa differenza culturale è stata visibilissima.
Trump parlava da imprenditore immobiliare newyorkese convinto che ogni problema possa essere risolto stringendo una mano molto forte e per molto tempo, promettendo “un accordo incredibile”. Xi parlava invece come un mandarino imperiale che considera gli Stati Uniti un fenomeno geopolitico importante ma transitorio rispetto ai cinquemila anni della civiltà cinese. Il che, bisogna ammetterlo, è psicologicamente devastante per qualsiasi presidente americano.
Alla fine del viaggio, probabilmente, Xi ha ottenuto il risultato principale che desiderava: apparire indispensabile.Non tanto concessioni economiche immediate e non tanto la fine delle tensioni, piuttosto una rappresentazione simbolica potentissima: il presidente degli Stati Uniti costretto ad andare a Pechino per stabilizzare il rapporto con la Cina.
Per la narrativa interna cinese questo è oro puro. La propaganda di Pechino presenterà il summit come la conferma che la Cina è ormai una potenza pari agli Stati Uniti, capace di trattare da eguale a eguale con Washington.
E in effetti, al di là delle propagande, il mondo sembra andare proprio in quella direzione.
Trump torna a casa con poche vittorie ma una missione compiuta
Dire che Trump sia tornato sconfitto sarebbe sbagliato: non potrà certo vantare grandi successi, ma potrà sempre dire di aver portato a termine la sua missione. Il suo obiettivo reale probabilmente non era rivoluzionare i rapporti sino-americani in tre giorni. Nessuno può farlo. Nemmeno un uomo convinto di poter negoziare contemporaneamente con Xi, Putin, Netanyahu, gli Ayatollah e probabilmente anche con Marte.
L’obiettivo era più modesto ma cruciale: abbassare temporaneamente la temperatura dello scontro. E da questo punto di vista il summit ha funzionato.
Le due potenze hanno mostrato al mondo di essere ancora capaci di parlarsi senza minacciare immediatamente l’apocalisse commerciale o militare il che, nella geopolitica di oggi, è già un successo quasi romantico.
La scena finale: Air Force One decolla, il mondo sospira
Quando Trump è salito sull’Air Force One lasciandosi alle spalle Pechino, il clima era quello dei grandi film in cui nessuno ha davvero vinto ma almeno il pianeta non è esploso. L’aereo decolla per allontanarsi verso l’orizzonte ed il mondo può tirare un sospiro di sollievo. Non siamo ancora per fortuna alla scena finale di Casablanca.
Xi resta convinto che il secolo asiatico sia appena iniziato. Trump resta convinto di poter ancora ottenere “the greatest deal ever made”, i mercati restano convinti che entrambi siano in grado di distruggere trilioni di dollari con una conferenza stampa sbagliata ed il resto del mondo osserva questa gigantesca danza strategica con lo stesso stato d’animo di un passeggero seduto tra due litiganti nel corso di una turbolenza.
La verità finale del viaggio è forse questa: Stati Uniti e Cina non possono davvero più separarsi, ma non riescono nemmeno più a fidarsi l’uno dell’altra: sono economicamente inseparabili, tecnologicamente rivali, militarmente diffidenti e diplomaticamente obbligati a sorridere. Una specie di matrimonio geopolitico tossico da cui dipende il destino del pianeta.
E in mezzo a tutto questo, Donald Trump continua a fare The Donald: metà presidente, metà showman, metà bulldozer mediatico. Tre metà, esattamente come ogni sua conferenza stampa.
Questo viaggio è stato in fondo una delle combinazioni di eventi possibili. Se per Euripide il potere era un’ingiustizia felice, per il Nostro è unicamente fine a se stesso: una soddisfazione per il suo ego di cui non ve n’è altra più grande. (Segue)
Edoardo Almagià