La recente delibera della Giunta Regionale della Sardegna che autorizza l’assunzione della pillola abortiva anche a domicilio, non deve passare sotto silenzio.
Solleva un problema che molti riterranno del tutto marginale a fronte di ben altre questioni, i dazi ad esempio. Si tratta, invece, di un tema di rilievo sostanziale anche per le fondamenta della nostra democrazia.
Peggio dell’ aborto, c’è solo la banalizzazione dell’aborto.
La legge 194 è stata proposta al Paese come provvedimento di depenalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, diretta a sanare la piaga degli aborti clandestini, circoscrivendo la sua applicabilità a situazioni che mettano a rischio la salute della donna. Il tutto guidato, in verità, da una palese finalità ideologica che andava oltre la legge in oggetto ed, anzi, l’assumeva come avvio di una più vasta rivendicazione di “diritti civili”, secondo un codice culturale marcatamente individualista.
Quel che ne è seguito per quanto concerne la stessa applicazione della 194, conferma questo assunto. In sostanza, si voleva spingere il Paese verso una differente concezione della vita, intesa come possesso personale ed esclusivo. Non più dono che stupisce, suscita sentimenti di gratitudine e di meraviglia e, fin dal suo primo apparire, si riconosce nella relazione ad un “altro, che sia il Creatore o piuttosto la natura. Ma, al contrario, l’approdo più avanzato di una postura antropocentrica che si spinge fino a ritorcersi, in un avvitamento autoreferenziale, su di sé.
In qualche modo, almeno indirettamente, veniva, comunque, riconosciuto come l’interruzione volontaria della gravidanza sia, in ogni caso, una scelta ed un momento difficile, sofferto e addirittura drammatico, destinato a lasciare una traccia indelebile nella vita della donna.
Oggi, l’aborto È diventato, invece, un comportamento del tutto discrezionale.
C’è chi vuole abortire e chi no, come se si trattasse di un costume di vita che, tra i tanti possibili, non ha bisogno di essere suffragato da nulla, se non dal desiderio e dalla decisione della donna. È la legge dell’ “autodeterminazione” assunta come sinonimo di libertà. Senonche’ una tale sovrapposizione non resiste ad una analisi comparative dei dueconcetti. Ed ancora la legge del desiderio che si fa diritto. Il che non fa una grinza finché ci si trattiene nell’orizzonte di una cultura arenata nell’individualismo.
Si è così giunti all’ “aborto farmacologico”, che, per un verso, fuoriesce chiaramente dai canoni della 194, e addirittura ne contraddice lo spirito – e questo è grave – per altro verso “banalizza” l’aborto e, quindi, sia pure indirettamente, ne favorisce, di fatto, la diffusione. Infatti, soprattutto tra le donne più giovani, lo fa apparire come un comportamento privo di ogni risonanza etica, del tutto di ordinaria amministrazione, affidato all’opportunità del momento.
Tutto ciò , a sua volta, concorre, purtroppo, ad una sostanziale opacità del sentimento, anzi della consapevolezza del valore della vita umana, con tutto ciò che ne consegue sul piano generale.
Domenico Galbiati