Nonostante il progresso viviamo oggi dominati o meglio “governati”, cioè , indirizzati dalla paura, da una sorta di paura di tutto, anche del futuro. Una paura che nasce dalla solitudine della globalizzazione, dalla competizione assoluta, dalla sfiducia nel dialogo umano, dalla naturalizzazione della volontà di dominio, dalla impotenza di ogni “regola”, da un assoluto “amor sui” chiuso non solo alla trascendenza ma anche alla fratellanza. Per questo il diritto alla sicurezza dei singoli e dei popoli, uno dei diritti, su cui è stato costruito lo Stato moderno, il diritto cioè di poter conservare la vita in tranquillità al riparo da ogni uso privato ed arbitrario della violenza, che essa provenga dallo Stato o da ogni altro soggetto, pare infatti oggi svanire di fronte al dilagare di una società sempre più soggetta a rischi imprevedibili e crescenti, rispetto a cui lo Stato stesso pare impotente o indifferente.
Il diritto alla sicurezza è oggi messo in discussione non solo dai rischi tipici della criminalità diffusa, ma da rischi relazionali inediti ( la violenza di un compagno di scuola o quella di una persona vicina), dalla frequente morte sul lavoro, dalla difficoltà a far fronte ai costi di una malattia, dagli effetti della perdita di lavoro o di chiusura di una impresa per i rischi “concorrenza”, dal rischio povertà di fronte ad ogni aumento dei prezzi, dal rischio di non poter metter su famiglia per motivi economici, dal rischio infine di essere trascinato in una guerra senza vera necessità e giustificato motivo, come purtroppo è successo più volte anche nel nostro passato nazionale.
C’è chi sembra sostenere che il rischio è inevitabile e che sulla paura di un nemico si possa e si debba costruire anche l’Europa, immaginata come una potenza con grande forza di deterrenza ( si è detto “un porcospino di acciaio”!). Ma se leggiamo gli interventi di Papa Leone XIV in Francia da Parigi a Lourdes a Metz ci accorgiamo che esiste uno straordinario controcanto a questa paura. Un controcanto realistico ma ignorato concordemente nei media mainstream. Ne sottolineo solo alcuni punti.
Non è vero che l’ Europa progredisca attraverso le crisi, secondo un mantra collaudatissimo e insulso. E’ vero invece che ”l’ Europa “è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro.” ( Leone XIV Discorso di Metz p. 2)
Ce lo dice la storia. Non Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, non i grandi conquistatori, hanno unificato il continente europeo. Ha iniziato a farlo Benedetto da Norcia nel sesto secolo dell’era cristiana. San Benedetto, di fronte allo scardinamento del diritto romano ed alle devastazione di una violenza generalizzata – la guerra greco-gotica ( 535-553 d.C.) che aveva persino cancellato l’agricoltura- con la sua regola monastica ha il coraggio di riprendere il cammino e di dare un senso alla speranza a partire dalle risorse del patrimonio culturale cristiano, dalla legge universale dell’amore e della carità, istituendo nuove comunità tra popoli e genti diversissime da un lato all’altro del continente. Insieme alla Croce, il libro e l’aratro giungono nelle lande più remote. Il lavoro- degradato a atto servile dalla cultura classica- diviene strumento di ascesi personale, di valorizzazione della dignità personale, e di cura dell’altro iscritto entro una relazione umana intesa come modalità di quell’ordoamoris che mira a produrre bellezza e armonia nelle cose costruite dall’uomo. L’ospitalità e l’accoglienza divengono cifre distintive e unificanti di un mondo europeo dominato da guerra e insicurezza.
Non è vero che il riconoscimento del debito verso le radici cristiane sia una limitazione o un criterio escludente . Al contrario esso mostra quanto “l’apertura al trascendente sia una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione” ( Discorso di Metz p. 3).
Non è vero che la ricerca della pace sia ingenuo pacifismo ( “irenismo”). La storia ci insegna che essa è “sforzo creativo proporzionato ai pericoli” (Robert Schuman) un’opera attiva che richiede coraggio ed inventiva. Il riarmo competitivo è piuttosto un sostituto illusorio di questa ricerca e le “inutili stragi” generano sempre mostruosità. Chi ha aperto la strada ai totalitarismi ideologici del XX secolo se non una guerra che fu definita nel suo complesso una “inutile strage” ( Papa Benedetto XV 1 agosto 1917)? E da cosa nacque lo sforzo creativo di Schuman se non dalla consapevolezza del disastro creato in Europa dalla “pace dei vincitori” da una pace cioè fondata su deterrenza e sfiducia reciproca nel 1919?
E’ dal riconoscimento di questa dignità che appartiene a tutti e che va ricordata a tutti, anche a dittatori, autocrati e guerrafondai, che nasce la possibilità del dialogo ragionevole. Ed è da questo dialogo che può nascere la ricerca della pace vera e della unità vera, nel mondo e in Europa. Gli incontri di Parigi, Lourdes e Metz, con il riferimento costante di Papa Leone alla dignità della persona, hanno mostrato che illuminismo, trascendenza e umanizzazione si tengono insieme e possono indicare la strada percontrastare la paura e ripristinare il diritto alla sicurezza che è poi il diritto alla speranza. Senza cui non c’è vera Europa.
Umberto Baldocchi