Il “Made in Italy” – o meglio, quel che ne resta di davvero italiano – travolto dall’indagine fresca fresca sullo sfruttamento del lavoro. Fuori di retorica, dobbiamo constatare come questo settore presenti più di una pecca. Su cui sarebbe bene fare una riflessione.

Bettino Craxi ebbe il merito di capire il valore economico, culturale e di immagine di questo immenso patrimonio italiano che, finalmente, portava agli occhi del mondo un’alternativa vincente alla moda francese per le donne e a quella londinese per gli uomini. Vi fu un’autentica esplosione che andò di pari passo con “l’occupazione” dei centri di Roma e di Milano da parte delle grandi firme del vestiario e della calzatura. Così si giunse ai “polo del lusso”. Che, però, mentre erano riempiti dall’eccellenza finalmente riconosciuta, finivano per escludere quel fitto reticolo di artigiani, d’artigiani d’arte, paradossalmente i più simili e vicini a chi aveva avuto la capacità di farsi aprire le porte di tutto il mondo. Con la fine dell’equo canone, città come Roma hanno assistito ad una vera e propria espulsione di laboratori, di botteghe e mestier. Oggi, al loro posto, e al di fuori dei centri storici, è subentrata una miriade di negozi cinesi che sostituiscono invece di “riparare”.

Con la disponibilità a vestire e a calzare cose “firmate”, dopo gli anni ’90 conoscemmo le storie dei tanti partecipi del fenomeno del “Made in Italy”. Fatto da famiglie, soprattutto. Che avevano saputo dare all’ingegno e alle capacità manuali il crisma del richiamo universale, così come esaltavano le qualità del sottostante consistente insieme fatto da piccole e piccolissime imprese che lavoravano per loro. I Benetton, i Missoni, i Della Valle, Achille Maramotti della Max Mara e della Marella furono affiancati da altri veri e propri maestri “ingegnosi” come, ma solo per fare un esempio, gli Armani, i Versace e i Prada. Autentici geni del design, ma anche della gestione, della commercializzazione e della promozione. Fece in qualche modo eccezione Valentino che non amava la retorica e preferiva farsi semplicemente definire “couturier” che, in francese, significa sarto.

Poi vi è stata una trasformazione perché anche il “Made in Italy” è entrato a pieno nella finanziarizzazione. Del resto, in pochi anni, i fatturati e i profitti di questo settore sono balzati alle stelle. E tanti eredi hanno preferito vendere. Al punto che quello che noi chiamiamo “Made in Italy” è, in realtà passato in maniera consistente allo straniero.

La finanziarizzazione ha portato anche alla delocalizzazione. Assieme all’impegno per la ricerca di tessuti particolari, il mondo intero è diventato terreno di produzione. Con una particolare predilezione dei paesi più poveri. Questo ha messo in crisi moltissimi artigiani e piccole e medie imprese italiane che si vedevano preferire fabbriche del sud est asiatico o del Nord Africa. Questi artigiani nostrani subivano, come gli imprenditori all’estero, la corsa continua al ribasso del prezzo di produzione di quegli stessi oggetti che, invece, nelle nostre città richiedevano, e richiedono, cifre da capogiro. E vi è stata anche più volte la denuncia dello sfruttamento, soprattutto di donne e di minori, in queste fabbriche lontane e delocalizzate. Così come è emersa la questione del trattamento dei tessuti, soprattutto per l’uso di certi coloranti, che in alcuni casi possono essere dannosi per chi l’indossava. Insomma, aiuta l’adagio, lontani dagli occhi, lontani dal cuore … e dalle regole. Soprattutto di quelle che garantiscono il rispetto della dignità di lavoratrici e lavoratori. Purtroppo anche dei bambini.

L’inchiesta di queste ore ci parla sostanzialmente della pratica del “caporalato”, cioè dello sfruttamento della mano d’opera. Praticato, però, a casa nostra. Con il coinvolgimento, soprattutto, di lavoratori d’origine cinesi utilizzati in fabbriche caserme/ prigioni che non si trovano nel Vietnam, bensì da noi.

Un lusso, insomma, che non pagano caro solo gli acquirenti. E che, in ogni caso, non può non farci riflettere sul fatto che al “Made in Italy” non possiamo, e non dobbiamo, più solamente collegare il fenomeno apicale che abbiamo conosciuto finora, coccolato e vezzeggiato, nonostante tutto. Mentre abbiamo abbandonato per strada un settore non meno importante, certamente meno sfavillante televisivamente parlando e più assente dalle copertine dei rotocalchi, che non abbiamo curato come sarebbe stato necessario. E cioè, oltre agli artigiani espulsi dalle città  cui abbiamo già fatto cenno, quel grandioso settore di piccole, talvolta piccolissime aziende, sparse in tutto il Paese che sopravvivono a fatica e che non hanno il sostegno necessario per aprirsi strada nel mondo. Perché sono quasi quarant’anni che per noi il Made in Italy sono solo i grandi nomi. I quali, però, senza il nascosto reticolo sottostante non sarebbero mai diventati quello che sono.

Eppure, tutto ci dice che gli artigiani e gli imprenditori italiani sanno innovare. Peccato che lo debbano fare da soli. E da soli devono avventurarsi oltre confine. Cosa che spesso si rivela ai più improponibile perché il mondo oggi ha bisogno di presenze strutturate, in cui si faccia davvero valere il cosiddetto “sistema paese”. Di cui sempre si parla, ma senza dargli le gambe e i finanziamenti necessari, a partire da quelli che non sono assicurati dal sistema bancario.

Il Ministero per il “Made in Italy” deve dunque diventare un’altra cosa e collaborare con quello del Lavoro perché cessino e siano davvero perseguite tutte le forme di sfruttamento. E, insieme a questo, deve investire per rafforzare i territori ed i loro patrimoni. In stretta cooperazione con le regioni, alcune delle quali – purtroppo, quasi sempre solo al Nord – hanno molto da insegnare su come si sostiene la piccola e la piccolissima impresa. Anche se esperienze di eccellenza come quelle del vino in Trentino Alto Adige, o altre, quali quelle della meccanica del bresciano – dove le capacità artigianale si uniscono alla capacità continua di innovare – rischiano di restare dei superlativi esempi di cosa siamo capaci di fare, ma senza quel sostegno della politica necessario perché si diffondano ed irrobustiscano in tutti i settori e in tutte le regioni.

Giancarlo Infante

 

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