Rabat fa tutto da sola?
Oppure c’è nella buca un suggeritore occulto? Restiamo in trepida e timorosa attesa, per Ferragosto, della seconda ondata di migranti marocchini pronti, in omaggio alle insistenze di certi organi della nostra stampa fiancheggiatrice del governo, a rovesciarsi su Ceuta. Se dovesse succedere — come non è affatto da escludere — oltre a prenderne atto, non si potrà che avere conferma del legittimo sospetto che Rabat non abbia fatto e non faccia tutto da sola. Se qualcuno avesse studiato a tavolino come prendere due piccioni con una fava non potrebbe aver fatto meglio.
Ceuta e le faglie dell’Europa
Da un lato, Ceuta e quel che ne è seguito mostrano dove insistano le faglie di frattura che, sotto un europeismo di circostanza e dovuto, di fatto rischiano — se non di disarticolare l’Europa dei 27 — di compromettere e rinviare a una futura e incerta scadenza ogni serio processo di avvicinamento a forme credibili di unità politica del vecchio continente.
Migrazioni e indifferenza cristiana
Per altro verso, Ceuta sembra studiata apposta per toccare quel comune nervo scoperto delle migrazioni, delle oscure paure che le accompagnano, della totale indifferenza con cui l’Europa cristiana — che pur giustamente lamenta come non siano riconosciute le sue radici religiose — assiste impunemente alla morte in mare di decine e decine di ragazzi. Non dobbiamo demordere né disperare, eppure l’Europa, messa alla prova, è fragile e neppure riesce a nasconderlo.
L’Europa mercantile e la sua fragilità
Non è più sorretta dalla forte spinta ideale delle sue prime origini nel secondo dopoguerra e sconta la sostanziale vocazione mercantile cui ha affidato le sue sorti. Senonché, al mercato ognuno tira il prezzo dalla sua parte e acquista solo se è certo della qualità e della durata nel tempo del prodotto. L’impressione che se ne ricava è che l’Europa sia di troppo per ognuna delle tre maggiori potenze e, quindi, esposta a un accerchiamento sostanzialmente consonante che cerca di sfiancarla.
Le quinte colonne e la post‑democrazia
Anzitutto, provando a spezzarne il fronte interno. Operazione che si avvale delle “quinte colonne” nazionaliste e sovraniste che, non a caso, godono dell’appoggio dei “tecnocrati” americani. I quali, in sintonia con l’indole autocratica di Trump, stanno teorizzando il superamento della democrazia per instaurare il tempo della forza in luogo del diritto. L’Europa è di troppo perché rende più difficile e più complesso il tentativo di spartirsi il mondo in due, concedendo uno strapuntino a Putin, una sorta di “comodato d’uso”, appunto a valere sul nostro vecchio continente.
Un baluardo di libertà
L’Europa è di troppo perché, in fondo, ha imparato la lezione delle sue guerre fratricide e, per non cascarci più, si erge comunque — pur con tutte le sue contraddizioni — a baluardo delle libertà invise ai satrapi della post‑democrazia. Ad ogni modo, l’anno prossimo votano Italia, Spagna, Francia e Polonia. Poi tiriamo le somme. Determinati e fiduciosi nella nostra vocazione europeista. La storia può contorcersi e fare passi indietro, ma, infine, non può sottrarsi a una logica che pur sostiene il corso degli eventi.
Domenico Galbiati