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Il ritorno dei  miti autoritari e la tragica  farsa della stabilità

E’ ormai entro questo consolidato sistema oligarchico che la nostra democrazia italiana, più di altre democrazie liberali europee, è andata realizzando nell’ultimo ventennio, che trovano alimento i miti autoritari che sembrano irrompere all’improvviso senza alcun senso da un passato che pare impossibile rimpiangere. Si ritiene purtroppo che questi miti come il consenso stabile della  Destra di governo nascano soprattutto dalla sua capacità di  focalizzare i presunti temi del presente come la pubblica sicurezza e gli effetti delle migrazioni che la Sinistra ha sempre trascurato. Illusione pericolosa che spinge ad “emulare” ( sia pure con i dovuti distinguo) gli slogan e le  aspirazioni coltivate dalla Destra, e che non serve invece a intercettare la produzione di quei miti ( magari etichettati alla rinfusa come populismi).

I miti autoritari, in Italia come  in Europa, oggi rinascono invece  – il neofascismo che li tiene in vita c’entra molto poco con la loro diffusione- entro quelle democrazie liberali in cui i meccanismi della rappresentanza e della responsabilità politica delle classi dirigenti vengono meno, laddove il potere politico si personalizza, o si “risacralizza” ( Trump o Netanjahu modelli supremi) o laddove le decisioni politiche essenziali vengono comunque assunte da centri di potere lontani da ogni pubblico, trasparente  e democratico controllo, in modalità non poi tanto distanti dalle autocrazie che  insidiano tali democrazie dall’esterno.

In Italia, in particolare, una democrazia, ridicolizzata e umiliata, sembra così riproporre lo schema di una “democrazia come finzione irrealizzabile” quale essa era definita nella analisi anarchica dilagante nel XX secolo in Spagna.  Vi è infatti un legame strettissimo  di causa-effetto tra la delegittimazione della democrazia e la “resistibile” ascesa della Destre, come oggi Futuro Nazionale nei sondaggi.  La delegittimazione della democrazia rappresentativa sta conferendo infatti  credibilità e serietà ad un potere grottesco e ridicolo come quello di chi si richiama più o meno apertamente ai miti autoritari del fascismo, del mussolinismo e della romanità trovando piena disponibilità in un analfabetismo politico coltivato da decenni.  Miti irresponsabilmente valorizzati da “intellettuali” del tutto privi di senso storico, ma abilissimi narratori, miti strumentalmente usati da una Destra che si vorrebbe “moderata”  “democratica” ed “europea” e miti non adeguatamente combattuti nella loro genesi da una Sinistra capace solo di reiterare  all’infinito i percorsi già sperimentati  ed incapace di confrontarsi con le “cose nuove” ed anche inquietanti del XXI secolo.

Miti che erano caratterizzati dal grottesco e dal ridicolo un tempo ormai lontano ( i più anziani ricorderanno i divertentissimi sproloqui in difesa del Duce di “Catenacci”, ad Alto Gradimento rivista radiofonica degli anni 70), ma miti  che tornano incredibilmente ad essere presi sul serio nel tempo presente, favoriti, oltre che dai disastri della “democrazia” che abbiamo e dall’ incultura civile anche da un “ritorno della guerra” decisamente apprezzato da molti, pur con le ipocrite e opportunistiche cautele.

Non ce ne siamo accorti,  ma entro il nostro sistema elettorale  abbiamo inoltre introdotto, specie dopo la norma delle “liste bloccate”, un nuovo vero e proprio “sistema di cacicchi” senza  turno, ma con le medesime caratteristiche oligarchiche, ed in aggiunta con   marchingegni anti-egualitari e condizionamenti che rendono addirittura impossibile all’elettore italiano sapere chi sia il deputato che col suo voto ha eletto. L’importante non è eleggere i parlamentari, ma eleggere il premier, scegliere il capo! A questo rischia di ridursi la nostra democrazia! Così si è  svuotato  di ogni senso civico l’atto elettorale, soprattutto le elezioni politiche, e si sta facendo del  cittadino disorientato ed impaurito, astenuto in permanenza, anche un potenziale “nemico” della democrazia. Una vera “manna dal cielo” per demagoghi autoritari semi-analfabeti su cui in tempi normali non si sarebbe scommesso neppure mezzo dollaro bucato.

E’ tragico e grottesco insieme  che il termine “cacicco” sia ricomparso ancora (un lapsus freudiano?)  in interventi politici  di importantissimi esponenti del PD che polemizzavano coi sistemi dei capi cordata dei gruppi informali, i “cacicchi” appunto, che governerebbero nei fatti il partito, disponendo della forza di una propria base elettorale locale. Credo che nessuno di loro fosse a conoscenza del senso originario di un termine coniato entro una vicenda storica sconosciuta e lontana nel tempo. E ciononostante credo che lo abbiano usato estrema appropriatezza. A loro insaputa.  Senza volerlo e senza saperlo così ci hanno lasciato un segno tangibile del gorgo, o meglio,  del maelstrom in cui il sistema politico persino nelle sue componenti migliori sta   ormai affondando.

Il disastro dell’ astensionismo  dovrebbe essere perciò un monito permanente.  E’ questo astensionismo ciò che  una vera legge elettorale, rispettosa della Costituzione,  dovrebbe contrastare, iniziando con l’eliminare, sul  serio e non per finta, tutto ciò che tiene in vita il nostro sistema dei “cacicchi”, dalle liste bloccate, alle pluri-candidature ed al peso diverso dei voti, conseguenza del “mancato scorporo” del voto dei collegi uninominali, che funge da “premio  di maggioranza sommerso”. Altro che stabilità e alternanza dei governi  che, per i politologi della grande stampa,  avrebbero dovuto risolvere tanti problemi! A nessuno interessa più evidentemente la stabilità dei votanti che avevamo nella cd. “prima Repubblica” e che garantiva, pur entro certi limiti, un raccordo tra Paese legale e paese reale, quando chi governava era costretto ad avere il consenso della maggioranza reale dei cittadini “in carne ed ossa” e non era sufficiente il consenso di una maggioranza fittizia e figurativa, fatta da un quarto o da un quinto dei cittadini reali,  come avviene oggi quando ormai  il supporto essenziale finisce con l’essere  quello della tecno-finanza e della Commissione UE – verso i quali non si può far valere alcun meccanismo di responsabilità democratica-, mentre il bene della collettività che avrebbe bisogno di spazio fiscale per gli investimenti e la difesa del potere di acquisto fa venire l’ “orticaria” ad una “maggioranza” che non ha alcun bisogno del supporto della maggioranza reale.

E’ per questo che la stabilità dei governi è stata furbescamente assunta a parametro e indicatore principale se non essenziale della efficienza e della forza dei sistemi democratici, chiudendo un occhio sul valore solo quantitativo e non  qualitativo del parametro stesso.

Oltrepassare i millequattrocentododici giorni del governo Berlusconi costituisce certo un “record” che ci colloca ai primi posti in Europa. ;Ma occorrerebbe allora ricordare che l’ Italia, in epoca monarchica, aveva decisamente già polverizzato questo “record” oltrepassando i settemilatrecento giorni di governo nel periodo che va dal 1922 al 25 luglio 1943 col governo Mussolini. Un governo tra i più stabili di tutta la storia europea e magari, non lo escluderei, un altro “record” che forse in un futuro non lontano sarà per qualcuno persino qualcosa da celebrare.

Umberto Baldocchi

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