Un intervento del New York Times analizza le conseguenze strategiche della guerra tra Stati Uniti e Iran, evidenziando come l’attacco voluto da Donald Trump abbia finito per limitare la capacità di proiezione militare americana invece di rafforzarla. La decisione di ritirare dodici bombardieri B‑1 dalla base britannica di Fairford, ufficialmente per motivi di sicurezza, è il segno di una ritirata forzata: droni e cyberarmi iraniane hanno reso vulnerabili le basi americane in Medio Oriente e persino in Europa.
Il Pentagono, scrive il giornale, è costretto a ripensare la propria logistica globale, spostando uomini e mezzi lontano dalle zone di rischio e valutando nuove basi in Israele e Giordania. La guerra, iniziata nel febbraio 2026, ha mostrato che la deterrenza tradizionale non basta più: missili e droni hanno colpito installazioni in Qatar, Bahrain, Kuwait e Arabia Saudita, distruggendo infrastrutture e costringendo le truppe a rifugiarsi in strutture civili.
Secondo analisti citati dal quotidiano, l’Iran ha imparato che può spingere una superpotenza alla ritirata, mentre gli Stati Uniti affrontano costi crescenti e difficoltà politiche interne. Il New York Times conclude che la guerra ha rivelato nuove vulnerabilità americane e ha inaugurato una fase in cui la potenza militare non garantisce più il controllo geopolitico, ma espone a rischi di logoramento e perdita di influenza.