La lettera che Xi Jinping ha inviato a Zelensky, in occasione del trentaquattresimo anniversario dell’indipendenza di Kiev, costituisce, nel panorama della vicenda ucraina, un dato di novità tutt’ altro che irrilevante. E’ da leggere alla luce della plurisecolare e sottile capacità diplomatica della Cina, che – in modo particolare nella prima metà dell’ Ottocento, quando i primi porti cinesi si aprono ai mercati dell’ Occidente – sa vincere le guerre senza sparare un colto, mettendo i propri nemici nella condizione di doversi combattere l’ un l’ altro per elidersi a vicenda.

La prima impressione è che Pechino ritenga sia giunto il momento di mettere all’incasso i possibili frutti di una faccenda che ha lasciato giocare ad altri, ma pur sempre attenta a reggere – come una sorta di voce fuori campo – alcuni fili di una strategia comunque orientata ai suoi interessi. Un po’ come se il Dragone cinese abbia, di fatto, intonato la musica e fatto ballare l’Orso russo per distrarre e tenere impegnata altrove l’ Aquila a Stelle e Strisce.
Una sorta di gioco delle tre campanelle, fatto di furbizie, trucchi e mosse repentine che, per un verso, corrispondono ad un conflitto reale, pur a geometrie variabili, tra le maggiori potenze, ma, in effetti, è sovraordinato dall’ intenzione concorde di spartirsi il mondo, condividendo, pur secondo nuovi equilibri, una piena egemonia a scapito di ogni altro attore della scena internazionale.

Come, su queste pagine, abbiamo sostenuto fin dal giorno dell’ invasione dell’Ucraina, è difficile immaginare che Putin abbia fatto tutto da solo, senza un sostanziale e pur felpato consenso di Pechino. Xi Jinping si è mosso su un crinale sottile, da un lato sostenendo, di fatto, Putin, sia dal punto di vista militare che diplomatico, evitando, ad esempio, che venisse isolato anche dai BRICS, dall’ altro ha dosato la misura per evitare contraccolpi di ordine commerciale sui mercati del mondo occidentale. Interessato, in ogni caso, ad una sovversione dell’ ordine internazionale vigente che gli consentisse di “strappare il servizio” a Washington e vincere il primo set di quella lunga partita, ormai avviata, che potremmo chiamare la “Grande trasformazione” del mondo.

Ora, con la sua lettera, Xi Jinping contraddice palesemente Putin, riconoscendo d’un tratto sia l’indipendenza dell’Ucraina, sia la legittimità del suo leader, entrambe negate dal Cremlino. A Pechino non mancano serie e gravi preoccupazioni, eppure continua a sviluppare la sua “lunga marcia” a piccoli passi, coordinati nel quadro di una strategia avvolgente che, studiata e perseguita da tempo, manca sia a Mosca che a Washington.

Cosa possono pensare alla Casa Bianca ed al Cremlino della mossa di Pechino? Il desiderio di mettersi il gioco e, nel contempo, il segnale ad ambedue che non passino la misura nel loro gioco di “culo e camicia” ? Ed a Bruxelles può essere letta come, attraverso Kiev, una prudente apertura nei confronti dell’ Europa, se non altro per provare a tastarle il polso? Il Vecchio continente ha sicuramente bisogno di farsi forte, mostrandosi capace di difendersi da solo in un mondo di lupi, ma avrebbe bisogno anche di una “finesse d’ esprit” di cui, purtroppo, sembra non essere più capace.

Domenico Galbiati

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