Propongo la lettura di un articolo di Norberto Julini (consigliere nazionale di Pax Christi), pubblicato sulla rivista Mosaico di Pace di luglio 2020.

Sottolineo con premura l’urgenza di un ripensamento della politica estera italiana, affinché si orienti l’agire politico al ripudio della guerra (art. 11 della Costituzione) e alla pace (rimando al punto 3.12 del manifesto di politica insieme).

Colgo con stima gli articoli di Mattia Molteni ( CLICCA QUI  e CLICCA QUI); ) e condivido l’esigenza di una rigenerazione culturale ed organica dei temi, che solo un approfondito dialogo sociale può realizzare.

È vero che è indispensabile conoscere l’identità di un popolo per governare le relazioni (nella fattispecie quelle internazionali), ma è altrettanto vero che queste ultime influiscono decisamente sulla vita della popolazione, fino a costituire e orientare l’identità culturale del paese.

La sfida a cui politica insieme è chiamata in virtù della costituzione e del documento politico-programmatico è quella di farsi portavoce di una cultura di pace presente nel paese e promuoverne lo sviluppo, anche in contesto internazionale.

Una “potenza culturale” come l’Italia non può far mancare il proprio apporto ispirandosi alla Costituzione e scelte profetiche come ci hanno insegnato Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira e Aldo Moro.

Psicosi  belliche

Ottant’anni fa l’Italia entrava in guerra. Ne usciva a pezzi dopo cinque lunghi anni. Dal dopoguerra a noi: perché purtroppo la storia non ha invertito marcia. Il 10 giugno di ottant’anni fa l’Italia entrava in guerra e ne sarebbe uscita in macerie cinque anni dopo. I venti mesi dell’eroica Resistenza dei nostri padri consentirono solo un parziale riscatto dal fallimento morale e politico cui ci aveva costretto il Fascismo.

Riuscimmo comunque a fondare una Repubblica democratica con una bellissima Costituzione. Iniziava però un dopoguerra da nazione vinta, che non è ancora terminato. A quella guerra non giungemmo per incidente di percorso. “Se il duce non avesse fatto la guerra…”, si è continuato a ripetere per anni nel banale chiacchiericcio di molti qualunquisti. No, a quella guerra si giunse dopo un ventennio di retorica educazione militare da “libro e moschetto, fascista perfetto” a “credere, obbedire, combattere” fino a “l’aratro traccia il solco, ma la spada lo difende”. Si giunse passando per l’aggressione al legittimo governo della Spagna e per l’aggressione all’Etiopia con nefando corredo di crimini di guerra.

L’ideologia fascista e il corrispondente regime, germinati da un conflitto armato, avrebbero portato alla guerra e da questa sarebbero stati sconfitti (il regime mussoliniano almeno).

Vi è qualcosa di esemplare in quell’arco ventennale di storia italiana che può dirci qualcosa sulla natura intrinseca della guerra stessa? E non solo di quella ma, forse, anche dei molti dei 378 conflitti registrati dagli osservatori dell’Onu nel 2017…

La “psicosi” bellica, la “roba da matti”, fuor di ragione, come ci ha insegnato la fondamentale enciclica “Pacem in terris” di san Giovanni XXIII (1963), presenta sintomi ormai codificati: volontà di conquista, di dominio e di accaparramento illecito di risorse altrui, giustificata e nutrita da nazionalismo, razzismo e settarismo pseudo religioso, somministrati ai popoli per ridurli a cieca obbedienza e infettarli di “psicosi” bellica appunto.

Serve a tal fine una perseverante coltivazione della diffidenza verso l’altro, di volta in volta indicato come il nemico, altrimenti non si può portare un popolo in guerra: esso conosce bene il prezzo di sangue, dolore e distruzione che ricade sulle sue spalle.

È dunque la guerra una congiura delle élite dominanti, dello stato “profondo”, si direbbe oggi, contro il proprio popolo? Le guerre di conquista di territori, di accaparramento di risorse, di sottomissione di popoli, lo sono. Le rivolte popolari contro regimi oppressivi o forme diverse di assoggettamento e di occupazione sono altra cosa, ma sovente conseguono alle prime.

“La guerra non è solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi” (Von Clausewitz). Ed è stato infatti così e continua ad esserlo nella geopolitica internazionale, nonostante la guerra sia stata messa al bando dalla Carta fondativa delle Nazioni Unite, scritta nel 1945 sulle rovine fumanti dell’immane tragedia che in quell’anno si concludeva.

Ma vi è di più. La guerra da strumento della politica sta manovrando per spodestarla e divenire sovrana, in combutta con soci in affari disponibili e potenti, che abitano gli Stati, ma non sono lo Stato. Fu il generale Eisenhower, comandante supremo del DDay, certo non un disarmista esigente, a dire, nel discorso di congedo da Presidente degli Usa nel 1961: “Nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro”. Se aggiungiamo ai due aggettivi uniti dal trattino anche l’aggettivo “finanziario”, siamo al completo nel delineare un trittico che spiega molti dei tragici conflitti che si consumano nel mondo.

Un monito che ricorda (si licet…) quello di papa Francesco nel discorso a Il Cairo dell’aprile 2018: “Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali”. Vi è dunque un occulto da svelare, al di là della condanna morale della guerra, che la Chiesa ha reso esplicita e solenne nel corso dell’intero ventesimo secolo e nel primo ventennio del secolo successivo.

Appello alla pace

Vale dunque oggi l’appello all’impegno per la pace di quell’indimenticato testimone della carità politica che fu Guglielmo Minervini, espresso con le parole: “Nello spazio della politica si deve detronizzare la sovranità della guerra”.

Se nella nostra Costituzione è scritto che la sovranità appartiene al popolo e che il popolo “ripudia la guerra”, allora disarmare la politica diventa l’obiettivo strategico degli operatori di pace, anche dei piccoli artigiani di pace che siamo noi, per restituirla al proprio servizio del bene comune e per metterla al riparo da chi ne voglia profittare.

Quindi non è accanimento ideologico l’insistenza con cui denunciamo le spese militari, le missioni di guerra spacciate per missioni di pace, le alleanze/sudditanze alle strategie imperialistiche degli “ammiragli dei sette mari”, le produzioni di armamenti definite “pilastri della ripresa economica” e le conseguenti incontrollate esportazioni verso chiunque le chieda e per qualunque uso le chieda.

Noi consideriamo tutto ciò in aperta contraddizione con la Carta Costituzionale e prova tangibile della sottomissione della politica alla logica dei rapporti internazionali regolati con la forza militare, col diritto del più forte. Queste “manovre” vengono spacciate all’opinione pubblica con il lessico della diplomazia e dell’imprescindibile riferimento alla “fedeltà atlantica”, ma sono fra le cause della crescente erosione del diritto internazionale statuito dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, cui viene continuamente sottratto autorevolezza, affidabilità, prestigio ed efficacia di governo.

C’è un “peso delle parole” deleterio quanto “il peso delle armi”che rinvia a pesanti responsabilità dell’informazione/ disinformazione. Il 25 aprile scorso, Festa della Liberazione dal nazifascismo dalla guerra, si è tenuto un convegno, dal titolo “Liberiamoci dal virus della guerra”, i cui contenuti saranno commentati dalla nostra rivista e già ora in rete (cfr. Pandora tv). In questi stessi giorni L’Istituto di Ricerca per la Pace di Stoccolma (Sipri) ha reso noti i dati della spesa militare nei singoli Stati e a livello mondiale. Rapporto prezioso per proseguire nel nostro impegno di denuncia e mobilitazione.

A fronte di questo scandaloso macro-fenomeno che vede la spesa militare globale giungere alla cifra impressionante di 5 miliardi di dollari al giorno non abbiamo altri strumenti se non il riferimento ostinato e coerente al diritto internazionale sancito, come già ricordato, al termine dei due conflitti mondiali del ventesimo secolo nei consessi di nazioni spaventate, prostrate e tramortite da tanta ferocia distruttiva. Ancora oggi si può leggere nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite quanto occorre fare per mantenere, o meglio restaurare, un contesto di pace mondiale che consenta lo sviluppo umano integrale. Un obiettivo così definito che dà il nome al Dicastero Pontificio creato nel 2017 per volontà di papa Francesco e che andrebbe usato come misura della qualità della vita e della convivenza umana.

Siamo angosciati dalla constatazione che proprio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu siedono tuttora con diritto di veto i “vincitori” della Seconda guerra mondiale, quegli stessi che sono i primi cinque maggiori esportatori di armi nel mondo, eccezion fatta per la Germania che là non siede, ma che comunque vende. Ecco perché ritengo che dal lungo dopoguerra non siamo usciti e siamo inavvertitamente entrati nel terzo conflitto mondiale “a pezzi” che papa Francesco ha denunciato. “Pezzi” che sarebbe possibile ricomporre in un “puzzle” che ci restituirebbe l’immagine di un’unica globale contesa fra “imperi” che tali sono o ambiscono diventarlo.

A fronte di tanta cieca follia serve la paziente e coraggiosa ricostruzione di coscienze capaci di “nonviolenza attiva come stile di una politica di pace” (Messaggio per la Giornata della Pace 2017) e capaci di unire le forze per premere sui rispettivi governi verso un traguardo globale: salvaguardare il multilateralismo negoziale in sede Onu, perché cominci il disarmo “che proceda non unilateralmente, ma con uguale ritmo da una parte e dall’altra in base ad accordi comuni e assicurato da efficaci garanzie” (Gaudium et Spes n.82).

L’Onu è nata da una guerra totale. Ne occorre forse un’altra per restituirle dignità e forza? Lo stesso papa Francesco, rivolgendo il saluto augurale d’inizio anno al Corpo diplomatico presso la Santa Sede il 20 gennaio scorso disse: “In questo contesto, appare urgente riprendere il percorso verso una complessiva riforma del sistema multilaterale, a partire dal sistema “onusiano”, che lo renda più efficace, tenendo in debita considerazione l’attuale contesto geopolitico”.

Vorremmo che questo solenne impegno trovasse oggi un tempo favorevole. Noi crediamo che questa stessa pandemia non sia una “guerra”, bensì un tempo di “cura” per poter vivere sani e in pace in un mondo risanato e pacificato: merita crederci e impegnarci come persone, come movimenti, come popoli, come Stati.

Tommaso D’Angelo