C’è da essere francamente turbati osservando il video della preghiera nello Studio Ovale. C’è qualcosa di blasfemo nella strumentalizzazione mediatica di una preghiera che invoca la protezione del Signore sul protagonista dell’ennesima guerra. Qualcosa di paranoico in quelle mani protese sulle spalle del Presidente assorto in meditazione, come se – ma forse è davvero così – tutto avvenga in un’atmosfera surreale e fantasmatica, nel senso psicanalitico del termine. Quasi si celebrasse un rito pagano, con il quale captare ed infondere nelle membra del Capo, le vibrazioni di un’energia vitale, indefinibile, eppure potente, sparsa nell’immensità dei cieli.

Solo uno sprovveduto poteva non capire che, innescato un nuovo conflitto, inevitabilmente si sarebbe trasformato, come sta succedendo, in un pantano da cui non si esce, se non dopo che lo scontro armato, dilatatosi a macchia d’olio, abbia consumato tutte le stragi possibili, fino all’imporsi di una indignazione collettiva, com’è successo per Gaza. Senonche’, con ogni probabilità è lo stato di allarme globale, la tensione intollerabile ed il timore che invadano e tengano in scacco la pubblica opinione, la frantumazione di ogni diritto e di ogni ragionevole norma di comportamento, esattamente ciò che si vuole ottenere.

Per i leader delle maggiori potenze – Trump e Putin, in primo luogo, ma anche Xi Jinping, sia pure in modo meno truce – la guerra non è il drammatico punto di caduta di una condizione che sfugge di mano o la risposta cui non ci si può sottrarre a fronte di un deliberato attacco, bensì una necessità irrisolvibile perché vi si intrecciano istanze di difesa del proprio personale potere, situazioni interne ai rispettivi paesi, proiezioni del proprio ruolo su uno scacchiere internazionale sconvolto e che nessuno sa come rammendare.

In fondo, in questa triangolazione infernale, chi rischia di più è Trump che, per quanto cerchi di addomesticarla, deve pur confrontarsi con una opinione pubblica interna che gli altri due si sono già messi in tasca, per quanto la repressione, anche per loro, sia tuttora necessaria. Dall’Europa è giusto pretendere di più, ma senza essere ingenerosi.

Paghiamo un’inerzia durata decenni, cosicché dobbiamo convincerci che, come europei, se vogliamo essere noi stessi, dobbiamo pur mettere in conto che gli standard dei nostri stili di vita vanno rapportati ad una condizione del tutto nuova. Non possiamo appellarci ad una magica architettura di istituzioni europee -Trattati o quant’altro – che, di per sé, risolvano d’incanto le questioni aperte. Le istituzioni siamo noi. Vivono, deperiscono o prosperano in ragione del quotidiano apporto di impegno, dedizione, responsabilità “personale” che ricevono da ognuno.

L’Europa deve risorgere, deve vivere un nuovo rinascimento, trarre dal suo immenso patrimonio storico, valoriale culturale, anche da quanto le insegna la memoria dei conflitti che l’hanno insanguinata, la forza di costruire un nuovo pensiero, di cui ancora non si scorge una sagoma, sia pure nebulosa. Senza abbandonarsi alla deriva di un destino cinico e fatale. Piuttosto, resistendo alla pressione di eventi che vanno, quanto più possibile, riportati e compresi dentro quell’orizzonte di senso che abbiamo, purtroppo, smarrito.

Vanno rivisti i Trattati, ma non basta. L’Europa deve guardarsi allo specchio, interrogarsi davvero, darsi un Costituzione, una legge fondamentale che sia la sua coscienza e guidi il suo cammino in una stagione storica straordinaria.

Domenico Galbiati

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