Silvio Berlusconi, nell’ampia intervista rilasciata a “Il Foglio”, si racconta ancora come leader di una coalizione che gli è sfuggita di mano, ormai da tempo. Il calo progressivo di consensi, subito da Forza Italia, lo consegna ad un ruolo ancillare in un’alleanza la cui guida è contesa tra Meloni e Salvini, cioè due varianti di una destra schiettamente tale che non conserva traccia del ruolo moderato, tanto meno della vocazione liberale che pur erano gli assunti originari di Forza Italia. Per non dire dell’ impronta “cattolica” che Berlusconi, con un arduo esercizio di millantato credito, vorrebbe rivendicare al proprio partito.

D’altra parte, il Cavaliere ha fermamente impedito che mai, in Forza Italia, potesse affermarsi una figura autorevole che, affiancando la sua leadership, potesse raccoglierne, a suo tempo, il testimone. Insomma, al di fuori della sua fisionomia prettamente “padronale”, Forza Italia non è mai esistita, né può esistere. Un partito, del resto, che in quasi trent’anni anni di storia non ha mai celebrato un congresso in cui abbia preso forma un qualunque indizio di legittimo e doveroso confronto interno. E poiché ogni forza politica non può che dare al Paese testimonianza ed effettivo esercizio di valori che non siano vissuti e sperimentati nella propria vicenda interna, non si può pienamente ascrivere al partito berlusconiano quella funzione di sicura e franca tutela della cultura democratica di cui l’Italia ha bisogno.

Lo dimostra la repentina deriva con cui si è, di fatto, consegnato alle tesi oltranziste della Lega, talché esponenti di primissimo piano e di rango ministeriale se ne sono andati all’avventurosa ricerca di altri lidi. Molti elettori che hanno compreso la china scivolosa su cui Forza Italia si è adagiata si sono via via eclissati. Senonché – appunto in ragione del carattere invincibilmente monocratico e, dunque, sostanzialmente autoritario del partito che ha creato dal nulla – Berlusconi dovrebbe riflettere come tutto ciò sia frutto, anzitutto, del progressivo appannamento, anzi del logorio della sua immagine e della sua personale credibilità.

Le posizioni che oggi sventola per cercare di sedurre quel suo tradizionale elettorato, ormai trasmigrato altrove, sono in schietta contraddizione con quelle dei suoi alleati: dall’atlantismo, all’europeismo, dal sostegno all’Ucraina, ad una ragionevole considerazione del fenomeno migratorio. Sono esattamente le questioni su cui Salvini – e, per la sua parte, la Meloni – esibiscono le loro ambiguità, le doppie verità o le verità nascoste, talora il furore che, non a caso, allarmano gli ambienti internazionali.

Che Berlusconi non ce la racconti giusta o, addirittura, abbia effettivamente le idee confuse, lo dimostra il suo intendimento, o almeno la speranza, di poter fare approdare i suoi alleati nel Partito Popolare Europeo. Dovrebbe sapere che il PPE è francamente europeista, non per caso o a fasi alterne, per il semplice fatto di essere la casa comune di quelle forze cristiano-democratiche che l’unità europea l’hanno concepita come patrimonio che sta nella radice profonda della loro cultura. Non hanno nulla a che vedere con il PPE né il sovranismo xenofobo e populista di Salvini né il nazionalismo demagogico e nostalgico della Meloni, meno ancora gli epigoni di chi concepì le leggi razziali. Orientamenti addirittura antitetici alle culture politiche che in Europa si ispirano ad una visione cristiana dell’ uomo, della vita e della storia. Cosicché, ove accettasse Lega o Fratelli d’Italia tra le sue file, il PPE si dimetterebbe da sé stesso e si ridurrebbe a mera massa di manovra parlamentare nell’Assemblea di Strasburgo. Si adatterebbe ad un compito di potere, rinunciando a rappresentare un momento di verità nel lungo e difficile cammino che ancora ci separa dall’obiettivo storico dell’unità’ politica del vecchio continente. Risulterebbe del tutto incapace di dare rappresentanza ad una linea di pensiero e ad una cultura, senza la quale l’Europa, come l’hanno intesa i padri fondatori, non può esistere.

Domenico Galbiati