Sono stati annunciati i cambi ai vertici della Rai. Del resto, l’attuale squadra ha fatto pochino per dare all’azienda che ha la responsabilità di garantire il Servizio pubblico un’impronta nuova. Quella che tutti siamo giustificati ad attenderci dopo il “piattume” degli ultimi decenni.

La Rai ha smarrito il senso di quella funzione che l’aveva portata a tanto incidere sull’evoluzione e l’unificazione degli italiani e, non a caso, a divenire la prima azienda culturale, oltre che informativa, del Paese. Assieme a cose pregevoli, che fortunatamente ancora restano, si caratterizza per la mancanza d’inventiva nei programmi, per la proliferazione dei cosiddetti “talk show”, spesso rincorrendo argomenti e personaggi effimeri, per le repliche su repliche, per un’informazione inadeguata ad un paese moderno e che poco è in grado di incidere sul grosso dei processi della comunicazione internazionale.

Lo scadimento è confermato dal linguaggio complessivo che si sente usare negli articoli giornalistici o nel corso dei cosiddetti programmi d’intrattenimento. Il limitato e zoppicante uso del buon italiano, cui si tende a sopperire con quello di un inglese assolutamente maccheronico e del tutto fuori contesto, con l’utilizzazione di termini che né i britannici né gli americani colti mai adopererebbero, sta a confermare la perdita di tensione e di rappresentatività nazionale.

La Rai è confermata in una posizione di seconda fascia, sempre più lontana dalla qualità delle emittenti che dettano legge a livello mondiale. Come negli anni ’60 e ’70 ha rappresentato e raccontato uno Stivale intero che aveva voglia di crescere, negli ultimi decenni lo ha fatto al ribasso. Molto ripiegando su se stessa, a mano a mano che l’Italia perdeva posizioni in campo internazionale. In effetti, gli organi d’informazione non sono altro che lo specchio della realtà sociale, culturale ed economica che rappresentano. Come la politica, non sono avulsi ed estranei alle dinamiche d’arricchimento o d’impoverimento dei popoli che li esprimono.

Il Governo Draghi è stato salutato, fu lo stesso inizialmente per quello di Mario Monti, come una boccata d’ossigeno. Forse lo si è caricato di tante attese;  di troppe? Ci siamo dimenticati che, con molta saggezza, il Presidente Mattarella ne ha fatto da levatrice soprattutto affidandogli essenzialmente due compiti, mentre era necessario tornare ad inserirsi nelle dinamiche europee e presiedere il G 20: combattere con più determinazione la pandemia e gestire l’ingente mole di finanziamenti stanziati dall’Europa. Per il resto? Si sarebbe visto.

Gli affari correnti corrono, in ogni caso. La pandemia, nonostante la diffusione delle vaccinazioni, è ancora incombente. Giungono al pettine problemi spinosi i quali, comunque, ancorché non interessando  materia preminentemente governativa, creano turbolenze nella maggioranza. Emblematico il Ddl Zan che, divisivo com’è, finisce per attraversare trasversalmente le posizioni di tutti i partiti che assicurano all’Esecutivo Draghi la maggioranza in Parlamento.

Draghi è costretto a camminare sulle uova. Finora è riuscito a restare al riparo dallo scontro tra i partiti, ma dovremo vedere cosa accadrà allorquando, con l’arrivo del cosiddetto “semestre bianco”, a qualcuno potrebbe venire in mente di mettersi al vento o di andare in libera uscita. La questione del nuovo inquilino del Quirinale, penso che sarebbe bene se per un certo tempo ci restasse quello attuale, non è cosa di poco conto, così come molti fattori potrebbero portarci a ritenere che, dopo il voto per il Capo dello Stato, potrebbero iniziare le danze in vista delle prossime elezioni. Ne avremo la conferma se si dovesse registrare un’accelerazione della discussione sulla legge elettorale, destinata inevitabilmente ad essere modificata dopo la riduzione del numero dei parlamentari decisa recentemente.

Cosa c’entra con tutto ciò la decisione di Mario Draghi di cambiare i vertici Rai? C’entra perché, pur non essendo tra i suoi incarichi quello di occuparsene è stata la forza delle cose a determinarlo. A Viale Mazzini, e giù giù scendendo per li rami, le nomine più recenti risalgono alla rivoluzione elettorale del marzo 2018: emanazione diretta del primo Governo Conte, quello giallo verde imputabile in primis alle responsabilità di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini. Niente è cambiato neppure a seguito dell’inversione ad U dei 5 Stelle che, scaricato il Matteo padano, hanno accettato la scommessa del Matteo di Rignano suggeritore dell’accordo con il Pd. La Rai appare oggettivamente disallineata rispetto ai mutati equilibri politico parlamentari. Lo si vede chiaramente con il penoso dovere serotino in cui ci si deve imbarcare per seguire i tre telegiornali della Rai. Tutti sostanzialmente uguali e, al tempo stesso, ciascuno con il marchio di fabbrica politica.

Si parlò criticamente dopo il ’76 della lottizzazione, ma quel processo significò l’allargamento della Rai, cosa che comunque non era neppure mancata in precedenza, a tutti i filoni di pensiero, politico e culturale, presenti in Italia. Per alcuni anni quella “spartizione” tra i partiti costituì, in realtà, un elemento di pluralismo e di arricchimento complessivo. Allora, però, i partiti, proprio perché vivevano un’autentica competizione anche ideale, si preoccupavano di collocare in Rai chi questa competizione era in grado di viverla con qualità professionali adeguata. Non certo, come accaduto sempre più frequentemente dopo, limitandosi a riempire redazioni giornalistiche e di programmi solamente di propri fidi.

In questa situazione Mario Draghi, costretto ad intervenire anche per rispondere alle richieste di chi si sente escluso dal controllo di Viale Mazzini, ha scelto una via “timida”. Invece di puntare ad una autentica riforma sembra limitarsi a scegliere la via economicista. A preoccuparsi dei conti meramente finanziari piuttosto che di quelli culturali. Così come richiesto dalle condizioni di un’azienda il cui futuro dipende sicuramente da una legge più generale sull’editoria e dalla soluzione della questione relativa alla competizione con le tv commerciali. Su questo tornerò ricordando che, come ho già scritto, non si tratta di coinvolgere la Rai in battaglie di retroguardia ( CLICCA QUI ), come quella che riguarda l’atavica competizione di Milano con Roma, bensì di risolvere una volta per tutte la questione della sua proprietà effettiva e, quindi, di chi deve deciderne assetti, politica industriale e di contenuti.

La Rai è cosa troppo importante perché le decisioni che la riguardano restino appannaggio del solo Governo o del solo Parlamento. La società che assicura il Servizio pubblico dev’essere di proprietà degli italiani. Anche su questo dovremo ritornare riprendendo l’idea di trasformarla in società pubblica, con un azionariato diffuso, cioè affidandola direttamente agli italiani( CLICCA QUI ).

Giancarlo Infante