Si sarà pure rafforzato il governo dopo il voto delle regionali, come sostengono i più autorevoli osservatori, ma i problemi da affrontare restano tutti li, e dalla cronaca affiora solo qualche segnale di superamento di troppe incertezze.

Tra pochi giorni il ministro Gualtieri dovrà presentare il documento di economia e finanza e le cifre che circolano sono già note: il prodotto lordo italiano calerà del dieci per cento secondo OCSE e la ripresa per il prossimo anno difficilmente supererà il cinque per cento.

Quindi arretreremo ancora, quasi non fosse già successo, se è vero che il reddito pro-capite degli italiani nel 2019 è stato già inferiore a quello del 2009.

Alla politica dei sussidi, concepibile solo in emergenza (quando funziona) dovrebbero conseguire sia la correzione di alcune prodigalità che non possiamo permetterci, come quota cento e reddito di cittadinanza a pioggia, sia concreti interventi del governo sulle due questioni aperte e che sono gravide di rischi per la tenuta sociale: il lavoro che manca e il prelievo fiscale che risponde a logiche superate.

Il lavoro: l’arresto del sistema produttivo e la conseguente recessione hanno ulteriormente aggravato il problema e non tanto per il massiccio e diffuso ricorso alla cassa integrazione o per l’aumento della disoccupazione (tutto sommato inferiore per ora rispetto a quella attesa) ma piuttosto per il numero e le tipologie degli occupati.

Secondo i più recenti dati ISTAT le persone in cerca di occupazione sono in forte crescita con particolare riferimento ai giovani e alle donne e ciò nonostante sia in essere il blocco dei licenziamenti che non potrà certo durare a lungo. Per non dire dei tre milioni di precari che, finita la prima fase della emergenza sanitaria, non sono rientrati ed hanno subito in modo brutale l’esclusione dal mercato del lavoro.

E’ quindi pensabile che prima ancora di accedere alle risorse europee vi dovrà essere spazio per interventi concreti del governo in tema di lavoro, iniziando dalle proposte di esentare dall’onere contributivo le remunerazioni dei neo assunti, di prevedere la tassazione zero per gli aumenti di produttività, per nuove modalità che consentano il rientro dei precari e per mettere mano al mercato del lavoro per il quale le proposte di sindacati, imprenditori e giuslavoristi certo non mancano.

Il prelievo fiscale: si parla troppo facilmente di “riforma” per affrontare l’argomento, ma è l’unico modo per rinviarlo. Basterebbe ricordare i tempi che richiese la riforma del fisco nel 1973 per rendersi conto che non è immaginabile rifare in tempi brevi un sistema basato su una legge organica, come basterebbe richiamare la recente riforma della crisi di impresa, approvata ma non ancora in vigore per consentire l’adeguamento in tre anni.

Il governo dispone di strumenti per intervenire sul prelievo fiscale senza dovere ricorrere a riscrivere una dozzina di decreti. In tutte le economie avanzate appartengono ai provvedimenti di politica economica le manovre sul prelievo, come appartenevano prima della BCE quelle sulla moneta e sui tassi di cambio o di interesse. Le proposte non mancano dopo il piano Colao del quale stranamente non si parla più e degli “Stati Generali” voluti dallo stesso presidente del consiglio.

Dopo tante proposte siamo al punto che serve la concretezza del fare, possibilmente dopo avere messo in sicurezza le nuove norme da adottare di fronte alla burocrazia statale. Basterebbe anche mettere mano alle decine di miliardi stanziati per opere già finanziate ma non spesi; rivedere tutto quello che non ha funzionato e il perché; sbloccare anche i più recenti provvedimenti per la emergenza che non funzionano (come la cassa integrazione in deroga o come il rifinanziamento delle piccole imprese tramite Sace-Simet).

Non sono quindi le idee che mancano, e il governo potrà ritenersi veramente rafforzato se alle proposte questa volta seguiranno i fatti.

Guido Puccio

 

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