Alla fine, si sono alleati tutti contro di lui. Bibi Netanyahu si ritrova dopo 12 anni all’opposizione nonostante il suo Likud si sia appena confermato il primo partito in terra d’Israele.

Yair Lapid, il leader del partito centristra Atid, a meno di un’ora dalla scadenza prevista per evitare di portare nuovamente alle urne Israele per la quinta volta in due anni, ha potuto annunciare il raggiungimento di un accordo tessuto con una miscellanea di formazioni che vanno dall’ex braccio destro di Netanyahu, Naftali Bennett, ai laburisti, ai laici sionisti di sinistra del Meretz e, persino, al partito arabo United Arab List.

Potremmo dire che Israele riparte da una soluzione alla “morotea” visto che quello che si preannuncia come un vero e proprio potenziale cambiamento vedrà alla guida del governo inizialmente proprio Bennet, accusato sì di aver tradito Netanyahu, ma considerato fortemente radicato in una cultura politica di destra. Poi, sarà la volta di Lapid a fare il primo ministro.

Già precedentemente queste staffette sono fallite, ma piace porsi la domanda: vuoi vedere che davvero, stavolta, Israele riparte senza l’inamovibile Netanyahu?

E’ finita l’era di Bibi? Può la formazione del nuovo governo, che mette davvero insieme una eterogenea coalizione, essere considerato uno dei primi effetti dell’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden? Cosa cambierà nella politica d’Israele?

Domande inevitabili e a cui non è certo semplice dare una risposta. Perché la politica israeliana è davvero molto più complessa ed articolata di come si è soliti considerarla.

La stampa israeliana e quella internazionale, già prima dell’annuncio del raggiungimento dell’accordo contro Netanyahu, avevano cominciato a chiedersi quanto davvero muterà la politica israeliana. Qualcuno, registra in ogni caso come la vicenda confermi che Israele è pronta a cambiare ( CLICCA QUI ). E sembra che lo siano, se non tutti i palestinesi, almeno quella parte di loro che si considera oggi cittadino israeliano fino a partecipare al voto per la Knesset. Intanto, c’è da registrare la grande soddisfazione dei palestinesi per la caduta di Bibi.

Probabilmente, soprattutto nell’immediato, poco muterà con la speranza ovviamente che la presenza nella coalizione di un partito arabo possa rendere più problematico assistere nuovamente ai recenti scontri con Hamas nella Striscia di Gaza. Anche il campo arabo, magari, coglierà il senso di una novità da coltivare e favorire. C’è da considerare, tra l’altro, che dopo la battaglia di Gaza si è realizzata un’unità tra i palestinesi come mai prima registrata, cosa che non è sfuggita agli osservatori israeliani e stranieri( CLICCA QUI ).

Per il momento nasce una coalizione animata dall’intenzione di superare la lunga stagione di Netanyahu che ha finito, in fondo, per condizionare tutta la politica israeliana alla sua vicenda personale. Bisognerà vedere se si riuscirà a costruire in positivo un’alternativa reale capace di risolvere pienamente le questioni che fino ad oggi sono solo state la fonte di guerre e di violenze nell’intero Medio Oriente.

E’ certo che gli Usa guardino con favore all’evoluzione in corso. E’ di fresco conio l’annuncio che riapriranno una missione a Gerusalemme per gestire le relazioni diplomatiche con i palestinesi, quella che fu declassata, se non resa del tutto inutile, a suo tempo dall’amministrazione Trump. L’annuncio è giunto dal Segretario di Stato, Antony Blinken, nel corso di un viaggio organizzato in Palestina dopo il cessate il fuoco  scattato tra Israele e i miliziani di Gaza. L’amministrazione americana ha anche annunciato l’intenzione del Presidente Joe Biden, di chiedere al Congresso lo stanziamento di 75 milioni di dollari  in aiuti da destinare ai palestinesi, tra cui 5,5 immediati per la ricostruzione di Gaza. Gli Stati Uniti sono corsi a garantire che “non avrebbero permesso ad Hamas di beneficiare di quei fondi”, ma se la dichiarazione è comprensibile in via di principio, giacché Hamas continua a restare sulla lista nera di Washington e d’Israele, è sempre ovvio porsi l’interrogativo su cosa, da parte di chiunque, sia possibile fare nella Striscia all’insaputa, senza il controllo e il coinvolgimento di Hamas.

Blinken ha avuto un incontro anche con il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, a Ramallah nella Cisgiordania occupata per parlare pure di un pacchetto di aiuti comprendente 1,5 milioni di dosi di vaccini contro la Covid.

Attraverso Blinken. l’amministrazione statunitense ha ribadito di voler seguire la cosiddetta teoria della creazione dei “due stati” implicitamente criticando la politica degli insediamenti dei coloni ebrei sulle terre degli arabi. E’ un tema di cui, però, si parla da anni e  anni senza aver mai portato ad alcuna soluzione, al punto che molti si chiedono se abbia ancora un senso ( CLICCA QUI ). Il Segretario di stato americano ha comunque ribadito che gli Usa cercano  di “ricostruire il rapporto con l’Autorità Palestinese e il popolo palestinese, sulla base del rispetto reciproco e anche una convinzione condivisa che palestinesi e israeliani  meritano uguali misure di sicurezza, libertà, opportunità e dignità “.

Sottolineando l’impegno degli Stati Uniti per una soluzione a due stati, Blinken ha anche criticato gli insediamenti dei coloni, cosa completamente mancata da parte dell’amministrazione di Donald Trump.

Il cambio di maggioranza e di governo in Israele non può che favorire la creazione di un clima nuovo, cui guardare con speranza, ma anche con un’attiva partecipazione a sostenere tutto ciò che può chiudere una storia di guerre, conflitti e violenze che è durata troppo a lungo.