A detta di economisti, sociologi, banche centrali, uomini politici, giornalisti…,“l’inflazione è la più grave malattia dell’economia”.

Espressa in questo modo crudo, è chiaramente un’affermazione senza spessore analitico, se non altro perché non considera il fatto che vi sono per lo meno due tipi d’inflazione dei prezzi: “inflazione da domanda” e “inflazione da costi”: la prima attivata dall’aumento della domanda aggregata e la seconda spinta dall’aumento dei costi di produzione e le due tipologie possono anche interagire, nel senso che un’inflazione da domanda può evolvere spontaneamente in un’inflazione da costi e viceversa.

Quando il livello medio dei prezzi aumenta, le prime a muoversi sono le banche centrali – imbevute di cultura “ordoliberistica” che le vede quali le vestali della stabilità dei prezzi – ma esse dispongono solamente dello strumento monetario (quantità di moneta e tasso d’interesse), il quale può, a breve termine, incidere solo sulla domanda aggregata e quindi risulta spuntata, nella sua capacità antinflazionistica, quando l’inflazione è da costi.

Ma l’inflazione che oggi ci preoccupa è chiaramente del tipo “da costi”, dovuta a un aumento rilevante dei prezzi dell’energia e da colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento di beni intermedi e di beni finali. L’ampia disponibilità di massa monetaria in essere a livello mondiale  impedisce che l’aumento della domanda di moneta – determinato inevitabilmente dall’aumento dei prezzi – attivi un freno alla crescita dei prezzi stessi attraverso il conseguente aumento dei tassi d’interesse e la conseguente flessione della domanda aggregata. E allora le vestali della stabilità dei prezzi sono spinte a intervenire nel solo modo che sanno fare, cercando di ridurre la domanda aggregata, quando invece occorrerebbero politiche volte a far ridurre i costi. Godendo di adeguato potere contrattuale (anche attraverso la creazione di cartelli di acquisto fra imprese o stati), ottenendo una riduzione diretta dei prezzi dei beni finali e intermedi e/o attraverso l’aumento della produttività dei fattori produttivi all’interno dei processi produttivi che abbatta i costi dei fattori per unità di prodotto.

Ridurre la domanda aggregata quando la causa dell’inflazione è l’aumento dei costi normalmente ha potenziali forti conseguenze negative sui livelli produttivi e occupazionali; per quanto riguarda questi ultimi, facendo aumentare l’inoccupazione, in una delle varie forme che questa può assumere: persone senza occupazione e in cerca di essa (i disoccupati), ma anche persone sottoccupate in termini di ore di lavoro svolte (part-time involontario) o di qualità di prestazioni lavorative rispetto alla propria qualificazione, ma anche lavoratori sospesi (in cassa integrazione guadagni, diciamo in Italia), ma anche persone in età lavorativa senza occupazione e che non la cercano attivamente in quanto scoraggiati nella ricerca per gli insuccessi avuti in passato, ma anche lavoratori occupati con elevata precarietà nel rapporto di lavoro, i quali presentano stati occupazionali, per certi versi – la dignità del lavoratore, in primis – simili all’inoccupazione.

Siamo arrivati al bivio fra provocare un freno alla domanda aggregata, che potrebbe contenere l’ulteriore aumento dei prezzi, ma che verosimilmente farebbe aumentare l’inoccupazione (in una delle varie forme che essa può assumere) oppure non attivare questo freno sulla domanda aggregata al fine di non provocare un aumento dell’inoccupazione ma, allo stesso tempo, non provocando un contenimento dell’inflazione.

La scelta fra le due vie da imboccare deve passare attraverso il confronto fra i costi economici e valoriali che verosimilmente si avranno seguendo o l’una o l’altra.

L’aumento dei prezzi è indubbiamente fonte di disagio poiché fa variare il potere d’acquisto della moneta; cioè, in un’economia nella quale le transazioni economiche e finanziarie vengono definite in termini monetari, fa variare l’unità di misura adottata, creando confusione. Il metro monetario diventa un’unità di misura variabile che genera confusione quando il suo potere d’acquisto varia frequentemente nel corso del tempo.

Dato per assodato questo costo dell’inflazione dei prezzi, abbiamo che ne esistono altri, i quali sono differenti a seconda che l’inflazione sia prevista o imprevista. Se l’inflazione fosse prevista, se ogni aumento dei prezzi dei beni acquistati fosse compensato da un uguale aumento dei redditi, se tutti i redditi fossero, per così dire, pienamente indicizzati ai prezzi, l’unico effetto dell’inflazione sarebbe quello di moltiplicare tutti i prezzi e tutti i redditi nominali per un fattore maggiore di 1, senza influire in alcun modo sulle grandezze reali (a parte i cosiddetti costi di revisione dei menù, dati dal consumo di risorse reali derivante dall’aggiornamento dei prezzi, dalla revisione dei cataloghi di vendita, dalla riprogrammazione delle macchine distributrici di prodotti e dalla rinegoziazione delle remunerazioni, a meno che queste ultime siano perfettamente indicizzate all’andamento dei prezzi).

Nella realtà, l’inflazione dei prezzi non è un fenomeno caratterizzato da prezzi e da redditi che aumentano tutti nelle stessa misura e in modo perfettamente previsto; anzi, tanto più la media dei prezzi aumenta tanto più ne aumenta anche la varianza. I prezzi relativi vengono quindi a essere alterati in modo rilevante durante i periodi inflazionistici e tanto più quanto maggiore è l’inflazione. Viene fortemente ridotta l’efficienza del meccanismo dei prezzi, il che provoca distorsioni nell’allocazione delle risorse fra le diverse produzioni. Inoltre, all’aumentare del tasso medio d’inflazione, solitamente cresce la volatilità delle variazioni di mese in mese, con il che aumenta il rischio delle scelte di investimento e di produzione e, a meno che gli imprenditori siano propensi al rischio, ciò creerebbe intoppi alla crescita economica. Questa possibile correlazione di segno negativo fra inflazione e crescita economica non è però robustamente confermata sul piano empirico.

Poiché l’inflazione dei prezzi non è perfettamente prevedibile, essa produce certamente alterazioni nella distribuzione dei reddito e della ricchezza fra i gruppi sociali: 1) fra i percettori di reddito fisso e i percettori di reddito variabile; 2) fra i percettori di salario e i percettori di profitto; 3) fra i debitori e i creditori  e altri ancora.

Sulla prima alternativa, va da sé che l’inflazione dei prezzi danneggia i primi rispetto ai secondi. Sulla seconda, tutto dipende dal fatto che i salari crescano più rapidamente o più lentamente dei prezzi; si può prevedere che l’inflazione da domanda tenderà a far aumentare la quota relativa dei profitti all’interno del reddito nazionale, mentre l’inflazione da costi (del lavoro) presumibilmente favorirà i percettori di salario a spese dei profitti. È evidente che l’aumento dei prezzi danneggia i creditori a vantaggio dei debitori, a meno che l’aumento dei prezzi non venga integralmente trasferito sui tassi d’interesse nominali, a salvaguardia dei livelli dei tassi d’interesse reali. In presenza d’imposizione fiscale progressiva, l’aumento dei prezzi fa aumentare il valore nominale dei redditi imponibili, con il possibile scatto verso aliquote marginali crescenti (cosiddetta imposta da inflazione). Ciò ha un effetto di tipo riequilibrante nella distribuzione del reddito nazionale, anche perché lo Stato può utilizzare il gettito da imposta da inflazione nella direzione di aumentare l’erogazione di servizi gratuiti o di sussidi monetari ai bisognosi e alle fasce di reddito più basse, che sono normalmente le più indifese nel corso della ventata inflazionistica.

I dati mostrano comunque che i costi reali effettivi dell’inflazione sono di fatto contenuti e che gli effetti redistributivi dell’inflazione sono aleatori e tendono a operare in direzioni imprevedibili. Ciò non di meno, l’inflazione crea preoccupazione agli occhi della gente; v’è paura che anche l’inflazione di oggi finisca, prima o poi, per accelerare, tramutandosi in iperinflazione, come quella tedesca dei primi Anni Venti del secolo scorso, l’iperinflazione cinese e quella ungherese degli Anni Quaranta del secolo scorso e le più recenti iperinflazioni registrate in alcuni paesi dell’America Latina e dell’Europa Orientale.

Ma normalmente l’inflazione non manifesta un andamento cumulativo tale da evolvere in iperinflazione. Ciò anche perché le autorità di politica economica intervengono per frenare la dinamica inflazionistica, servendosi di vari strumenti deflazionistici di natura monetaria o fiscale o varando vere e proprie riforme valutarie (come è avvenuto in Germania nel 1922-24 e in America Latina negli Anni Novanta del secolo scorso). Rilevante è anche il fatto che difficilmente l’inflazione può essere completamente anticipata: si dice che gli agenti economici soffrono tipicamente di illusione monetaria, cioè le loro aspettative non riescono a rendersi del tutto conto della dinamica effettiva dell’inflazione.

A questo punto, tirando le fila delle argomentazioni finora svolte, appare stupefacente che molti economisti, sociologi, banche centrali, uomini politici, giornalisti… possano credere veramente che l’inflazione sia la radice di tutti i mali dell’economia – per cui deve essere sùbito soffocata al manifestarsi dei primi sintomi – e che la stabilità dei prezzi sia l’unica vera ricetta per la crescita economica. Quest’affermazione, oltre che non essere corroborata dall’evidenza empirica, è priva anche di robusto fondamento teorico.

Ma le argomentazioni di sopra – di natura prettamente economica – devono essere confrontate con i costi dell’inoccupazione, che fanno emergere prepotentemente gli aspetti valoriali. L’inoccupazione ha un primo costo a livello macroeconomico rappresentato dalla mancata produzione di beni che i lavoratori inoccupati avrebbero potuto realizzare. Al costo sociale, che deriva dalla non utilizzazione della forza lavoro disponibile, corrisponde un costo personale e famigliare costituito dal mancato reddito, il quale costo può però essere reso collettivo attraverso l’intervento redistributivo della Pubblica Amministrazione che attui una chiara redistribuzione in quanto  introduce provvidenze a favore degli inoccupati, riducendo, tramite il prelevamento fiscale, il reddito disponibile dei soggetti che percepiscono, da parte loro, un reddito ritenuto adeguato. Meno chiaro è l’effetto redistributivo se i trasferimenti agli inoccupati sono finanziati con la creazione di base monetaria.

Il costo personale non è però solo economico, in quanto il lavoratore privo di occupazione, oltre che per la mancata retribuzione (al netto dei costi opportunità dell’attività lavorativa, comprese le provvidenze previste per gli inoccupati), può soffrire anche per sentirsi escluso dal contesto economico-sociale dal quale è stato espulso o nel quale non riesce a inserirsi e può andar incontro a processi di emarginazione sociale e, mentre il costo di tipo economico può essere in qualche modo assorbito all’interno del nucleo famigliare – che agisce quale stanza di compensazione dei rischi e dei benefici economici dei propri membri – è più difficile che compensazioni di questo genere possano lenire, se esistono, le sofferenze d’ordine psichico e/o riguardanti le relazioni interpersonali. Anzi è possibile che lo stato d’inoccupazione porti al sorgere di tensioni all’interno dello stesso nucleo famigliare, che possono portare a incomprensioni e scontri personali.

Nel valutare i costi dell’inoccupazione, occorre poi aggiungere, ai costi reali, rappresentati dalla perdita di produzione e di reddito rispetto al potenziale, gli effetti duraturi dell’inoccupazione sulla salute mentale e fisica degli inoccupati, per non parlare delle conseguenze dei possibili comportamenti criminali degli inoccupati a danno degli altri membri della comunità.

Un altro costo rilevante, di natura individuale e collettiva, è la perdita permanente di qualificazione, di abilità professionale, di capacità a svolgere attività lavorativa da parte del lavoratore che non svolga tale attività per un periodo di tempo prolungato. Dal momento che, in ogni curriculum formativo, vengono impiegate direttamente e indirettamente anche risorse collettive, il disinvestimento è anche in termini di capitale umano della comunità e non solo individuale.

Al di sopra dei suddetti effetti economici esiste il piano valoriale, il piano dei valori che discendono dai principi fondamentali che ogni persona ha. Per una persona che ha, come tali, il principio della centralità e dignità della persona, unito al principio della fraternità intracomunitaria e universale (principi propri della Dottrina sociale della Chiesa), il giudizio di fondo è che chi è inoccupato o svolge lavori precari o sottopagati perde in dignità personale, e ciò deve essere evitato a ogni costo. Questa considerazione di natura valoriale annulla qualsiasi argomentazione di natura economica (per di più empiricamente dubbia) e rende spregevole qualunque considerazione del tipo: “l’inflazione ha costi sociali più elevati perché tocca tutti i soggetti, mentre l’inoccupazione ha costi contenuti perché riguarda solo una parte della popolazione, per di più in grado di escogitare rimedi atti a lenire i danni dell’inoccupazione stessa”.

È mia profonda convinzione che, di fronte al bivio di cui ho parlato, si debba scegliere la via che blocchi l’aumento dell’inoccupazione, anche lasciando vivere l’inflazione – purché questa non diventi una iperinflazione (fatto al momento ipotizzato da nessuno) – piuttosto che puntare sulla lotta all’inflazione, adottando misure di contenimento della domanda aggregata che creino inoccupazione e precariato nell’occupazione.

Daniele Ciravegna