Ma Donald Trump ha davvero le idee chiare su quale possa essere lo sbocco della guerra all’Iran? Domanda non da comunista, come risponderebbe il Presidente americano. Se la pone persino Matt Walsh, uno dei più famosi commentatori della destra e figura di spicco tra i trumpiani, giungendo impunemente a dire che il messaggio di Trump sugli obiettivi degli Stati Uniti in Iran “è, per usare un eufemismo, confuso”.
E’ tutto un susseguirsi, infatti, di sue contrastanti giustificazioni della guerra intrapresa dalla sera al mattino nel pieno delle trattative mediate dall’Oman. E sembra che il Presidente americano, piuttosto che indicare una linea fondata su motivazioni certe ed incontrovertibili, sia alla ricerca di capire quale sia la spiegazione da offrire soprattutto alla sua base elettorale, che mostra importanti segni di stanchezza e crepe di cui non si è ancora in grado di misurare la portata e la profondità. Soprattutto in vista delle prossime elezioni di medio termine, cruciali per la seconda parte della sua seconda Presidenza.
Non è certamente da sopravvalutare la presa netta di distanza di alcuni parlamentari, come la oramai inflessibilmente critica la repubblicana del profondo sud della Georgia, Marjorie Taylor Greene. Quelli che interpretano il profondo del mondo Maga (Make America Grate Again) da Trump raccolto in buona parte anche grazie alle promesse di una presidenza di pace, dedita esclusivamente agli interessi degli americani stufi delle beghe che vengono dal resto del mondo. Ma neppure è da sottovalutare. Perché ci sono tanti Maga in quel 59% di americani che dice al sondaggista della Cnn di disapprovare la decisione di lanciare attacchi contro l’Iran, mentre a quello della Reuters-Ipsos solo il 27% dice di approvare la campagna militare. Trump deve attaccarsi ad una delle perentorie dichiarazioni delle sue: “Maga sono io!”. Novello Re Sole che non si rende conto di prevedere, così, già il diluvio che potrebbe abbattersi sui suoi dopo la propria uscita di scena. Questione non di poco conto destinata forse a proporsi abbastanza in fretta se il “midterm” non gli andasse bene. A lui e i suoi due dioscuri, il Vicepresidente, JD Vance, e il Segretario di stato, Marco Rubio. E che un qualche mancanza di collimazione perfetta ci sia stata pure tra di loro lo ha rivelato lo stesso Trump ieri quando ha rivendicato di essere stato lui a incitare Benjamin Netanyahu perché si gettasse nel conflitto a capofitto. Correggendo, così, il suo Segretario di Stato che aveva parlato, invece, di un’America trascinata in guerra per i capelli dall’incalzare israeliano. Riproponendo un quesito cruciale per le cose mediorientali dei giorni nostri. Chi comanda le danze? Sarà un caso se tra le stesse fila repubblicane emerge la difficoltà a sostenere le spese militari a sostegno di Israele? Ed anche questo quanto incide sulla frattura “ideologica” provocata da Trump nel movimento Maga?
La quantità e la vaghezza delle giustificazioni sono legate, allora, all’indeterminatezza del previsto futuro per l’Iran? E Trump prova a giocarsi addirittura la carta dei pasdaran che sono la quintessenza del regime degli Ayatollah. Gli stessi contro i quali incitava gli iraniani a ribellarsi per “riprendersi il governo” e gli stessi che qualche giorno dopo sono tornati ad essere i terribili responsabili dell’uccisione di decine e decine di migliaia di manifestanti. Le elucubrazioni più o meno fantasiose non mancano alla Casa Bianca e dintorni.
Colpiscono le reazioni di molti commentatori della destra e del gruppo dei più tradizionalmente conservatori. Uniti e distinti nel sostegno a Trump. Spesso segnalano la disaffezione sempre più diffusa di spettatori e lettori rispetto alle campagne internazionali del Presidente. Sono interessati da altro. A questo Trump risponde con la ricerca della vittoria ad ogni costo. Poi, il resto si vedrà. Del resto, non lo hanno fatto i due Bush in Iraq? Perché la vittoria, di qualunque tipo essa sia – e qualunque le future conseguenze – potrebbe fargli trovare quel consenso che lo ha abbandonato subito pochi mesi dopo le elezioni per le conseguenze negative provocate dai dazi.
E’ quindi molto probabile, contando sul possente volume tiro di fuoco che l’America è in grado di mettere in campo, che solo Donald Trump non si ponga ancora il quesito da cui siamo partiti.
Giancarlo Infante