Nel Testo Unico sulla Finanza ( TUF), attualmente sottoposto a revisione, il Governo Meloni ha inserito una norma che prevede che un socio di una società quotata in Borsa non possa prendere la parola nell’Assemblea dei soci se non possiede almeno l’1% del capitale azionario, mentre ad oggi basta una azione.
Al Governo Meloni non piace che un socio, dipendente dell’azienda, esprima la sua opinione sull’andamento della società, dove passa la sua vita lavorativa. L’azienda è cosa non sua. Stia zitto!
Questa norma, innanzi tutto, va contro un virtuoso cammino di crescita sociale, ancora prima che economica. Infatti, è nell’interesse generale, specificatamente delle comunità locali, un coinvolgimento dei lavoratori nella governance delle aziende, in particolare, delle grandi imprese. La partecipazione attiva dei lavoratori alla vita aziendale, ad esempio mediante un azionariato popolare, contribuisce a creare un clima altamente produttivo. In tale modo, tra l’altro, si possono superare i limiti propri del capitalismo finanziario, la cui legge di comportamento è il profitto per il profitto, senza tenere nella giusta considerazione gli interessi sia economici , sia sociali del fattore” Lavoro.”
Il provvedimento di legge, dunque, va nella direzione opposta a quella del coinvolgimento dei dipendenti nella determinazione degli indirizzi aziendali in sede assembleare, massimo organo decisionale di un’azienda. Si procede, invece, nel senso di negare il dialogo tra i diversi interessi, non solo economici ma anche sociali.
Va detto che non è utile all’azienda la chiusura nei confronti dei lavoratori. È contro il suo interesse. Serve un dialogo, soprattutto, perseverante e coraggioso. Se, invece, prevale l’indifferenza egoista della finanza, viene distrutto lo spirito costruttivo che è presente nelle comunità territoriali , che sono animate dagli operai, dagli impiegati, dai piccoli lavoratori autonomi, che vivono quotidianamente le vicende dell’impresa e le sue ricadute sul territorio. La loro esclusione, com’è finora accaduto, favorisce il potere e i vantaggi dei pochi detentori il capitale azionario. La cultura dell’incontro, e non dell’esclusione, può, al contrario, generare un futuro di solidarietà sociale; effetto diverso da quello auspicato dalla volontà governativa.
Un provvedimento apparentemente molto tecnico diventa, di fatto , la cartina di tornasole di una politica che privilegia gli interessi delle élite, marginalizzando, come in questo caso, la dimensione dialogante delle comunità dei lavoratori. Lo scopo è impedire l’attuazione di nuove modalità di redistribuzione del potere sociale.
Una strada da percorrere è quella dell’azionariato popolare e diffuso territorialmente. Una via, cioè, opposta a quella proposta dal Governo Meloni nel nuovo TUF. Va ricordato, ad esempio, che, tra l’includere o l’escludere i lavoratori e i piccoli risparmiatori, il capitalismo Usa ha scelto il coinvolgimento dei piccoli azionisti, meglio se dipendenti della società. Negli Usa è un’abitudine consolidata l’acquisto, quasi giornaliero, di azioni da parte dei dipendenti. Si realizza, così, una dialettica tra capitale finanziario e risparmio familiare.
Bloccare l’azionariato popolare significa voler perseguire un modello di sviluppo elitario ed anti democratico. Una bella scossa di destra al sistema sociale italiano.
Va, anche, evidenziato che il quadro internazionale richiede una nuova competitività globale , come risposta alle mosse politiche di Usa, Cina , Russia ed India, mosse finalizzate a creare un nuovo innovativo assetto economico-finanziario globale. Ciò significa per le economie dei vari paesi, in specie per quelle europee, perseguire un ulteriore incremento dei livelli di produttività ,già molto elevati. Ne consegue per il sistema delle imprese italiane l’aver bisogno di reagire mediante una strategia di crescita ,che passa , anche, attraverso l’ottenimento dell’assenso aziendale alle azioni sul mercato mirate a vincere la concorrenza.
Il Governo Meloni, invece, difende un modello ipercapitalista, che è fuori del tempo.
Il sistema delle imprese italiane, al contrario, per essere competitivo a livello globale, ha bisogno di una governance economica che condivida, con tutte le sue componenti ,una strategia di crescita duratura. A questo fine, il coinvolgimento del lavoratore-azionista può significare la ricerca di fruttuosi punti di contatto tra capitale e lavoro. È la “ cultura dell’incontro” , che fa una società più equa.
Roberto Pertile